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STUDENTI. parte quarta – capitolo 33

– Insomma cosa c’è?

– Sono preoccupato per Sandro – Disse serio Gianluca.

– Perché?

– Si comporta in modo strano.

– Beh, allora è tutto ok. -fece Adalberto appoggiando la sua cartella di cuoio sul tavolo del salotto.

– No, ti dico che c’è qualcosa che non va.

– Fammi qualche esempio allora.

– Ieri. Ieri l’ho trovato in bagno tutto nudo, seduto sul water.

– Quindi?

– Erano almeno da due ore là dentro e non fare battute sceme su stitichezza o altro.

– Dai, me le hai bloccate, erano servite su un piatto d’argento! Ad ogni modo non c’era altro? Forse era veramente stitico.

– No, si era portato in bagno quel suo volumozzo rosso.

– Scusa, era seduto sul water, nudo, chiuso dentro da due ore e…

– Sì, stava leggendo una raccolta di saggi di Bertrand Russell, seduto sul water e nudo.

– Beh, Bertrand Russell non è Manara, chissà, magari un pelo di perversione.

– Insomma, smettila. Ti dico che non sta bene. Due giorni fa l’ho trovato in cucina, seduto al tavolo, con davanti una terrina piena di almeno cinque chili di spinaci bolliti, li mangiava col cucchiaio e ad ogni boccone mugolava “Sto maleee, sto malllleeeee!”. Gli ho detto di fermarsi, di non fare così, di tirarsi su, di terminare con quel piagnisteo, che non era mica giusto rompesse a tutti, fra le altre cose.

– E lui?

– Mi ha dato ragione, mi ha chiesto scusa, ha detto che avrebbe smesso.

– Allora bene, non è nulla.

– Eh no, che non è bene. Ha smesso di dire “Sto male”, ma con lo stesso tono, con lo stesso volume, con lo stesso miagolio fastidioso ha iniziato a dir “Sto beeneee! Sto beneee!”, sempre ad ogni boccone di spinaci lessi. Sembrava un gatto randagio in amore. E non ti dico di ieri sera.

– Cosa è successo ieri sera?

– Hai presente che di là non si prende Tele Adriatica?

– Sì, e allora? Non interessa a nessuno.

– A Sandro sì, ha iniziato a vedere un’assurda telenovela anni Ottanta, con Veronica Castro, la danno solo su quel canale alle 23:17; ma, siccome non si prende, ha rubato una catena di quelle che hanno piazzato lungo i marciapiedi per la Bora, ha preso quel vecchio televisore arancione, l’ha acceso, ha attaccato con un fil di ferro l’antenna alla catena e poi ha calato fuori dalla finestra tre metri della stessa. Siccome poi il canale era ancora disturbato, ha iniziato a far oscillare la catena, facendola anche sbattere contro la grondaia. Il tutto urlando ai passanti “Xe più zorni che luganeghe” e poi ha iniziato a cantare “O ce biel ciscjel a Udin”. Per fortuna il canale si è sintonizzato e ha smesso, altrimenti avrebbero chiamato i vigili o la polizia.

– Ora mi fai preoccupare.

Per riflettere sulla situazione aprirono il pacco da un chilo di gelato alla vaniglia variegato amarena, presero due cucchiai, si tolsero le scarpe e si misero a guardare le puntate di A-Team ritrasmesse su Telemondo 2, sperando vennise loro qualche idea per riagganciare Buffon. Intanto dalla camera di Sandro si alzava lento, solenne, baritonale un canto antico e moderno: – Oh partigiano, portami via…

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte terza -capitolo 27

Diario di Monia.

Data da calendario Maya sconosciuta

– comunque non apocalittica

Dunque, ricapitolando dicevo… mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ore di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana alcune ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo e loro non te lo danno, la tua mente (o coscienza? O anima? O spirito?) ha altre priorità.

Non c’è niente da fare, donne e uomini sono stronze e stronzi in modo diverso. Forse i ragazzi sono più idioti che stronzi. Non lo so ancora, rispetto ad un’ottica scientifica o anche solo pragmatica, mi mancano dati. Sono carente sulle statistiche (appuntarsi necessità di impostare indagine scientificamente predisposta). Forse è un problema solo mio, non riesco a dare grandi spazi e occasioni alle altre persone (così anche li raccoglierei ‘sti dati). Sostanzialmente penso che gran parte di tutti quelli che conosco mi ritengano una stronza. Chissà, potrebbe essere un buon punto di partenza per la mia carriera da critico letterario (o critica letteraria al femminile, ma quella è l’attività, che casino!). Non lo so con certezza. Comunque devo dire che sto passando diverso tempo con quel mio amico/conoscente/niente di più (beh, era solo un conoscente, adesso però è la persona che frequento che si avvicina di più all’essere un amico, niente di più perché non sarà mai niente di più, ovvio), quello che scrive e scrive e scrive, Madonna se scrive! Mi va bene così, però, non mi lamento. La mia “cavia”, sì, Sandro.

