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O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 26

Boris non era solo inetto e frustrato, era un pazzoide. Aveva un aiutante, un certo Stephan S.B., di chiara origine tedesca. Boris si era anche fatto sistemare in modo particolare un’ala del carcere in cui, tenendo ben foraggiati i giusti burocrati e i giusti amministratori, aveva autorità assoluta per qualsiasi questione.

Quando fui portato in quell’ala, dopo un paio di settimane durante le quali ero stato ospitato in una stanza normale, venni rinchiuso nella terza cella del corridoio su cui si affacciavano in totale otto porte blindate. Non lo sapevo ancora, ma quella cella, la n°3, sarebbe stata il mio mondo per centinaia e centinaia di giorni.

Il locale era abbastanza spazioso, a pianta rettangolare, circa 20 metri quadrati, per una larghezza di tre metri e una profondità di sette. Tranne la porta non c’era nessuna ulteriore apertura, almeno in apparenza. Due erano le cose che colpivano chi vi entrava la prima volta: il pavimento e la disposizione dei pochi elementi dell’arredamento.

Il pavimento era peculiare. Non si trattava di un piano regolare, sembrava realizzato con una sorta di schiuma solidificata, un materiale biancastro resistente e abbastanza elastico da non subire danni a causa del calpestio di persone.

Le bolle d’aria che erano rimaste intrappolate dentro al materiale, probabilmente nel momento della sua stesura, caratterizzavano la microconformazione di questo inusuale pavimento. La superficie irregolare appariva come un conglomerato di vescicole dal diametro di pochi millimetri fino al diametro di 2 o 3 centimetri. Verso le pareti, soprattutto agli angoli, il materiale si sviluppava, sempre con questa sua strana conformazione, anche verso l’alto. Sembrava che si avvinghiasse, viscosità fossilizzata, ai muri.

Lo spazio era quasi sgombro; i mobili -un letto, una sedia, un tavolino, un armadio- erano tutti collocati verso la parete di fondo. Partendo da sinistra c’era l’armadio a due ante, poi, subito attaccato, il letto, con il lato lungo verso il muro, infine il tavolino e la sedia.

In seguito scoprii che dentro l’armadio, privo del pannello ligneo posteriore, c’erano i sanitari: un water e un lavandino con un unico rubinetto per l’acqua fredda. Tutte le superfici lignee e metalliche della stanza, in pratica solo le parti dei mobili fatte con questi materiali, erano incredibilmente levigate e apparivano in qualche modo come impregnate di una sostanza grassa. Sembravano un po’ i manici degli attrezzi dei contadini dopo anni e anni d’uso: lucidissimi. Non essendoci finestre, la luce proveniva da un lampadario con due lampadine. Avevo dodici ore di luce e dodici ore di buio, almeno all’inizio; in seguito non riuscii più a sapere i tempi del periodo giorno-notte che mi veniva imposto artificialmente.

Fin dall’inizio della prigionia in quell’ala del carcere, ogni cinque o sei ore, delle urla lancinanti provenienti da una cella vicina mi facevano rabbrividire. C’era un altro sfortunato prigioniero nell’ala di Boris. Inoltre questo prigioniero o veniva torturato o era pazzo. Credetemi, pregai, io ateo convinto, affinché l’altro compagno di sfortuna fosse impazzito e non torturato; ma soprattutto pregai che fosse impazzito non nel carcere o comunque non per motivi legati alla sua reclusione.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 25

Grazie al fatto che sapevo già abbastanza bene il russo, mi abituai facilmente alla nuova situazione; il problema più pesante rimaneva il clima.

Non partecipai attivamente alla vita politica, trovai una donna più vecchia di me, ci innamorammo e iniziammo a convivere. La nostra casa s’affacciava su uno dei tanti canali che costellano la città baltica. Il fatto che leggessi tutta la poesia che mi capitasse sotto mano e il fatto che fosse risaputo che in ogni occasione buona mi facessi portare certi libri che arrivavano dall’occidente capitalista, risultarono la causa che diede inizio alla mia sorveglianza da parte di una certa sezione dei servizi politici per gli interni. A capo di quella sezione, mi sembra si chiamasse “Propaganda e Cultura”, a Leningrado c’era un certo Boris Koprakov: che fosse un omuncolo meschino e inetto era voce sulla bocca di tutti.

Per questo, però, era anche molto pericoloso per persone come me. I suoi superiori affidavano gli incarichi più importanti alla sua sezione saltandolo sistematicamente, gli lasciavano invece i casi meno importanti. Lui, ben sapendo questa prassi, scaricava la sua frustrazione esasperando certi metodi.

