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LA PE(N)NA DI SANDRO. parte sesta – capitolo 28

(assolo in prima persona)

Sì, dai, racconto io.

Faceva freddo, uno di quei freddi secchi e pungenti, ma c’era anche un bellissimo sole, l’aria pulitissima. Si vedevano oltre al mare azzurro le montagne friulane. Sembravano dei menhir ancestrali nati dal fondo dell’oceano (qui ci sarà il patito di geologia che dirà: sì, hanno un’origine sedimentaria marina; oppure il fan di Lovecraft che partirà con strani accostamenti).

Abbiamo preso l’autobus, all’inizio era pieno di gente. Quando lo prendo io, l’autobus è sempre pieno di gente. Con la stagione fredda i viaggi su mezzo pubblico sono un po’ meno impegnativi. Almeno si evita il fattore olezzo-sudore-untume umani poco trattati con acqua e sapone. Lasciamo perdere i profumi (non i deodoranti) che tentano di coprire l’in-copribile e creano dei mix acidoaromatici da suicidio collettivo. A volte col caldo preferisco farmi i chilometri a piedi piuttosto che salire su autobus semiscassati e talmente carichi di gente che sulla fiancata potrebbero metterci la pubblicità delle sardine in scatola. Sarebbe una grande trovata pubblicitaria: sardine di nome, stipate di fatto. Ma sto divagando.

Dunque, Monia ed io abbiamo preso l’autobus. Destinazione: Miramare.

Man mano che ci allontanavamo dalla città l’aria si alleggeriva. Le frenate però si facevano sentire di più e bisognava tenersi con più forza.

Eravamo rimasti in piedi per tutto il tragitto. Non amo l’autobus, ma per Monia qualsiasi cosa, anche una campagna di Russia! Non avrei mai perso un’occasione per stare con lei, per vederla oscillare alle fermate, per sperare che capitasse la frenata più improvvisa e più forte, così lei per stare in piedi si sarebbe appoggiata a me. I nostri corpi si sarebbero toccati, ci saremmo toccati, magari lei si sarebbe aggrappata in un abbraccio imprevisto, magari le sarebbe piaciuto, e da imprevisto l’abbraccio sarebbe diventato caldo e voluto. Uno sfiorarsi del volto, un incrociarsi degli occhi, un chiudere le palpebre.

Invece niente. Vabbè!

Siamo arrivati a Miramare, ho fatto qualche figura di merda, come al solito. Anche con le persone al bar. Poi tra freddo, Russia e altri pensieri le ho dato un nuovo racconto da leggere. Banalmente c’erano di mezzo anche i russi. Per dargli un’aria datata ho anche riesumato alcune grafie con K e Y al posto di C e J, per certe parole. Una chicca, ma solo autoreferenziale. Era un racconto che non mi ha mai convinto del tutto, comunque tutto fa brodo. Il mio obiettivo è allungare questa fase, non mollare. Se l’è tenuto, troppo lungo per riuscire a leggerlo al bar, ha detto così. In effetti è lunghetto. Perfetto, questo racconto magari pesa tre volte in termini di tempo rispetto a quelli standard. Abbiamo bevuto una buonissima cioccolata, ma più dolci, buone e fragranti, aromatiche sarebbero state le labbra di Monia.

Monia ha delle labbra stupende, paiono vellutate, morbide, secondo me sanno di cannella e zucchero. Le potrò mai assaggiare?