A me piace andare all’aperto d’inverno, così anche quando sono qui a Trieste faccio qualche giro. A volte anche propongo un giretto del genere ad Augusta e a Bice, che sarebbero le mie forse/amiche. (Come cazzo si fa a chiamare una figlia Augusta o Bice… del resto anche i miei non hanno scherzato: Monia!). Però Augusta ha sempre qualche impegno con l’ennesimo nuovo ragazzo (e vedi che potrei usarla come fonte di dati) e Bice, invece, -ho fatto rima- è una lontra in letargo dal 1° dicembre al 15 febbraio. Si arrabbia tanto quando glielo dico, però è vero. Magari potrei chiamarla marmotta o con il nome di qualche altro animale più caldo e morbido, però lontra le calza a pennello. Ad ogni modo, in quei giorni Bice non uscirebbe mai, se non per le lezioni all’università, per fare la spesa o per prendere il treno nei fine settimana, destinazione casa. Invece Sandro ha accettato. E siamo andati a fare un giro a Miramare. Un freddo galattico, un sole bellissimo, una cioccolata calda deliziosa. Sandro sempre strano ed enigmatico. Non sai mai se c’è o ci fa, non sai mai neanche se ci prova o ti prende per i fondelli. Forse si droga o si impasticca. Lui nega assolutamente. Penso che per il freddo ci sia venuta in mente la Russia, poi per associazioni a catena il racconto che aveva (casualmente?) con sé. Mi sa che dovrei dire a Sandro delle cose, non intendo rispetto ai suoi racconti, ho paura che si illuda o si costruisca dei film irreali. Adesso, caro diario, continuo a leggere “Oh partigiano”… all’inizio un po’ didascalico, ma si fa interessante. Ci vediamo. Kiss kiss!

Che chiusura idiota, kiss kiss, se una mia amica mi salutasse così cosa penserei di lei: “Ma ci fa o ci è?”.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 25

Grazie al fatto che sapevo già abbastanza bene il russo, mi abituai facilmente alla nuova situazione; il problema più pesante rimaneva il clima.

Non partecipai attivamente alla vita politica, trovai una donna più vecchia di me, ci innamorammo e iniziammo a convivere. La nostra casa s’affacciava su uno dei tanti canali che costellano la città baltica. Il fatto che leggessi tutta la poesia che mi capitasse sotto mano e il fatto che fosse risaputo che in ogni occasione buona mi facessi portare certi libri che arrivavano dall’occidente capitalista, risultarono la causa che diede inizio alla mia sorveglianza da parte di una certa sezione dei servizi politici per gli interni. A capo di quella sezione, mi sembra si chiamasse “Propaganda e Cultura”, a Leningrado c’era un certo Boris Koprakov: che fosse un omuncolo meschino e inetto era voce sulla bocca di tutti.

Per questo, però, era anche molto pericoloso per persone come me. I suoi superiori affidavano gli incarichi più importanti alla sua sezione saltandolo sistematicamente, gli lasciavano invece i casi meno importanti. Lui, ben sapendo questa prassi, scaricava la sua frustrazione esasperando certi metodi.

Inoltre, visto che veniva ignorato dal sistema, aveva praticamente mano libera. Un giorno, tornando dal lavoro, trovai Tatjana piangente in casa.

Erano stati a prendere tutti i miei libri e le mie carte ed erano già di sotto ad aspettarmi. Dovetti andare con loro, erano uomini di Koprakov.

Riuscii a salvare qualche scritto e qualche libro che avevo nascosto per precauzione; avvisai Tatjana della cosa e le chiesi, baciandola, di conservare tutti i materiali con la massima cautela e di non farli vedere a nessuno.

Il 23 dicembre 1949, primo anniversario della morte di Giorgio, fu anche l’ultima volta che vidi Tatjana. Le accuse erano generiche, del resto non poteva che essere così; la più grave, per le mie conoscenze, era quella di “importazione e diffusione di materiali di propaganda anticomunista” e già che c’erano avevano anche inserito un sospetto di “plagio e corruzione della gioventù”; non ricordo bene se le formule che ho qui riferito corrispondano perfettamente a quelle che erano ufficiali allora, però i concetti erano quelli.

Mi venne quasi da ridere al pensiero dell’accusa di corruzione della gioventù, mi immaginai condannato alla pena che toccò a Socrate per un reato identico: bere la cicuta. Non potevo immaginare che in alcuni giorni della mia lunga prigionia sarei giunto a disperarmi per il fatto di non avere il veleno a mia disposizione.

Koprakov aveva un metodo tutto suo per ovviare a certe lungaggini burocratiche, sia che si trattasse di carpire una confessione scritta, sia che si trattasse di aspettare il processo e il verdetto. Il suo motto era: “Intanto in cella, che se non sappiamo noi il perché, lo sa sicuramente il prigioniero”.

Boris Koprakov era un bastardo di prima categoria. Il 28 dicembre 1949, senza aver rilasciato alcuna confessione scritta o orale, senza essere passato davanti ai giudici del popolo, fui rinchiuso.

Rimasi in carcere per quasi sei anni senza alcun cambiamento della mia situazione giuridica; neanche con la morte di Stalin, nel ’52, la mia sorte cambiò. La morte di Stalin fu anche l’unica notizia del mondo esterno che mi giunse nel mio periodo di reclusione; per me quella morte non significò nulla.