Inoltre, visto che veniva ignorato dal sistema, aveva praticamente mano libera. Un giorno, tornando dal lavoro, trovai Tatjana piangente in casa.

Erano stati a prendere tutti i miei libri e le mie carte ed erano già di sotto ad aspettarmi. Dovetti andare con loro, erano uomini di Koprakov.

Riuscii a salvare qualche scritto e qualche libro che avevo nascosto per precauzione; avvisai Tatjana della cosa e le chiesi, baciandola, di conservare tutti i materiali con la massima cautela e di non farli vedere a nessuno.

Il 23 dicembre 1949, primo anniversario della morte di Giorgio, fu anche l’ultima volta che vidi Tatjana. Le accuse erano generiche, del resto non poteva che essere così; la più grave, per le mie conoscenze, era quella di “importazione e diffusione di materiali di propaganda anticomunista” e già che c’erano avevano anche inserito un sospetto di “plagio e corruzione della gioventù”; non ricordo bene se le formule che ho qui riferito corrispondano perfettamente a quelle che erano ufficiali allora, però i concetti erano quelli.

Mi venne quasi da ridere al pensiero dell’accusa di corruzione della gioventù, mi immaginai condannato alla pena che toccò a Socrate per un reato identico: bere la cicuta. Non potevo immaginare che in alcuni giorni della mia lunga prigionia sarei giunto a disperarmi per il fatto di non avere il veleno a mia disposizione.

Koprakov aveva un metodo tutto suo per ovviare a certe lungaggini burocratiche, sia che si trattasse di carpire una confessione scritta, sia che si trattasse di aspettare il processo e il verdetto. Il suo motto era: “Intanto in cella, che se non sappiamo noi il perché, lo sa sicuramente il prigioniero”.

Boris Koprakov era un bastardo di prima categoria. Il 28 dicembre 1949, senza aver rilasciato alcuna confessione scritta o orale, senza essere passato davanti ai giudici del popolo, fui rinchiuso.

Rimasi in carcere per quasi sei anni senza alcun cambiamento della mia situazione giuridica; neanche con la morte di Stalin, nel ’52, la mia sorte cambiò. La morte di Stalin fu anche l’unica notizia del mondo esterno che mi giunse nel mio periodo di reclusione; per me quella morte non significò nulla.

Ben più rilevante, a livello mio personale, fu quella di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955.

Un infarto mentre era a letto con un suo subalterno di 22 anni il quale invece di scappare e far perdere le sue tracce, telefonò immediatamente all’ospedale senza neanche rivestirsi; la storia per tre mesi fu uno degli argomenti principali delle discussioni e dei pettegolezzi attorno alle bottiglie di vodka, per tutti i locali di Leningrado. In verità non tanto per l’omossessualità, quanto per la differenza d’età fra i due.

Il giovane si suicidò dopo che i genitori non lo vollero tenere più in casa e dopo che la fidanzata lo lasciò; anche nei paesi comunisti perduravano certe discriminazioni.

Prima di passare alla mia scarcerazione, debbo per forza darvi qualche informazione in più sulla mia prigionia, la mia cella, la mia tortura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 23

Sono nato a Cervignano, nella Bassa friulana, il 17 novembre 1923 da Antonio Massi e Rosa Bulfon. Mi hanno chiamato Giordano, ho sempre avuto una memoria d’acciaio per le date. Mio padre era socialista; era una testa calda, sempre in prima linea, fu picchiato a sangue dai fascisti nel 1924 e poi nel 1927; riuscì entrambe le volte a cavarsela.

Morì di infarto nel 1933. A differenza di alcuni anarcosindacalisti che seguirono Mussolini quando fu espulso, lui rimase sempre fedele al partito socialista.

Mia madre lavorava tra campi e filanda, mio padre faceva il bracciante.

La mamma morì nel ’44 per un’esplosione, ci furono altre tre vittime nello stesso scoppio.

Allora avevo vent’anni; sì, ho passato tutta la mia gioventù sotto il fascismo, poi la guerra e non sono più stato giovane.

