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STUDENTI. parte quarta – capitolo 33

– Insomma cosa c’è?

– Sono preoccupato per Sandro – Disse serio Gianluca.

– Perché?

– Si comporta in modo strano.

– Beh, allora è tutto ok. -fece Adalberto appoggiando la sua cartella di cuoio sul tavolo del salotto.

– No, ti dico che c’è qualcosa che non va.

– Fammi qualche esempio allora.

– Ieri. Ieri l’ho trovato in bagno tutto nudo, seduto sul water.

– Quindi?

– Erano almeno da due ore là dentro e non fare battute sceme su stitichezza o altro.

– Dai, me le hai bloccate, erano servite su un piatto d’argento! Ad ogni modo non c’era altro? Forse era veramente stitico.

– No, si era portato in bagno quel suo volumozzo rosso.

– Scusa, era seduto sul water, nudo, chiuso dentro da due ore e…

– Sì, stava leggendo una raccolta di saggi di Bertrand Russell, seduto sul water e nudo.

– Beh, Bertrand Russell non è Manara, chissà, magari un pelo di perversione.

– Insomma, smettila. Ti dico che non sta bene. Due giorni fa l’ho trovato in cucina, seduto al tavolo, con davanti una terrina piena di almeno cinque chili di spinaci bolliti, li mangiava col cucchiaio e ad ogni boccone mugolava “Sto maleee, sto malllleeeee!”. Gli ho detto di fermarsi, di non fare così, di tirarsi su, di terminare con quel piagnisteo, che non era mica giusto rompesse a tutti, fra le altre cose.

– E lui?

– Mi ha dato ragione, mi ha chiesto scusa, ha detto che avrebbe smesso.

– Allora bene, non è nulla.

– Eh no, che non è bene. Ha smesso di dire “Sto male”, ma con lo stesso tono, con lo stesso volume, con lo stesso miagolio fastidioso ha iniziato a dir “Sto beeneee! Sto beneee!”, sempre ad ogni boccone di spinaci lessi. Sembrava un gatto randagio in amore. E non ti dico di ieri sera.

– Cosa è successo ieri sera?

– Hai presente che di là non si prende Tele Adriatica?

– Sì, e allora? Non interessa a nessuno.

– A Sandro sì, ha iniziato a vedere un’assurda telenovela anni Ottanta, con Veronica Castro, la danno solo su quel canale alle 23:17; ma, siccome non si prende, ha rubato una catena di quelle che hanno piazzato lungo i marciapiedi per la Bora, ha preso quel vecchio televisore arancione, l’ha acceso, ha attaccato con un fil di ferro l’antenna alla catena e poi ha calato fuori dalla finestra tre metri della stessa. Siccome poi il canale era ancora disturbato, ha iniziato a far oscillare la catena, facendola anche sbattere contro la grondaia. Il tutto urlando ai passanti “Xe più zorni che luganeghe” e poi ha iniziato a cantare “O ce biel ciscjel a Udin”. Per fortuna il canale si è sintonizzato e ha smesso, altrimenti avrebbero chiamato i vigili o la polizia.

– Ora mi fai preoccupare.

Per riflettere sulla situazione aprirono il pacco da un chilo di gelato alla vaniglia variegato amarena, presero due cucchiai, si tolsero le scarpe e si misero a guardare le puntate di A-Team ritrasmesse su Telemondo 2, sperando vennise loro qualche idea per riagganciare Buffon. Intanto dalla camera di Sandro si alzava lento, solenne, baritonale un canto antico e moderno: – Oh partigiano, portami via…

STUDENTI. parte terza – capitolo 21

– E quindi, cosa non vi è chiaro? – Disse Buffon restituendo i fogli a Sandro.

– Come che cosa non ci è chiaro? Comissario, non ci è chiaro come lei sia riuscito a risolvere il caso ribaltando tutto l’impianto precedente! Le indagini di Podrecca erano state scrupolose e da manuale.

– Non ho proprio voglia di parlarne. Eppoi il succo della questione il vostro amico l’ha centrato, si tratta di sfumature di grigio.

Buffon prese il suo impermeabile verde pistacchio smunto, uno spolverino che ricordava molto nel taglio quello dei western di Sergio Leone, si mise i giornali sotto al braccio, lanciò due banconote sul tavolo e se ne andò senza dir nulla di più.

-Ehi! Ma non ci si lascia mica così! Arrivederci eh! -disse ad alta voce Gianluca.