Ben più rilevante, a livello mio personale, fu quella di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955.

Un infarto mentre era a letto con un suo subalterno di 22 anni il quale invece di scappare e far perdere le sue tracce, telefonò immediatamente all’ospedale senza neanche rivestirsi; la storia per tre mesi fu uno degli argomenti principali delle discussioni e dei pettegolezzi attorno alle bottiglie di vodka, per tutti i locali di Leningrado. In verità non tanto per l’omossessualità, quanto per la differenza d’età fra i due.

Il giovane si suicidò dopo che i genitori non lo vollero tenere più in casa e dopo che la fidanzata lo lasciò; anche nei paesi comunisti perduravano certe discriminazioni.

Prima di passare alla mia scarcerazione, debbo per forza darvi qualche informazione in più sulla mia prigionia, la mia cella, la mia tortura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.

STUDENTI. parte terza – capitolo 21

– E quindi, cosa non vi è chiaro? – Disse Buffon restituendo i fogli a Sandro.

– Come che cosa non ci è chiaro? Comissario, non ci è chiaro come lei sia riuscito a risolvere il caso ribaltando tutto l’impianto precedente! Le indagini di Podrecca erano state scrupolose e da manuale.

– Non ho proprio voglia di parlarne. Eppoi il succo della questione il vostro amico l’ha centrato, si tratta di sfumature di grigio.

Buffon prese il suo impermeabile verde pistacchio smunto, uno spolverino che ricordava molto nel taglio quello dei western di Sergio Leone, si mise i giornali sotto al braccio, lanciò due banconote sul tavolo e se ne andò senza dir nulla di più.

-Ehi! Ma non ci si lascia mica così! Arrivederci eh! -disse ad alta voce Gianluca.

Buffon non si voltò, non rispose al saluto sarcastico, uscì rapido dalla trattoria, lasciando i tre amici spiazzati ancora seduti attorno al tavolo. Un comportamento inaspettato.

Si avvicinò allora un cameriere, prese i soldi che Buffon aveva mollato sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi e li guardò con un sorrisetto che indicava ci fosse anche una quota mancia interessante, prima di andarsene disse ai tre – Allora che fate, volete qualcosa di particolare? Oppure vi porto la vostra solita?

– In che senso la nostra solita? -chiese Sandro con un occhio già increspato da un tic nervoso.

– Come in che senso? Volete la vostra “Germania” o altro?

– E no, scusa. Pure tu!

– Lo sa mezza città che voi siete quegli sfigati che ordinano sempre la stessa cosa se siete insieme – chiuse il cameriere e se ne andò.

Gianluca urlò -Fanculo!-, il viso di Sandro in preda a qualche tic sembrava un ritratto cubista a scartamento variabile, Adalberto pensava “Io però ho sete… quasi quasi.”

A parte tutti gli annessi e connessi alla situazione un po’ surreale, il problema era serio: come recuperare Buffon. Per i tre il commissario in pensione era diventato indispensabile come l’ultimo portante di un armadio Ikea.

NON SONO CIMABUE. atto unico – capitolo 20

La salma è stata rinvenuta il 28 agosto da un parente, nella baracca abusiva in cui l’uomo abitava ormai da circa un ventennio.

Ordinata l’autopsia, i medici hanno stabilito che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio.

E così, inaspettatamente, tra le 15:00 e le 19:00 del 27 agosto 1995 è deceduto all’età di 43 anni il signor Incoronato Fulbone. Le origini del malore vanno probabilmente individuate sia nella importante obesità del signor Fulbone, sia nell’ondata di caldo tropicale che ha investito la nostra regione, sia nelle precarie condizioni abitative, sia nell’abitudine del deceduto di alzare il gomito.

Il signor Fulbone, classe 1952, era noto fra i compaesani per il suo carattere chiuso, introverso, palesemente misantropo. Militante anarchico quando era ventenne, alla morte della madre aveva deciso che l’umanità aveva poco o nulla da spartire con lui. Da allora si era dedicato ad una vita di eremitaggio con pochissimi contatti sociali, per lo più da lui subiti e non cercati.

Ma era conosciuto a livello di comunità regionale soprattutto come il “Cimabue friulano”, vista la sua pluridecennale attività pittorica piuttosto apprezzata sia negli ambienti della transavanguardia, sia negli ambienti legati al minimalconcettuale.

Originario di Spilimbergo, abitava una baracca abusiva collocata lungo l’argine del Tagliamento. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza servizi igienici. Vi abitava da solo.

Tutte le autorità e i servizi locali avevano più volte cercato di aiutare e assistere il signor Fulbone, sia con provvedimenti di avvicinamento e contatto informali sia con provvedimenti più drastici, quali ad esempio l’abbattimento della baracca abusiva e un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio -tso- per costringerlo a trasferirsi nella casa popolare che gli era stata assegnata.

Con la pazienza di chi subisce le forze distruttrici di un terremoto o di un’inondazione, con l’assistenza di qualificati e costosi avvocati, Incoronato aveva sempre riguadagnato le sue posizioni e ricostruito la sua abitazione, magari semplicemente spostandosi di qualche centinaio di metri.