Lo stesso anno in cui morì Rosa, visto che non mi legava più nulla al mio paese natale, andai con i partigiani slavi. “Comunista, italiano…!”, gridai così quando li trovai su per le valli. Erano in cinque, mi diedero qualcosa da mangiare, poi parlottarono un po’ fra loro. Penso che decisero di portarmi con loro perché, fra le poche cose che dissi, misi in mezzo anche il nome di uno dei capi dei comunisti di Cervignano a riguardo del quale era risaputo che avesse contatti costanti con vertici comunisti sloveni. Dopo alcuni giorni conobbi anche uno dei loro comandanti, lo chiamavano Boka. Mi chiese il nome e io gli dissi “Giordano di Cervignano”, lui rise con la sua voce profonda, poi a tutti quelli che erano lì attorno disse delle frasi in sloveno, capii solo che il mio nuovo nome, il nome di battaglia, sarebbe stato Bruno.

Boka se la rideva ancora quando andò via, io ero diventato per tutti Giordano Bruno da Cervignano, poi solo Bruno. Combattei e imparai un po’ lo sloveno.

Nel marzo del 1945, dopo uno scontro con un gruppo di fascisti e tedeschi, rimasi tagliato fuori dal mio gruppo. Andai così con i partigiani italiani, in un GAP. Poi partecipai alla liberazione di Udine, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in seguito a quella di Cividale.

Nella battaglia di Gorizia, una delle prime del movimento resistenziale italiano, persi due miei amici d’infanzia: Gianluca e Giovanni.

A settembre del 1945 tornai a Cervignano, trovai qualche vecchio amico, trovai anche due di quelli che avevano picchiato mio padre nel ’27. Se ne andavano in giro come niente fosse, erano stati furbi perché con la repubblica di Salò si erano tenuti in ombra, del resto con la guerra e il mercato nero avevano messo su una discreta fortuna e per loro non valeva più tanto rischiare troppo.

Una sera li aspettai dietro un angolo, e con l’aiuto di Giorgio, mio coetaneo, li accoltellai entrambi. Scappammo a Trieste, poi in Istria. Seppi solo nel 1957 che uno, P.Q., era morto la sera stessa, l’altro se l’era cavata e faceva la bella vita a Udine. Ma quando mi giunsero queste notizie, mi risultarono totalmente indifferenti, del resto nel ’57 la mia vita era ormai completamente sconvolta. Meglio però che proceda con ordine.

Con Giorgio, l’amico di Cervignano compagno di vendetta e di fuga, le cose per me cambiarono molto.

Lui aveva studiato, sapeva il tedesco e anche l’inglese, inoltre era comunista perché aveva letto Marx e Lenin. Io invece ero andato con i partigiani comunisti istintivamente, per salvarmi; ma sentivo ancora l’influsso della militanza socialista di mio padre il quale, pur essendo una testa calda, non aveva mai lasciato la vecchia bandiera per passare col PCd’I, poi PCI.

Dopo la fuga trovammo una sistemazione a Capodistria-Koper. Lì di giorno lavoravamo per distribuire cibo alla popolazione e mantenere l’ordine pubblico; molte sere invece d’andare a bere o con le donne, le nostre amiche si chiamavano Marika e Sandra, leggevamo insieme i libri che Giorgio si portava sempre appresso.

Giorgio mi insegnò il tedesco, perfezionai il mio sloveno, iniziai anche a studiare il russo. Terminò il ’45, poi anche il’46, intanto trovammo insieme lavoro come traduttori. In seguito iniziammo attività di propaganda comunista e filofederativa a Trieste. Nel ’47 fummo espulsi dalle autorità alleate. Giorgio rimase a Capodistria, io andai a Rijeka-Fiume.

Lì fui impiegato come muratore. Ormai da più di due anni vivevo in Yugoslavia e sentivo questo paese come il mio, o meglio ero convinto che vi sarei rimasto per sempre e che alla fine lo avrei considerato la mia patria. Mi tenevo sempre in contatto con Giorgio, lui leggeva quasi sempre libri di politica o filosofia, io invece avevo iniziato ad appassionarmi alla letteratura, in particolare alla poesia; e leggevo quello che avevo a disposizione, in lingua originale russi, italiani, tedeschi e yugoslavi (in genere sloveni, serbi e croati), in traduzione inglesi e francesi. Giorgio non era molto contento di ciò, per lui tutta la poesia era frutto del mondo borghese; anche quella con contenuti progressisti e politicamente condivisibili e scritta nei paesi comunisti -mi ripeteva spesso- risultava una scoria del mondo borghese che sarebbe prima o poi completamente scomparsa, lasciando spazio a arti più idonee al nuovo mondo socialista quali l’architettura, il teatro, la musica, la cinematografia.

In sintesi questo era il pensiero di Giorgio sull’arte; ciò non toglie che non disdegnasse l’ascoltare i resoconti delle mie letture poetiche.