Buffon non si voltò, non rispose al saluto sarcastico, uscì rapido dalla trattoria, lasciando i tre amici spiazzati ancora seduti attorno al tavolo. Un comportamento inaspettato.

Si avvicinò allora un cameriere, prese i soldi che Buffon aveva mollato sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi e li guardò con un sorrisetto che indicava ci fosse anche una quota mancia interessante, prima di andarsene disse ai tre – Allora che fate, volete qualcosa di particolare? Oppure vi porto la vostra solita?

– In che senso la nostra solita? -chiese Sandro con un occhio già increspato da un tic nervoso.

– Come in che senso? Volete la vostra “Germania” o altro?

– E no, scusa. Pure tu!

– Lo sa mezza città che voi siete quegli sfigati che ordinano sempre la stessa cosa se siete insieme – chiuse il cameriere e se ne andò.

Gianluca urlò -Fanculo!-, il viso di Sandro in preda a qualche tic sembrava un ritratto cubista a scartamento variabile, Adalberto pensava “Io però ho sete… quasi quasi.”

A parte tutti gli annessi e connessi alla situazione un po’ surreale, il problema era serio: come recuperare Buffon. Per i tre il commissario in pensione era diventato indispensabile come l’ultimo portante di un armadio Ikea.

NON SONO CIMABUE. atto unico – capitolo 20

La salma è stata rinvenuta il 28 agosto da un parente, nella baracca abusiva in cui l’uomo abitava ormai da circa un ventennio.

Ordinata l’autopsia, i medici hanno stabilito che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio.

E così, inaspettatamente, tra le 15:00 e le 19:00 del 27 agosto 1995 è deceduto all’età di 43 anni il signor Incoronato Fulbone. Le origini del malore vanno probabilmente individuate sia nella importante obesità del signor Fulbone, sia nell’ondata di caldo tropicale che ha investito la nostra regione, sia nelle precarie condizioni abitative, sia nell’abitudine del deceduto di alzare il gomito.

Il signor Fulbone, classe 1952, era noto fra i compaesani per il suo carattere chiuso, introverso, palesemente misantropo. Militante anarchico quando era ventenne, alla morte della madre aveva deciso che l’umanità aveva poco o nulla da spartire con lui. Da allora si era dedicato ad una vita di eremitaggio con pochissimi contatti sociali, per lo più da lui subiti e non cercati.

Ma era conosciuto a livello di comunità regionale soprattutto come il “Cimabue friulano”, vista la sua pluridecennale attività pittorica piuttosto apprezzata sia negli ambienti della transavanguardia, sia negli ambienti legati al minimalconcettuale.

Originario di Spilimbergo, abitava una baracca abusiva collocata lungo l’argine del Tagliamento. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza servizi igienici. Vi abitava da solo.

Tutte le autorità e i servizi locali avevano più volte cercato di aiutare e assistere il signor Fulbone, sia con provvedimenti di avvicinamento e contatto informali sia con provvedimenti più drastici, quali ad esempio l’abbattimento della baracca abusiva e un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio -tso- per costringerlo a trasferirsi nella casa popolare che gli era stata assegnata.

Con la pazienza di chi subisce le forze distruttrici di un terremoto o di un’inondazione, con l’assistenza di qualificati e costosi avvocati, Incoronato aveva sempre riguadagnato le sue posizioni e ricostruito la sua abitazione, magari semplicemente spostandosi di qualche centinaio di metri.

Il cugino Fabio Casarsa era l’unica persona che frequentava con una certa continuità Incoronato, aveva infatti ricevuto dall’eremita un incarico, anche ben retribuito. Il signor Fulbone infatti non era povero. Si diceva avesse ereditato dai genitori un certo numero di campi che dati in affitto gli permettevano di non farsi mancare il poco di cui aveva bisogno da parte della società: cibo, materiali per dipingere, vestiario.

Fabio Casarsa –come dichiarato da lui stesso-, a fronte di una percentuale sugli utili derivanti dalla gestione della campagna di Incoronato, si recava ogni 15 giorni, ad orari prestabiliti, presso la dimora del cugino eremita, riceveva così la lista dei beni da fornire.

Uno o due giorni dopo passava nuovamente a scaricare il tutto presso Incoronato.

Il cugino, oltre a questo servizio di rifornimento, fungeva anche da contatto con eventuali collezionisti e appassionati che ricercassero un’opera di Fulbone.