Il cugino Fabio Casarsa era l’unica persona che frequentava con una certa continuità Incoronato, aveva infatti ricevuto dall’eremita un incarico, anche ben retribuito. Il signor Fulbone infatti non era povero. Si diceva avesse ereditato dai genitori un certo numero di campi che dati in affitto gli permettevano di non farsi mancare il poco di cui aveva bisogno da parte della società: cibo, materiali per dipingere, vestiario.

Fabio Casarsa –come dichiarato da lui stesso-, a fronte di una percentuale sugli utili derivanti dalla gestione della campagna di Incoronato, si recava ogni 15 giorni, ad orari prestabiliti, presso la dimora del cugino eremita, riceveva così la lista dei beni da fornire.

Uno o due giorni dopo passava nuovamente a scaricare il tutto presso Incoronato.

Il cugino, oltre a questo servizio di rifornimento, fungeva anche da contatto con eventuali collezionisti e appassionati che ricercassero un’opera di Fulbone.

L’intermediazione però non era mai sicura.

Spesso Incoronato non dipingeva per mesi, spesso distruggeva i suoi quadri, altre volte non se ne voleva assolutamente separare.

Di sicuro la sua indole, il suo isolamento e gli aneddoti che coronavano la sua storia avevano contribuito al suo affermarsi entro il mercato dell’arte.

Irascibile e scontroso, Incoronato non era né matto né scemo.

Andava su tutte le furie quando gli capitava di ascoltare da qualcuno o leggere casualmente da qualche parte il soprannome che gli era stato affibbiato da un critico locale: “Il Cimabue friulano”.

Il pittore non aveva mai perdonato un giornalistucolo locale –mediocre critico d’arte- per averlo indicato per la prima volta con quel soprannome, anche se in effetti era più che misterioso il motivo di questa furia. Il lancio del soprannome era avvenuto in occasione di un articolo intitolato “Impossibilità di sfuggire al mercato: artisti ai margini in una provincia marginale”.

Ma Incoronato aveva ragione, non era un Cimabue friulano, non nel campo della pittura. Era semplicemente un furbastro alcolizzato che aveva saputo approfittare, come pittore mediocre, della sua condizione di emarginazione, ritenuto da tutti una persona al limite ed oltre il limite: della salute mentale, della vita sociale, del mondo economico, della cultura e dell’arte.

Il commissario Zerbini, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, aveva sentenziato:”Il caso Fulbone non esiste!”. La dipartita del giovane uomo non meritava ulteriori accertamenti e indagini.

Invece, dopo tre anni di assiduo lavoro, il vicecommissario Podrecca aveva ricostruito lo schema di una rete di traffico internazionale di armi, stupefacenti, valuta falsa e donne dell’Est, rete complessa e articolata che vedeva in Incoronato Fulbone –detto nel mondo della malavita “Il Cimabue dell’import-export” il capo indiscusso. Del resto era innegabile che vicino alla sua baracca fosse stato scoperto un vecchio bunker militare totalmente ristrutturato, risanato, interni extralusso, sistema di controllo a telecamere chiuse con qualche quadro di Incoronato alle pareti. Inoltre in Bosnia era stato arrestato il suo braccio destro, un criminale senza scrupoli capace delle violenze più inenarrabili, si diceva nipote o figlio di tale Stephan S.B., un tedesco passato dallo spionaggio tedesco sotto il III Reich ad alcune branche “riservate” dei servizi sovietici e diventato famoso come torturatore. Ad ogni modo il bosniaco, per sfuggire alle conseguenze più serie della giustizia serba, aveva cantato e molto, facendo più volte i nomi sia di Fulbone -indicato come capo indiscusso della rete- che del cugino, indicato come portavoce di Fulbone. Quest’ultima soffiata sul ruolo del cugino venne poi smentita da ulteriori indagini.

Fabio Casarsa, il cugino, risultava quindi totalmente estraneo ai fatti, un tonto che girovagava con la sua Panda rossa mezza scassata e -pensando di sfruttare il cugino- ne era in realtà il factotum per le incombenze quotidiane.

Nel maggio del 2001, a sei anni dal flop Zerbini e a tre anni dall’evento Podrecca, il commissario Buffon fornisce una nuova verità.

Il Fulbone era veramente solo un emarginato e una vittima dell’effettivo “Cimabue della malavita e dell’intrigo” del Nord-Est, cioè il cugino Fabio Casarsa, uno degli alias di Domenico Scandell, che sarebbe stato il vero capo di tutta l’organizzazione, talmente scaltro da creare un intricato alibi a scatola cinese con cui avrebbe depistato sia Zerbini, facilmente, che Podrecca, in modo astutissimo. Incoronato: voleva denunciare il cugino e per questo è finito avvelenato con l’antimonio.

L’elasticità delle verità giudiziaria, sociale, economica, etica, filosofica… non è che un fatto congenito al sistema, anche in ottica è stato verificato che l’occhio al confine tra il bianco e il nero produce molteplici sfumature di grigio.

STUDENTI. parte seconda – capitolo 19

– Dai corri, coglione!

– Ha parlato lui… …sembri un testicolo rotolante in balia della Bora, sembri.