Se penso ora a quel periodo, confrontandolo con i decenni successivi, mi viene una certa nostalgia, sono stati forse i miei giorni più belli; il mio giudizio però può essere fortemente condizionato da due fattori.

STUPIDAGGINI. EPILOGO – capitolo 18

Riuscì a svegliarsi da una sorta di ipnosi data dalla paura, riuscì ad estrarre dal borsello in pelle una specie di pistola di vetro soffiato. L’aveva fatta realizzare lui, dopo alcuni anni di studio per produrne il progetto, da un suo amico maestro vetraio di Murano.

Impugnò l’arma dissolvitrice, la puntò verso l’entità oscura che era già tornata verso il centro del cerchio magico e ora si trovava a meno di mezzo metro da lui.

Il cacciatore disse rapidamente le tre parole che attivavano l’arma.

Ma non accadde nulla, l’ombra era lì, incredibilmente materiale, sembrava quasi che respirasse. Ritentò l’attivazione dell’arma con le tre parole, l’arma funzionava, ma l’essere non veniva dissolto.

Il suo viso era ormai pallido, non sapeva più cosa fare, lui. ateo convinto, iniziò a pregare. Si mise in ginocchio.

La figura nera passò attraverso il computer e il portavivande, ora era proprio di fronte al cacciatore supplicante.

Il fantasma appoggiò una mano sulla testa dell’uomo, come per benedirlo.

E disse:”Nella vita alla fine si trova sempre qualcuno più avanti per conoscenze e abilità! Eppoi, alla tua età, ancora a giocare con certe stupidaggini!”.

A quelle parole l’animo del cacciatore ritrovò un po’ di calma.

Nella sua mente si fece strada una piccola speranza, ne sarebbe uscito vivo!

Per un millesimo di secondo qualche miliardo di neuroni del suo cervello si lasciò trascinare da una idea folle: ha detto “stupidaggini”, è la contessa travestita, mi stanno fregando e prendendo in giro.

Ma poi diede retta ai suoi sensi, che gli dicevano che in piedi davanti a lui c’era un’entità di classe A, la quale, pur apparendo fortemente materializzata, era passata attraverso il computer e il porta vivande senza alcun problema.

L’idea folle si riaffacciò: mi stanno fregando con sofisticati ologrammi.

Ma non era possibile, aveva sentito il peso e il contatto della mano materializzata del fantasma sulla sua testa, mentre gli aveva detto quell’unica frase.

Il cervello del cacciatore era in iperattività, cercava di elaborare al più presto tutte le informazioni contrastanti, cercava una via d’uscita, una intuizione, qualcosa da fare!

I secondi si stavano dilatando in minuti.

L’elettrochimica del cervello del cacciatore aveva dilatato il tempo interiore dell’uomo.

Intanto il fantasma alzò le braccia e dal tavolo della sala cadde un grosso vaso di cristallo. Nel buio e nell’aria immobile si sentì un trambusto, un tonfo. Nessun urlo partì dalla bocca del cacciatore mentre una miriade di frammenti di cristallo lo trafissero, arrivando a migliaia in profondità, fino ad alcuni organi vitali.

In mezzo a tutto il film della sua vita -quello che si sviluppò nella sua mente in pochi decimi di secondo- ci fu anche una brevissimo passaggio, due fotogrammi dedicati alla Panda rossa con portapacchi:”No, avevo promesso a Stefano che gliel’avrei restituita in 48 ore”.

L’indomani mattina, verso le 6 e 30, servitù e conti erano tutti svegli e in trepida attesa davanti alla porta massiccia del salotto infestato.

Dopo aver chiamato ripetutamente e non aver ricevuto alcuna risposta, presero un po’ di coraggio ed entrarono nella stanza.

La scena non era delle migliori e non era neppure ciò che si aspettavano.

Trovarono il cacciatore morto, ancora in ginocchio, tutto sporco di sangue, a chiazze, come se gli fosse esplosa a pochi centimetri una granata antiuomo.

Era davanti alla sua attrezzatura ancora accesa e in mezzo ad un disegno sul pavimento, un disegno mezzo cancellato.

La governante svenne, i conti e il maggiordomo non riuscirono a dire e fare nulla. Solo la contessa ebbe la forza d’animo di avvicinarsi al cadavere. Provò a sentire le pulsazioni sul collo, nulla, proprio morto. Si guardò un po’ attorno, vide verso un angolo della sala una mela mangiata per due terzi, di quelle verdi succose che fanno lo schiocco quando vengono morse.