L’intermediazione però non era mai sicura.

Spesso Incoronato non dipingeva per mesi, spesso distruggeva i suoi quadri, altre volte non se ne voleva assolutamente separare.

Di sicuro la sua indole, il suo isolamento e gli aneddoti che coronavano la sua storia avevano contribuito al suo affermarsi entro il mercato dell’arte.

Irascibile e scontroso, Incoronato non era né matto né scemo.

Andava su tutte le furie quando gli capitava di ascoltare da qualcuno o leggere casualmente da qualche parte il soprannome che gli era stato affibbiato da un critico locale: “Il Cimabue friulano”.

Il pittore non aveva mai perdonato un giornalistucolo locale –mediocre critico d’arte- per averlo indicato per la prima volta con quel soprannome, anche se in effetti era più che misterioso il motivo di questa furia. Il lancio del soprannome era avvenuto in occasione di un articolo intitolato “Impossibilità di sfuggire al mercato: artisti ai margini in una provincia marginale”.

Ma Incoronato aveva ragione, non era un Cimabue friulano, non nel campo della pittura. Era semplicemente un furbastro alcolizzato che aveva saputo approfittare, come pittore mediocre, della sua condizione di emarginazione, ritenuto da tutti una persona al limite ed oltre il limite: della salute mentale, della vita sociale, del mondo economico, della cultura e dell’arte.

Il commissario Zerbini, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, aveva sentenziato:”Il caso Fulbone non esiste!”. La dipartita del giovane uomo non meritava ulteriori accertamenti e indagini.

Invece, dopo tre anni di assiduo lavoro, il vicecommissario Podrecca aveva ricostruito lo schema di una rete di traffico internazionale di armi, stupefacenti, valuta falsa e donne dell’Est, rete complessa e articolata che vedeva in Incoronato Fulbone –detto nel mondo della malavita “Il Cimabue dell’import-export” il capo indiscusso. Del resto era innegabile che vicino alla sua baracca fosse stato scoperto un vecchio bunker militare totalmente ristrutturato, risanato, interni extralusso, sistema di controllo a telecamere chiuse con qualche quadro di Incoronato alle pareti. Inoltre in Bosnia era stato arrestato il suo braccio destro, un criminale senza scrupoli capace delle violenze più inenarrabili, si diceva nipote o figlio di tale Stephan S.B., un tedesco passato dallo spionaggio tedesco sotto il III Reich ad alcune branche “riservate” dei servizi sovietici e diventato famoso come torturatore. Ad ogni modo il bosniaco, per sfuggire alle conseguenze più serie della giustizia serba, aveva cantato e molto, facendo più volte i nomi sia di Fulbone -indicato come capo indiscusso della rete- che del cugino, indicato come portavoce di Fulbone. Quest’ultima soffiata sul ruolo del cugino venne poi smentita da ulteriori indagini.

Fabio Casarsa, il cugino, risultava quindi totalmente estraneo ai fatti, un tonto che girovagava con la sua Panda rossa mezza scassata e -pensando di sfruttare il cugino- ne era in realtà il factotum per le incombenze quotidiane.

Nel maggio del 2001, a sei anni dal flop Zerbini e a tre anni dall’evento Podrecca, il commissario Buffon fornisce una nuova verità.

Il Fulbone era veramente solo un emarginato e una vittima dell’effettivo “Cimabue della malavita e dell’intrigo” del Nord-Est, cioè il cugino Fabio Casarsa, uno degli alias di Domenico Scandell, che sarebbe stato il vero capo di tutta l’organizzazione, talmente scaltro da creare un intricato alibi a scatola cinese con cui avrebbe depistato sia Zerbini, facilmente, che Podrecca, in modo astutissimo. Incoronato: voleva denunciare il cugino e per questo è finito avvelenato con l’antimonio.

L’elasticità delle verità giudiziaria, sociale, economica, etica, filosofica… non è che un fatto congenito al sistema, anche in ottica è stato verificato che l’occhio al confine tra il bianco e il nero produce molteplici sfumature di grigio.

STUDENTI. parte seconda – capitolo 19

– Dai corri, coglione!

– Ha parlato lui… …sembri un testicolo rotolante in balia della Bora, sembri.

– Ciao ragazzi, sempre gran classe e lessico forbito in ogni situazione, eh! Comunque state tranquilli non è ancora arrivato.