– Ciao ragazzi, sempre gran classe e lessico forbito in ogni situazione, eh! Comunque state tranquilli non è ancora arrivato.

I due amici si fermarono vicino al terzo ragazzo, avevano ormai il fiato spezzato da grosse inspirazioni di bocca, avevano corso per più di trenta minuti giù per Via Giulia. Gianluca era più tonico, Sandro era paonazzo in volto, Adalberto se la rideva.

– Ma… verrà qui anche oggi? Siete sicuri?

Lui andava sempre là. Ogni mercoledì, alle 13:15, puntuale come un “capo in B” ordinato al bar della Maria. Si leggeva i giornali – locali e nazionali- e poi ordinava qualcosa da mangiare. Dopo quindici minuti incrociava le posate sul piatto (ma non porta sfiga?), poi se ne stava lì un’oretta a chiacchierare col titolare o con altri avventori. Improbabile impermeabile verde muffa, cappellaccio, abito beige.

– Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Ma perché mi fate ripetere le stesse cose?

– Già, perché glielo fate ripetere? – disse una voce.

A quella frase proveniente da dietro le loro spalle fecero un sobbalzo e si girarono di scatto quasi simultaneamente, probabilmente sbiancando un po’ (meno di tutti Sandro, ancora rosso in volto per la corsa di prima).

– Ciò muli, ‘ndemo dentro… Alore, ancjemò lì? – Disse lui, mescolando triestino e friulano.

I tre, ammutoliti, entrarono nella trattoria. Si misero in piedi accanto al tavolo dove lui si era seduto, il solito tavolo con la classica tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi.

– Allora, cosa volete da me? Sono mesi che bazzicate qua attorno, solito posto solito orario. Però intanto sedetevi. Allora? Che volete?

Il tipo era diretto, direttissimo, quasi un TAV.

Iniziò Adalberto, il meno timido.

– Beh, forse è meglio che…

– Ma lei è parente del portiere? Scattò Sandro sovrapponendosi all’amico.

– Bene, sapete già il mio nome, del resto solo dei pirla non lo saprebbero dopo sei mesi di appostamenti, in sincerità eseguiti alla “cazzus”.

– Sandro, ma sei idiota?

– No, è che me l’ero sempre chiesto. Anche ci assomiglia un po’.

– Lasciami parlare. Dicevo che forse è meglio se ci presentiamo, anche per rispetto verso di lei, Commissario Buffon. Io mi chiamo Adalberto, lui è Gianluca e l’altro, lo sa già, si chiama Sandro.

– Piacere. Ma non ho ancora saputo che volete da me?

– Commissario, noi siamo tre studenti di Giurisprudenza qui a Trieste, ma siamo tutti appassionati di criminologia e di tutte le discipline che possono in qualche modo aiutare l’indagine.

– Inoltre -aggiunse questa volta Gianluca- leggiamo sia gli articoli sia gli atti dei processi, a volte andiamo in aula per seguire alcuni processi, cerchiamo di farci amici poliziotti, carabinieri, giornalisti di cronaca nera… Insomma, siamo dei suoi grandi fan.

Il Comissario Buffon fece un mezzo sorrisetto di simpatia, o forse un ghigno al pensiero di trovarsi al cospetto di tre idioti perdigiorno.

– Beh, insomma, oltre ad un mio autografo che potrei anche farvi pagare qualcosa (idioti) che cosa effettivamente volete da me? Compagnia all’ora di pranzo in questa trattoria ogni mercoledì? Io non voglio scocciatori e il mio cragno con crauti o il prosciutto in crosta me li voglio pappare in santa pace!

– Vorremmo chiederle qualcosa su quel caso del 2001.

– Ancora con quella vicenda? Era tutto chiaro alla fine, solo che stampa e TV ci hanno voluto marciare per alcuni mesi per vendere due copie in più o per uno 0,5 in più di indice d’ascolto, la solita storia. Non ho niente d’aggiungere.

– In realtà noi abbiamo potuto leggere molto, sia di ufficiale che non. Magari se potesse dare solo un’occhiatina al resoconto che ha scritto Sandro, il grafomane del gruppo.

– Sì, abbiamo letto quasi tutto dagli archivi, a firma Zerbini, lei e Podrecca.

– Mi fa male rivangare, o piuttosto mi è un po’ faticoso -disse il commissario in pensione.

– Coraggio, sono solo tre pagine. Ci farebbe veramente piacere un suo commento.

– Solo perché mi siete simpatici, i miei simpatici “Germania”!

A quella parola, istantaneamente nella mente dei tre amici esplose l’identica domanda: “Come cazzo fa Buffon a sapere che ci chiamano Germania?”, solo nella mente di Sandro la domanda era stata formulata in modo leggermente diverso “Come cavolo…”, perché Sandro non diceva parolacce; crebbe così esponenzialmente l’ammirazione per quell’ometto con impermeabile alla tenente Colombo -colore verde muffa- e quattro capelli bianchi sul cranio lucido.

Sandro tirò fuori il suo portatile, lo accese e fece per passarlo al commissario.

– Non è che avete un cartaceo? Non mi sono mai abituato a leggere dal monitor, è come se mi sfuggissero cose importanti. Sapete, ho una certa età e la mia generazione non è proprio nativa digitale, anzi.