Toccò il mouse del portatile e sul video apparve un file aperto. C’erano alcune frasi digitate:

CARI AMICI,

A VOLTE CAPITANO COSE INASPETTATE.

NON È FACILE FERMARE UN FANTASMA CHE NON CREDE ALLA MAGIA E AGLI SPETTRI E CHE È ESPERTO DI LOGICA, FILOSOFIA E BAZZICA DI INFORMATICA.

IL VOSTRO AFFEZIONATO BERTRAND RUSSELL.

P.S.: LA MELA ERA MOLTO BUONA, LO SEGNALERÒ ANCHE A NEWTON. TORNERÒ ANCORA IN FERIE DA QUESTE PARTI, IL PANORAMA È SEMPRE SQUISITO.

La Contessa disse “Parbleu!” e pensò “Fanculo!”.

La Panda rossa non era più in cortile, sparita senza alcuna spiegazione.

STUPIDAGGINI. dei racconti – capitolo 17

Alle 2 e 50 iniziò a dubitare della sincerità dei suoi ospiti, ma sarebbe rimasto lì tutta la notte e non avrebbe smantellato le sue attrezzature fino all’alba.

Una volta, in un caso simile, aveva smantellato tutto e lo spirito –un ectoplasma di classe C- presentatosi molto in ritardo, gli era sfuggito costringendolo a una settimana di appostamenti notturni spossanti, finché lo spirito non si ripresentò pensando che il cacciatore di fantasmi se ne fosse già andato via, solo allora riuscì a bloccarlo e a dissolverlo.

Certo, quella volta non aveva corso alcun pericolo, ma con un’entità di classe A non era il caso di essere imprudenti, visto che spiriti ed entità di quel genere spiccavano per la capacità di interagire con la materia, quindi potenzialmente anche con il suo corpo.

Alle 3 e 15, mentre stava addentando una mela e si era già fatto l’idea che non sarebbe successo nulla, ebbe una strana sensazione, istintiva.

Nella sala non era cambiato nulla, però stava succedendo qualcosa.

Aguzzò la vista e tese al massimo le orecchie, gettò la mela mezza morsicata.

Verificò la collocazione del borsello di cuoio in cui teneva l’arma che gli permetteva di dissolvere spiriti, fantasmi, ectoplasmi e via dicendo.

Nel salotto l’unica luce presente era la scura luminosità dello schermo del PC portatile, su cui permaneva una videata salva schermo integralmente nera.

L’aria si fece umida e immobile.

Sì, innegabilmente stava accadendo qualcosa.

Ed ecco che in un punto distante apparve la classica zona di prematerializzazione, uno spazio in cui sembra che le molecole dell’aria acquistino spessore.

Dopo alcuni minuti, proprio dall’angolo della stanza a nord, sul lato dove lui aveva disegnato il pentacolo, apparve una massa scura, una figura piuttosto imponente.

Non c’era alcun particolare o alcun tratto che fosse distinguibile.

Con movimenti lentissimi il cacciatore impugnò il mouse e vide cosa registravano i suoi strumenti: ultrasuoni ZERO SU ZERO, presenza ectoplasmatica ZERO SU ZERO, interferenze nel campo psicomagnetico ZERO SU ZERO.

Stranissimo, eppure lui vedeva qualcosa, sentiva anche uno strano fruscio.

Ad un tratto la figura si dimezzò in altezza, come se raccogliesse qualcosa da terra, e si sentì un rumore stranissimo, uno specie di schiocco prodotto dalla rottura di qualcosa di solido e spugnoso allo stesso tempo.

La figura nera e massiccia riacquistò la sua altezza originaria, ora si avvicinava sempre più.

La curiosità per l’evento abbandonò l’animo del cacciatore e si fece spazio la paura.

Evidentemente gli apparati tecnologici non servivano a nulla, non riuscivano a percepire quella presenza, figurarsi a interagire con essa o ancor più poterla bloccare.

L’unica speranza per bloccare la cosa e dissolverla, o quantomeno per resisterle, era ormai l’apparato magico alchemico.

Certo, era un apparato validissimo, lui non aveva mai sottovalutato gli aspetti tradizionali legati all’esorcismo e allo spiritismo. Il suo motto era “Anche se non sono ancora riuscito a scoprire perché, funziona e allora io utilizzo!”.