I due amici si fermarono vicino al terzo ragazzo, avevano ormai il fiato spezzato da grosse inspirazioni di bocca, avevano corso per più di trenta minuti giù per Via Giulia. Gianluca era più tonico, Sandro era paonazzo in volto, Adalberto se la rideva.

– Ma… verrà qui anche oggi? Siete sicuri?

Lui andava sempre là. Ogni mercoledì, alle 13:15, puntuale come un “capo in B” ordinato al bar della Maria. Si leggeva i giornali – locali e nazionali- e poi ordinava qualcosa da mangiare. Dopo quindici minuti incrociava le posate sul piatto (ma non porta sfiga?), poi se ne stava lì un’oretta a chiacchierare col titolare o con altri avventori. Improbabile impermeabile verde muffa, cappellaccio, abito beige.

– Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Ma perché mi fate ripetere le stesse cose?

– Già, perché glielo fate ripetere? – disse una voce.

A quella frase proveniente da dietro le loro spalle fecero un sobbalzo e si girarono di scatto quasi simultaneamente, probabilmente sbiancando un po’ (meno di tutti Sandro, ancora rosso in volto per la corsa di prima).

– Ciò muli, ‘ndemo dentro… Alore, ancjemò lì? – Disse lui, mescolando triestino e friulano.

I tre, ammutoliti, entrarono nella trattoria. Si misero in piedi accanto al tavolo dove lui si era seduto, il solito tavolo con la classica tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi.

– Allora, cosa volete da me? Sono mesi che bazzicate qua attorno, solito posto solito orario. Però intanto sedetevi. Allora? Che volete?

Il tipo era diretto, direttissimo, quasi un TAV.

Iniziò Adalberto, il meno timido.

– Beh, forse è meglio che…

– Ma lei è parente del portiere? Scattò Sandro sovrapponendosi all’amico.

– Bene, sapete già il mio nome, del resto solo dei pirla non lo saprebbero dopo sei mesi di appostamenti, in sincerità eseguiti alla “cazzus”.

– Sandro, ma sei idiota?

– No, è che me l’ero sempre chiesto. Anche ci assomiglia un po’.

– Lasciami parlare. Dicevo che forse è meglio se ci presentiamo, anche per rispetto verso di lei, Commissario Buffon. Io mi chiamo Adalberto, lui è Gianluca e l’altro, lo sa già, si chiama Sandro.

– Piacere. Ma non ho ancora saputo che volete da me?

– Commissario, noi siamo tre studenti di Giurisprudenza qui a Trieste, ma siamo tutti appassionati di criminologia e di tutte le discipline che possono in qualche modo aiutare l’indagine.

– Inoltre -aggiunse questa volta Gianluca- leggiamo sia gli articoli sia gli atti dei processi, a volte andiamo in aula per seguire alcuni processi, cerchiamo di farci amici poliziotti, carabinieri, giornalisti di cronaca nera… Insomma, siamo dei suoi grandi fan.

Il Comissario Buffon fece un mezzo sorrisetto di simpatia, o forse un ghigno al pensiero di trovarsi al cospetto di tre idioti perdigiorno.

– Beh, insomma, oltre ad un mio autografo che potrei anche farvi pagare qualcosa (idioti) che cosa effettivamente volete da me? Compagnia all’ora di pranzo in questa trattoria ogni mercoledì? Io non voglio scocciatori e il mio cragno con crauti o il prosciutto in crosta me li voglio pappare in santa pace!

– Vorremmo chiederle qualcosa su quel caso del 2001.

– Ancora con quella vicenda? Era tutto chiaro alla fine, solo che stampa e TV ci hanno voluto marciare per alcuni mesi per vendere due copie in più o per uno 0,5 in più di indice d’ascolto, la solita storia. Non ho niente d’aggiungere.

– In realtà noi abbiamo potuto leggere molto, sia di ufficiale che non. Magari se potesse dare solo un’occhiatina al resoconto che ha scritto Sandro, il grafomane del gruppo.

– Sì, abbiamo letto quasi tutto dagli archivi, a firma Zerbini, lei e Podrecca.

– Mi fa male rivangare, o piuttosto mi è un po’ faticoso -disse il commissario in pensione.

– Coraggio, sono solo tre pagine. Ci farebbe veramente piacere un suo commento.

– Solo perché mi siete simpatici, i miei simpatici “Germania”!