– Sandro, tira fuori che sappiamo che stampi sempre i tuoi racconti o le tue ricostruzioni di casi famosi, non ti fidi mai della batteria.

– E vabbè, le faccio di solito solo per me. Comunque sì, ecco qua, son solo tre cartelle intanto. E poi scrivo solo le ricostruzioni dei casi… …che è ‘sta storia di racconti, non ho mai scritto racconti. Forse uno, quella volta.

– Ma, mi sembrava. A proposito, come sta Monia? – disse Gianluca.

– Cosa vuol dire questo “a proposito”? Che c’entra Monia adesso? La voce di Sandro si alterò.

– Dai, che c’è? Sappiamo che ti piace… Non è che vi vedete?

– Smettila. Lascia stare Monia e finiamola con ‘sta stupidata dei racconti.

– Uè, muleria. Io non son qui a tenervi il moccolo e a sentire le vostre chiacchiere su fidanzate e ragazze -disse Buffon.

– Se volete che legga, tacere e aspettare!

– Scusi, ha ragione. La volete smettere voi due! – Adalberto ora sembrava zia Gertrude quando rimprovera i nipotini che litigano mentre lei cerca di seguire la rimessa in onda di “Anche i ricchi piangono” su un canale satellitare moldavo, coi sottotitoli in russo.

– L’hai intitolato in modo simpatico questo resoconto, Sandro, ma ti assicuro che quella volta nessuno aveva voglia di ridere. Poi non ho mai creduto a questa cazzata del “Cimabue friulano”.

– Ma Commissario, mica c’era scappato l’omicidio, era morto per cause naturali, poi li scrivo così come vengono…

– Sì, sì! Questo è quello che pensano tutti. -fece Buffon con aria di sufficienza mentre stava proseguendo la lettura.

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte seconda -capitolo 13

Diario di Monia.

Data ab Urbe condita non calcolata

un mercoledì

Fra gli esami che devo sostenere ce ne sono anche un paio a filosofia. Non ho ancora deciso quali inserire nel piano di studi. Dovrò chiedere qualche consiglio a Carla, la mia amica intellettualoide. Che palle! Se avessi voluto studiare filosofia, mi sarei iscritta a Filosofia.

Un uomo vuole studiare filosofia.
Filosofia è anche una facoltà universitaria.
Un uomo si iscrive all’università per studiare filosofia.

Ma, non funziona mica tanto bene. Suonava meglio col classico Socrate è un uomo…
Sì, decisamente non funziona. Potrebbe anche terminare così:

Un uomo studia filosofia per suo conto e non si iscrive all’università per non perdere tempo.

Poi perché “Un uomo”?

Una donna vuole studiare filosofia.
Filosofia è anche una facoltà universitaria.
Una donna si iscrive all’università per studiare filosofia.

Non funziona molto meglio neppure così.

Potrei prendere una margherita, anzi una gerbera che così è un po’ più lunga e incerta la cosa. Una bella gerbera arancione e iniziare a spogliarla pian piano dei suoi lunghi ed eleganti petali: filosofia sì, filosofia no, filosofia sì, filosofia no… Bel modo per fare decisioni che poi potrebbero influire sul resto della vita. Magari non proprio in modo drastico e radicale, alla fine si può sempre trovare il tempo per cambiare, per fare cose nuove… O sbaglio? Questa cosa forse dipende un po’ da quanti anni hai. Come quando da piccola, ma non da bambina, per tirarti un po’ su, anche se pensi che non vali nulla, che non sai fare niente, ti dici cose come “Alla fine i miei genitori non mi getteranno mai via, avrò sempre un tetto sulla testa e un piatto di minestra”, oppure “Male che vada mi faccio le stagioni da lavapiatti a Lignano”. Chissà Freud come avrebbe chiamato questi meccanismi autoconsolatori. Mi sa che io li chiamerei funzione del “stai raschiando il fondo dell’autostima”.

Ad ogni modo, caro diario, qui il tempo passa e non mi sto divertendo più come una volta a girare fra feste, lezioni, corsi e chiacchiere nei baretti. Invece mi sono imbarcata in un’attività che potrebbe essere utile come palestra di critica letteraria. Oddio, ce ne potevano essere tante altre, i gruppi di lettura ad esempio, collaborare con qualche rivista o giornale locale o universitario, ma mi è piaciuta l’idea di avere un autore (forse meglio dire uno scrivente) esclusivamente sotto le mie grinfie. Difficile che diventi famoso o abbia successo, ma magari, se ci crede e se continua ad allenare la penna e a sgrezzarsi qualcosa potrebbe combinare.