Il cacciatore era come paralizzato, ma questo era un bene. Infatti se la paura l’avesse fatto correre via, sarebbe uscito dal cerchio magico e fra lui e quell’essere ci sarebbe stata solo l’arma nel suo borsello, un’arma potente ma che era efficace al cento per cento solo se spiriti, fantasmi e simili venivano prima immobilizzati con altri strumenti e altre tecniche.

La figura scura, tremendamente materiale per essere uno spirito, avanzava lentamente verso di lui, si trovava ormai a solo un metro dal cerchio magico.

Il cacciatore attendeva, fiducioso della protezione dei suoi apparati di tipo metafisico.

L’entità era ormai ad un passo dalla circonferenza disegnata sul pavimento e, dopo due o tre minuti, la superò di circa 5 centimetri senza che succedesse nulla.

Lui era ormai invaso dal terrore.

Però, ad un tratto, l’entità arretrò.

Un ghigno di soddisfazione riempì il viso del cacciatore, ancora pallido per la paura precedente. Il suo cuore riacquistò un battito più rallentato e regolare.

La grossa figura oscura si recò verso il pentacolo a nord, si inginocchiò, cancellò tranquillamente il pentacolo e con un dito che si vide chiaramente lo ridisegnò un po’ più grande.

Lui intanto andò in un lago di sudori freddi, si sentì mancare, altro che ghigno sul viso.

Il gesso alchemico per quella presenza era ininfluente, così il pentacolo e, a questo punto, quasi con certezza anche la lastra d’argento; nulla potevano i segni del principio e della fine, l’Alfa e l’Omega. Quindi un pensiero gli perforò il cervello come il trapano di un dentista che affonda per errore nella polpa di un molare:”Si tratta dell’inizio della fine, la mia!”.

STUPIDAGGINI. dei racconti – capitolo 15

Loro che avevano ospitato diversi premi Nobel italiani e stranieri; che avevano conosciuto Bertrand Russell –filosofo della scienza e abilissimo divulgatore scientifico anglosassone- più volte poco prima che morisse, loro che facevano parte dell’associazione italiana nazionale nata per smascherare maghi, esorcisti, medium e vari ciarlatani, sì quella presieduta da Piero Angela. Proprio a loro era dovuta capitare una cosa del genere.

Una stanza infestata da fantasmi… …roba da romanzo dell’800. Almeno a quel tempo era una cosa più o meno originale dal punto di vista letterario, ora neanche quello.

Però non sapevano più da che parte voltarsi.

Così avevano chiamato lui, conosciuto spiritista ed esorcista operante tra Italia del Nord e Ungheria, soprannominato “il cacciatore”.

La contessa aveva detto:”Almeno è ateo e oltre a pentacoli, formule magiche e ulteriori stupidaggini si porta dietro un computer e altri strumenti scientifici”.

Gli ospiti si congedarono dalla cena verso le 22:30, lui salutò e si ritirò nella stanza infestata. Avrebbe voluto dire alla contessa che certe stupidaggini gli avevano salvato la vita molte volte negli ultimi anni, ma tacque, era un professionista e i conti D***** pagavano bene, tremendamente bene.

Verso le 22:45 il maggiordomo chiuse a chiave la porta massiccia del salottino, con il cacciatore di fantasmi all’interno.

Il maggiordomo gli disse “Buonanotte!” e se ne andò via ridacchiando.

Alle 23:15 tutto taceva nella villa.

Lo avevano informato che le incursioni, nel salotto, rigorosamente sigillato sia nella porta che nelle finestre, si verificavano verso le 2:30, per raggiungere l’acme verso le 3:15.

A quel punto ogni notte al castello non si riusciva più a dormire a causa dei rumori, e nessuno aveva mai avuto il coraggio di entrare di notte nel salotto per vedere cosa o chi producesse quel caos. All’alba di ogni giorno la sala appariva normale, in ordine. Solo alcuni libri, per lo più scientifici, erano collocati in modo diverso nella piccola libreria che arredava un angolo del salottino.

Ben presto però la cosa si sarebbe spiegata e risolta.

Il cacciatore aveva più di due ore per preparare la sua attrezzatura.

Partì seguendo un preciso ordine.

Esaminò attentamente la stanza, memorizzando la posizione dell’arredamento, della porta e delle finestre. Misurò con un lungo metro larghezza e lunghezza della sala, poi passò alle diagonali e trovò così il centro preciso della pianta rettangolare.