A quella parola, istantaneamente nella mente dei tre amici esplose l’identica domanda: “Come cazzo fa Buffon a sapere che ci chiamano Germania?”, solo nella mente di Sandro la domanda era stata formulata in modo leggermente diverso “Come cavolo…”, perché Sandro non diceva parolacce; crebbe così esponenzialmente l’ammirazione per quell’ometto con impermeabile alla tenente Colombo -colore verde muffa- e quattro capelli bianchi sul cranio lucido.

Sandro tirò fuori il suo portatile, lo accese e fece per passarlo al commissario.

– Non è che avete un cartaceo? Non mi sono mai abituato a leggere dal monitor, è come se mi sfuggissero cose importanti. Sapete, ho una certa età e la mia generazione non è proprio nativa digitale, anzi.

– Sandro, tira fuori che sappiamo che stampi sempre i tuoi racconti o le tue ricostruzioni di casi famosi, non ti fidi mai della batteria.

– E vabbè, le faccio di solito solo per me. Comunque sì, ecco qua, son solo tre cartelle intanto. E poi scrivo solo le ricostruzioni dei casi… …che è ‘sta storia di racconti, non ho mai scritto racconti. Forse uno, quella volta.

– Ma, mi sembrava. A proposito, come sta Monia? – disse Gianluca.

– Cosa vuol dire questo “a proposito”? Che c’entra Monia adesso? La voce di Sandro si alterò.

– Dai, che c’è? Sappiamo che ti piace… Non è che vi vedete?

– Smettila. Lascia stare Monia e finiamola con ‘sta stupidata dei racconti.

– Uè, muleria. Io non son qui a tenervi il moccolo e a sentire le vostre chiacchiere su fidanzate e ragazze -disse Buffon.

– Se volete che legga, tacere e aspettare!

– Scusi, ha ragione. La volete smettere voi due! – Adalberto ora sembrava zia Gertrude quando rimprovera i nipotini che litigano mentre lei cerca di seguire la rimessa in onda di “Anche i ricchi piangono” su un canale satellitare moldavo, coi sottotitoli in russo.

– L’hai intitolato in modo simpatico questo resoconto, Sandro, ma ti assicuro che quella volta nessuno aveva voglia di ridere. Poi non ho mai creduto a questa cazzata del “Cimabue friulano”.

– Ma Commissario, mica c’era scappato l’omicidio, era morto per cause naturali, poi li scrivo così come vengono…

– Sì, sì! Questo è quello che pensano tutti. -fece Buffon con aria di sufficienza mentre stava proseguendo la lettura.

STUDENTI. parte prima – capitolo 1

-Sei sicuro che sia lui?

-Ti dico di sì, l’ho visto più volte in foto e anche in televisione.

-Poi stiamo un attimo, guarda qui, anche in rete ci sono un paio di sue foto.

-Già, è lui!

-Senti, la prossima volta…

-Ma… ritornerà qui? Siete sicuri?

-Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve, cosa dice dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Un abitudinario, i più semplici da pedinare.

– Ok, ma dovremo farlo senza farci scoprire… con cicrospezione, cioè circospizione… cioè…

-Sì, vabbè, e quel logopedista che dovevi contattare… no?

-Stronzo!