Si chiama Sandro, è piuttosto simpatico, anche permaloso, fondamentalmente un buono. Non ho trovato un’autrice (o meglio una scrivente), le ragazze sono più restie, magari tengono questa attività più segreta, la considerano più intima. Oppure, non saprei. Ti confido che Sandro mi fa divertire, sono abbastanza spietata con i suoi scritti, sempre sincera, sia in negativo che in positivo, poi sono libera di esprimere i miei giudizi, insomma è più un conoscente che un amico, lui accetta le mie critiche. A volte diventa tutto rosso, ma le accetta. Devo dire anche che le segue ed è disponibile a cambiare alcune cose nei suoi racconti. Dubito però che possa riuscire a scrivere un romanzo. Forse più qualche racconto medio-breve. Una volte le chiamavano novelle, hai presente come il Verga. Comunque io lo incoraggio (Forse faccio male?). Non mi sembra un tipo che si illuda facilmente. Insomma, lui scrive forse solo per se stesso, perché non può farne a meno. Oppure perché si diverte e se la ride da solo. Una specie di onanismo comico-mentale.

Ma torniamo alle cose serie: caro diario, questa scocciatura degli esami di filosofia mi sta un po’ stressando. Dai titoli poi non ci capisco nulla, mi mancano i fondamentali. Sarebbe come mandare un boscaiolo di Paluzza a scegliere un rossetto per la sua morosa: panico e mancanza di categorie (era Kant quello delle categorie, vero?) per classificare e scegliere. “Cicci, mi fai una cortesia, passi da Vanda e mi prendi un rossetto rosso”. E lui in braghe di tela davanti a 50 sfumature di rosso declinate in 6 toni diversi. TA-DAH!

Adesso ti lascio che ho un nuovo racconto da triturare ed eventualmente far riciclare a Sandro… “Idiozie”, no, “Stupidaggini”, si intitola così. Speriamo bene, con “Pittore” mi sono abbastanza divertita: finale prevedibile, produttività delirante originale, alcune immagini legate al paesaggio friulano semplici ma coinvolgenti, due passaggi semicomici. Voto finale: sono contraria all’uso delle valutazioni numeriche, in decimi o altra scala!

P.S.: in fin dei conti anch’io ti scrivo solo per me stessa, caro diario.

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte prima -capitolo 4

Diario di Monia.

Data astrale sconosciuta

un venerdì

Così mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ora di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana le ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo. E loro non te lo danno.

Non che io sia bella, ma bellina. Forse una bellezza particolare. Non lo so. Tutti pensano che essere belle (o carine) sia un vantaggio, sia una fortuna… Come se fossimo esseri che vivono solo a livello epidermico, verso l’esterno. E i rompiballe o quelli per i quali diventi un’ossessione?

Essere piacenti a volte aiuta, in certi casi anche molto… non solo per quelle che usano il corpo per fare carriera (ce ne sono più di quel che pensi, anche quelli? Boh, qui apriamo una voragine). Fanno bene? Fanno male? Non lo so, ad un certo punto sono fatti loro. Ma dietro al bel sorriso, dietro ai begli occhi, cosa sanno gli altri?

Si soffre tanto, si riflette, si cercano sprazzi di gioia o solo di serenità per spezzare l’angoscia che fluisce, per spaccare il senso di inutilità, per fare breccia nell’involucro che ci isola dal mondo. Presentarsi, dirsi le prime parole è solo un tentativo di spezzare l’impermeabilità della solitudine che vive e alberga in noi, nella nostra mente, nel nostro spirito, nella nostra coscienza, nella nostra anima, indifferente, come uno preferisce. Poi come ci si presenta, io mi presento sempre in modo banale:”Ciao, sono Monia” o “Ciao, mi chiamo Monia”.

Sarebbe meglio sempre la seconda versione, “mi chiamo Monia”, perché dire “sono Monia” non ha alcun senso, io sono molto di più. Anche perché quel nome mica l’ho scelto io, te lo appiccicano mamma e papà. Io sono molto di più. Sono la mia storia, le mie emozioni, i miei dolori e le mie gioie sia fisici che psicologici. Come fai a sintetizzare tutto in un grumo di lettere, anzi di suoni. Quindi “Ciao, mi chiamo Monia” va bene, se poi hai tempo per capire chi sono, magari si riesce anche ad andare oltre l’essersi incontrati una volta davanti ad un caffè o l’essere “semplici conoscenti”. Ma devi darmi tempo che è poi la cosa più preziosa che abbiamo.

Chissà, poi si potrebbe arrivare anche al punto che potrei dire a qualcuno che ti scrivo. Per ora ciao, vai a nanna Diario di Monia.

STUDENTI. parte prima – capitolo 1

-Sei sicuro che sia lui?

-Ti dico di sì, l’ho visto più volte in foto e anche in televisione.

-Poi stiamo un attimo, guarda qui, anche in rete ci sono un paio di sue foto.

-Già, è lui!

-Senti, la prossima volta…

-Ma… ritornerà qui? Siete sicuri?

-Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve, cosa dice dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Un abitudinario, i più semplici da pedinare.

– Ok, ma dovremo farlo senza farci scoprire… con cicrospezione, cioè circospizione… cioè…

-Sì, vabbè, e quel logopedista che dovevi contattare… no?

-Stronzo!