Iniziò da lì, piantando un chiodino nel pavimento, vi collegò uno spago con un gessetto all’altro capo, il gessetto era di quelli speciali, che fabbricava lui stesso e che conteneva una buona percentuale di polvere d’argento. Disegnò così un cerchio perfetto del diametro di circa 2 metri. Facendo ben attenzione a non intaccare il perimetro in gesso della circonferenza, disegnò all’esterno a 0 gradi –sul punto Nord- un pentacolo, a Est scrisse la lettera ALFA e a Ovest la lettera OMEGA. A Sud collocò una lastra in argento con sopra scritte alcune frasi dell’antico testamento in una lingua semitica.

L’operazione era da svolgere delicatamente, con precisione e senza fretta, ci mise circa mezzora. Si portò allora al centro dell’intero allestimento, aprì un seggiolino da campeggio, svuotò il portavivande e lo utilizzò come tavolinetto per appoggiarvi il PC portatile. Preparò il collegamento per l’alimentazione con le batterie. Rilesse gli appunti che aveva preparato relativi alla classificazione dello spirito, sempre che si fosse trattato di una presenza del genere. Viste le casistiche, la natura delle incursioni, i tempi di apparizione, il luogo prescelto, arrivò a confermare le previsioni che aveva buttato giù alcuni giorni prima.

Doveva trattarsi di una entità di classe A, quindi ente spritico con identità ben definita, probabilmente del gruppo 1 o 2, con forti possibilità che appartenesse alla variante “alto adriatica”, comune fra Friuli, Austria, Slovenia e Croazia.

Era ormai notte fonda, mancava un quarto alle 2:00.

Bevve un caffè.

Ad un tratto, però, si assopì.

Nel dormiveglia scorse in un mobiletto una vecchia cassetta VHS del film “Ghostbusters”, sorrise, “Che idiozia!” pensò, si rese conto che doveva svegliarsi.

Accese il computer, verificò il funzionamento delle periferiche: una antenna particolare di sua invenzione, un microfono associato ad un programma tarato sugli ultrasuoni, una stampante ad aghi ad alimentazione continua, in verità piuttosto obsoleta, ma lui se ne era affezionato.

Tutto OK, verificò i programmi e svuotò il computer di alcuni file di vecchi casi, piuttosto pesanti, per non trovarsi con carenza di memoria in un frangente come quello.

Il suo orologio da polso lo avvisò con un “bibiit” che erano le 2 e 20.

Mancavano ormai solo dieci minuti, sentì salire la tensione, ma riuscì a mantenere il livello di stress entro limiti positivi. Tutti i suoi strumenti e tutti i suoi sensi erano pronti a percepire qualsiasi piccolo avvenimento nella sala. Si sentiva sicuro, aveva ormai alle spalle anni di esperienza, aveva eseguito ogni operazione con cura. Pensava già di prolungare l’osservazione dell’entità spirituale per raccogliere nuovi dati e nuove informazioni, l’avrebbe dissolta all’ultimo momento.

Alle 2 e 30 si sentiva come un ghepardo in agguato per assalire la preda.

Non per nulla lo chiamavano “il cacciatore”, in centinaia di azioni aveva fallito solo due volte.

E da quei due fallimenti, esaminati scientificamente a vari livelli –tecnico, psicologico, operazionistico, cognitivo, interazionsitico, organizzativo, chimico alchemico e magico- aveva tratto importantissime informazioni per migliorare la sua professionalità.

Passarono alcuni minuti, poi decine di minuti, alle 2 e 45 non era ancora accaduto nulla.

STUPIDAGGINI. dei racconti – capitolo 14

Mi dedicai quindi ad approntare il Pentacolo Elettrico, disponendolo in modo che ciascuna delle “punte” e delle “gole” coincidesse esattamente con le “punte” e le “gole” del pentagramma disegnato sul pavimento. Poi collegai la batteria e, l’istante successivo, si diffuse tutt’intorno la pallida luminosità blu dei tubi catodici.

W.H. Hodgson 1911.

Beh… insomma. Che avesse dovuto chiedere in prestito quella Panda rossa scassata con portapacchi arrugginito era proprio il colmo. Mai possibile che in quell’angolo di Italia, vanto di efficienza, lavoro, onestà non ci fosse un cacchio (lui diceva cacchio, cazzo era troppo volgare, cacofonico, sua madre aveva ricevuto un’educazione da signorina bene e lui ne aveva risentito) di servizio di rent-a-car a disposizione, eppure erano solo le 3:00 di notte. Un servizio h24… ma neanche per sogno. Vabbè.

Eppure era così.