I tre amici aspettarono che lui se ne andasse. Finirono di bere l’ordinazione.
Il cameriere che li conosceva da anni li salutò come al solito “Ciao Germania!” e se ne andò con un sorrisetto ironico stampato in faccia. Non avevano tempo da perdere per protestare, quindi uscirono anch’essi dalla trattoria di Via Torre bianca e all’aperto la Bora li accolse gelida e tagliente in quel primo pomeriggio di tardo febbraio. La strada era come una galleria del vento e particelle di cartone, polvere, catrame, gomma di pneumatici e altro di indefinito si infiltravano fra i loro capelli, dentro le orecchie, entro le narici, su per le gambe dei pantaloni; alcuni -privi di credibilità- affermano che una volta la Bora riuscì a strappar loro, pur essendo vestiti, perfino dei peli dal pube, ma sono leggende metropolitane di area balcanica.
A Trieste la Bora pulisce la città, ma non fa benissimo alle persone, sia per il fegato che per la mente, secondo alcuni fa sporcare prima anche i capelli.
Tra il lunedì seguente e il martedì tutti e tre provarono per l’ennesima volta diritto privato, si trattava del terzo tentativo. Lo passarono… non male, anzi: bisognava festeggiare! La leggenda diceva che si era pronti ad affrontare quell’esame quando si iniziava a sognare di essere un codice civile. Leggende pre-riforme varie. L’università italiana era una cosa diversa, non si può dire ancora se peggiore o migliore dell’attuale.
Ad ogni modo il martedì sera fu un bel brodello, cioè blordello, bordrello… (Allora sto logopedista), tutti gli amici a festeggiare, prima su e giù per le rive, sul molo Audace, assaporando il bellissimo tramonto che ritagliava in cielo le Alpi friulane come se fossero dei sacri monoliti emersi dal tutt’uno fra mare e pianura; poi a casa quando era venuto fuori troppo freddo e il borino si era arricchito con sottili aghetti di ghiaccio che ti smerigliavano il volto.
Infine tutta la notte svegli a giocare a strip-poker finché si erano fermate le ragazze (poi solo fra loro ragazzi non entusiasmava molti, forse esclusivamente un po’ Jonny, che era dichiaratamente bisessuale e Angelo che era segretamente gay), insomma dopo poco passarono a torneo di briscola e barbu. Fino all’alba, rossa, arancione e ancora sferzata dal vento. Il giorno dopo fu un non-giorno, cercarono di dormire ma non ci riuscirono, la sensazione generalizzata era come d’avere un’ascia che spaccava in due il cranio separando nettamente l’emisfero destro da quello sinistro, in aggiunta ad un punteruolo che crivellava la cervicale. A parte questa difficoltà, nel pomeriggio, arrancarono fino all’edificio dell’università nuova e riuscirono a seguire le lezioni di diritto ugro-finnico medioevale, o almeno fecero finta. Non potevano mancare, loro tre rappresentavano il 100% degli iscritti, ognuno di loro era il 33,3% dei frequentanti il corso, le assenze si sarebbero notate troppo.
La sera stessa una delle ragazze che aveva partecipato alla bisca di strip-poker li invitò in un appartamento dove si teneva una festicciola con quelli di Filosofia. Quando arrivarono ed entrarono nell’appartamento furono colpiti da una specie di nebbia pastosa e azzurrognola che galleggiava in tutte le stanze a circa un metro e mezzo d’altezza, sottile aroma di quasi rosmarino. Sul divano, sulle sedie e a terra si scorgevano bozzoli umani mescolati a sacchi a pelo e coperte della nonna, in una delle camere stava girando fra i festeggianti un narghilè di pregevole fattura magrebina, sul pavimento c’era ribaltato un altro aggeggio simile, ricavato da una bottiglia di plastica tagliata e poi rimontata con del nastro adesivo, spandeva acqua. I tre amici trovarono finalmente la ragazza autrice dell’invito, era eccessivamente rilassata, di un rilassamento come potrebbe essere quello di uno strofinaccio poco strizzato e messo ad asciugare ai refoli del Föhn, quel vento caldo e secco che a volte ridiscende le valli alpine. Si fermarono un po’ sedendosi vicino alla loro amica, facendo così le loro teste (e le loro narici) si trovarono entro lo strato fumoso. Se ne andarono dopo poco, non si parlava con nessuno e a loro la gangia non interessava: perché bruciarsi dei neuroni da giovani?
Non era una questione di moralismo o salutismo fine a se stesso, avevano scelto Giurisprudenza perché era la facoltà più vicina a casa che potesse avere contatti con l’investigazione, il crimine, l’indagine e questa loro passione richiedeva capacità logiche ben funzionanti (non avevano mai capito come Conan avesse potuto immaginare Sherlock un po’ drogato, pure la cocaina ti friggeva alla lunga attenzione e capacità decisionale). Anche se erano altri tempi e la marjuana risultava più leggera di adesso (oggi pare selezionata, sia con incroci che con tecniche laboratoriali di tipo genico, per avere un principio attivo settanta-novanta volte più concentrato), faceva comunque male a chi non ne avesse bisogno per scopi terapeutici; quel fumo azzurognolo ben sparpagliato per le stanze dell’appartamento e leggermente aromatizzato al rosmarino non prometteva belle cose. In ogni caso, una questione era chiara: a Filosofia marjuana, a Economia coca o extasy.
Finiti i festeggiamenti ed espletati i doveri universitari, la loro mente tornò alla questione centrale: lui, ogni mercoledì in quella trattoria di Via Torre bianca.