I tre amici aspettarono che lui se ne andasse. Finirono di bere l’ordinazione.
Il cameriere che li conosceva da anni li salutò come al solito “Ciao Germania!” e se ne andò con un sorrisetto ironico stampato in faccia. Non avevano tempo da perdere per protestare, quindi uscirono anch’essi dalla trattoria di Via Torre bianca e all’aperto la Bora li accolse gelida e tagliente in quel primo pomeriggio di tardo febbraio. La strada era come una galleria del vento e particelle di cartone, polvere, catrame, gomma di pneumatici e altro di indefinito si infiltravano fra i loro capelli, dentro le orecchie, entro le narici, su per le gambe dei pantaloni; alcuni -privi di credibilità- affermano che una volta la Bora riuscì a strappar loro, pur essendo vestiti, perfino dei peli dal pube, ma sono leggende metropolitane di area balcanica.
A Trieste la Bora pulisce la città, ma non fa benissimo alle persone, sia per il fegato che per la mente, secondo alcuni fa sporcare prima anche i capelli.
Tra il lunedì seguente e il martedì tutti e tre provarono per l’ennesima volta diritto privato, si trattava del terzo tentativo. Lo passarono… non male, anzi: bisognava festeggiare! La leggenda diceva che si era pronti ad affrontare quell’esame quando si iniziava a sognare di essere un codice civile. Leggende pre-riforme varie. L’università italiana era una cosa diversa, non si può dire ancora se peggiore o migliore dell’attuale.
Ad ogni modo il martedì sera fu un bel brodello, cioè blordello, bordrello… (Allora sto logopedista), tutti gli amici a festeggiare, prima su e giù per le rive, sul molo Audace, assaporando il bellissimo tramonto che ritagliava in cielo le Alpi friulane come se fossero dei sacri monoliti emersi dal tutt’uno fra mare e pianura; poi a casa quando era venuto fuori troppo freddo e il borino si era arricchito con sottili aghetti di ghiaccio che ti smerigliavano il volto.
Infine tutta la notte svegli a giocare a strip-poker finché si erano fermate le ragazze (poi solo fra loro ragazzi non entusiasmava molti, forse esclusivamente un po’ Jonny, che era dichiaratamente bisessuale e Angelo che era segretamente gay), insomma dopo poco passarono a torneo di briscola e barbu. Fino all’alba, rossa, arancione e ancora sferzata dal vento. Il giorno dopo fu un non-giorno, cercarono di dormire ma non ci riuscirono, la sensazione generalizzata era come d’avere un’ascia che spaccava in due il cranio separando nettamente l’emisfero destro da quello sinistro, in aggiunta ad un punteruolo che crivellava la cervicale. A parte questa difficoltà, nel pomeriggio, arrancarono fino all’edificio dell’università nuova e riuscirono a seguire le lezioni di diritto ugro-finnico medioevale, o almeno fecero finta. Non potevano mancare, loro tre rappresentavano il 100% degli iscritti, ognuno di loro era il 33,3% dei frequentanti il corso, le assenze si sarebbero notate troppo.
La sera stessa una delle ragazze che aveva partecipato alla bisca di strip-poker li invitò in un appartamento dove si teneva una festicciola con quelli di Filosofia. Quando arrivarono ed entrarono nell’appartamento furono colpiti da una specie di nebbia pastosa e azzurrognola che galleggiava in tutte le stanze a circa un metro e mezzo d’altezza, sottile aroma di quasi rosmarino. Sul divano, sulle sedie e a terra si scorgevano bozzoli umani mescolati a sacchi a pelo e coperte della nonna, in una delle camere stava girando fra i festeggianti un narghilè di pregevole fattura magrebina, sul pavimento c’era ribaltato un altro aggeggio simile, ricavato da una bottiglia di plastica tagliata e poi rimontata con del nastro adesivo, spandeva acqua. I tre amici trovarono finalmente la ragazza autrice dell’invito, era eccessivamente rilassata, di un rilassamento come potrebbe essere quello di uno strofinaccio poco strizzato e messo ad asciugare ai refoli del Föhn, quel vento caldo e secco che a volte ridiscende le valli alpine. Si fermarono un po’ sedendosi vicino alla loro amica, facendo così le loro teste (e le loro narici) si trovarono entro lo strato fumoso. Se ne andarono dopo poco, non si parlava con nessuno e a loro la gangia non interessava: perché bruciarsi dei neuroni da giovani?
Non era una questione di moralismo o salutismo fine a se stesso, avevano scelto Giurisprudenza perché era la facoltà più vicina a casa che potesse avere contatti con l’investigazione, il crimine, l’indagine e questa loro passione richiedeva capacità logiche ben funzionanti (non avevano mai capito come Conan avesse potuto immaginare Sherlock un po’ drogato, pure la cocaina ti friggeva alla lunga attenzione e capacità decisionale). Anche se erano altri tempi e la marjuana risultava più leggera di adesso (oggi pare selezionata, sia con incroci che con tecniche laboratoriali di tipo genico, per avere un principio attivo settanta-novanta volte più concentrato), faceva comunque male a chi non ne avesse bisogno per scopi terapeutici; quel fumo azzurognolo ben sparpagliato per le stanze dell’appartamento e leggermente aromatizzato al rosmarino non prometteva belle cose. In ogni caso, una questione era chiara: a Filosofia marjuana, a Economia coca o extasy.
Finiti i festeggiamenti ed espletati i doveri universitari, la loro mente tornò alla questione centrale: lui, ogni mercoledì in quella trattoria di Via Torre bianca.