Allora si rivelò una fortuna che fra le sue passioni ci fossero anche le arti visive e che, tra un incarico e l’altro a Parigi, avesse conosciuto quel pittore originario della zona entrando per caso in una galleria dove questo stava esponendo. Si trovarono subito simpatici.

“Cacchio” aveva detto lui davanti ad una tela incredibile, 120 x 120 -“Cribbio” aveva detto l’altro “Sono secoli che non sentivo dire cacchio”! – “Beh, cribbio lo diceva mia bisnonna suora laica”. Insomma, si erano trovati in sintonia, le loro madri avevano entrambe ricevuto una educazione da signorine bene e loro ne avevano risentito entrambi: dicevano raramente “cazzo”.

Quindi, arrivato in città era stato costretto a disturbare l’amico artista e a chiedergli un piacere: mettergli a disposizione un mezzo qualsiasi.

L’amico era un po’ strano. Non si era lamentato per nulla che fosse notte fonda. Puzzava che era una meraviglia, barba lunga di qualche mese, abiti sgualciti, sembrava anch’egli sgualcito. Un pittore sgualcito. Il pittore non lo fece neppure entrare in casa, farfugliò qualche frase strana, dopo un po’ di titubanza gli si accesero gli occhi come di nuova vita, l’artista propose uno scambio. Avrebbe dato la sua macchina all’amico psicostudioso di non si sa che, per qualche giorno, certo che sì, ma solo se al ritorno questi avesse esaminato con attenzione e con i suoi strumenti una certa tela, un quadro che presentava dei fenomeni piuttosto strani (come del resto la sua pelle, ma di questo non fece alcun cenno). Così il pittore bizzarro lo portò subito nel garage sul retro della casa, gli diede le chiavi del mezzo prima ancora di ricevere una risposta affermativa o negativa alla proposta di indagine pittorica e se ne rientrò tutto contento e sorridente -con fare circospetto e diffidente- in casa.

Il cacciatore caricò in macchina le pesanti borse con l’attrezzatura, mise in moto, accese i fari e sparì con la Panda rossa per le strade della periferia. All’alba giunse presso la villa. Verso le 9:00 si fece vivo con i clienti, i quali lo accolsero fornendogli vitto e alloggio. Passò una giornata di riposo e di raccolta di informazioni, poi di preparativi.

Giunse la sera.

Prese dalla sua valigia il computer portatile.

Lo pose al centro del salottino stile ‘700 inglese, quella zona della sala era stata precedentemente sgombrato da mobili e tappeti.

Portò in quel punto le batterie e il resto dell’attrezzatura.

Aggiunse anche un portavivande con dentro qualche panino, dell’acqua, alcune mele e un grosso termos pieno di caffè.

Lo chiamarono dal piano terra della villa.

La cena era pronta. Mangiò con gusto tutte le portate.

Un piatto di petto d’oca affumicato affettato, leggermente condito con aceto balsamico, crespelle con asparagi accompagnate da un tocai speciale, gnocchi con lepre, spezzatino di cinghiale accompagnato da un rosso corposo e infine il dolce, un fantastico strudel di mele ben aromatizzato con cannella, associato ad una calda crema alla vaniglia, ma ci sarebbe stata bene anche una pallina di gelato allo stesso gusto.

Gli ospiti, vecchio casato della nobiltà locale, lo avevano chiamato circa una settimana prima per risolvere un increscioso caso di infestazione da spiriti.

La villa di famiglia dei conti D***** era collocata in una posizione panoramica lungo la fascia collinare pedemontana. Il classico parco con alberi secolari si sviluppava sul retro dell’edificio e dopo un paio di chilometri diveniva un tutt’uno con gli ultimi margini di un bosco di latifoglie. Il caso era dei più comuni: uno dei salotti del secondo piano del castello di famiglia era chiaramente il luogo di costanti e ripetute visite notturne di qualche entità spiritica non ben identificata.

I conti, i due fratelli gemelli, scaltri affaristi, avevano pensato di sfruttare la situazione dal punto di vista turistico, ma la contessa, sorella maggiore, si era rifiutata categoricamente. Già quella specie di fantasma veniva a turbare la pace del luogo, figurarsi torme di turisti in maglietta e pantaloncini, magari con T-shirt troppo corte da far intravedere ernie ombelicali su ventri da birrazzati e sandali indossati con pedalini color carne. La contessa era stata categorica:”Neppure per idea! La mamma si rivolterebbe nella tomba!”.

Vista la sana tradizione liberale e illuminista della famiglia, i nobili non riuscivano ancora a capacitarsi dell’accaduto.