Mi sa che dovrei dire a Monia delle cose, ma non sui racconti.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte quinta – capitolo 22

Faceva freddo, ma c’era anche un bellissimo sole, l’aria pulitissima. Si vedevano oltre al mare azzurro le montagne friulane. I due ragazzi avevano preso l’autobus, si erano dati appuntamento alla fermata vicino alla stazione ed erano andati a Miramare. All’inizio l’autobus era pieno di gente, stipati come asparagi sott’olio o come sardine in scatoletta. Per fortuna d’inverno non si possono apprezzare le diverse tonalità del sudore ascellare: freschissimo, fresco, di qualche giorno, settimanale, oltre 15 giorni di coltura batterica. Con la stagione fredda i viaggi su mezzo pubblico sono un po’ meno impegnativi, certo ti capita a volte la nonnina che ha appena mangiato mortadella e aglio, ma con qualche accorgimento si riesce a sfuggire all’arma chimica che non ha nulla a che invidiare con la morte nera di Star Wars.

Man mano che si allontanavano dalla città l’autobus -mezzo di discreta età e vicino allo sfasciarsi da solo senza ausilio di ganasce meccaniche- si svuotava, l’aria si alleggeriva. Le frenate però si facevano sentire di più e bisognava tenersi con più forza.

Monia e Sandro erano rimasti in piedi per tutto il tragitto. Sandro non amava l’autobus, ma Monia era stata inamovibile: “Oggi a Miramare!”. Come molti studenti fuori sede non erano automuniti.

Del resto Sandro l’avrebbe seguita anche se lei gli avesse detto: “Oggi campagna di Russia!”. Non avrebbe mai perso un’occasione per stare con lei.

Fu una giornata fantastica, per fortuna il bar all’interno del parco era aperto. Entrarono nella struttura che assomigliava un po’ ad una serra ottocentesca, si sedettero, ordinarono una cioccolata calda con cannella e panna.

Alcune fiamme di candela tremolavano, seppur poco visibili per la luce forte del sole.

– Chissà perché sono ancora accese?- dissero in coro Monia e Sandro. Si misero a ridere.

– Monia, grazie per l’invito! Ma perché con questo freddo e proprio in questa stagione qui a Miramare? Ci saremmo potuti venire mille volte in primavera o anche in autunno, certo… se mi chiami tu io vengo ovunque, in qualsiasi luogo e con qualsiasi tempo.

Sandro nel dire queste parole arrossì un po’, forse anche balbettò: qua qua qualsiasi luogo e con qua qua qualsiasi tempo. Intanto Monia beveva la sua cioccolata calda e si faceva dei bei baffoni bianchi con la panna.

Tacevano e ridevano.

Sandro avrebbe voluto pulirle gli sbuffi bianchi con la mano, anzi con le labbra, anzi con la lingua. Si sarebbe incollato a Monia con quella panna, avrebbe pregato qualsiasi divinità assirobabilonese decaduta che quel bianco fosse cemento a presa rapida o colla mille chiodi… Per rimanere attaccato bocca a bocca con la ragazza fino all’intervento dei pompieri chiamati dal barista. Si ricordò di un film in cui due adolescenti restavano bloccati dopo un bacio alla francese perché i rispettivi apparecchi dentali si erano agganciati l’un con l’altro.

– Sandro! Ehi, Sandro!

Il ragazzo si svegliò così da un sogno (o incubo) ad occhi aperti.

– Sì, che c’è? Vengo sicuramente in Russia con te!

– Ma che dici? In Russia? Sei fuori, ti fai di qualcosa?

– No, no! Scusa… – questa volta diventò tutto rosso visibilmente.

– A proposito di Russia, mi avevi detto di quel racconto, quel giorno che avevamo sentito cantare il Coro della Resistenza.

Sandro non riusciva più a parlare, tirò fuori un plico dei fogli stampati e pinzati, lo passò a Monia, in modo meccanico. Lei appoggio la schiena, allungo le gambe, iniziò a leggere e senza accorgersene appoggiò i suoi calcagni sul piede sinistro di Sandro. Chiaramente lui non si lamentò e non spostò il piede. Dolori d’amore.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte terza – capitolo 12

“Dunque, 2 per 4 uguale 8, quindi vorrebbe dire che con otto racconti coprirei circa un mesetto, se ci vedessimo ogni settimana e se ogni volta leggessimo completamente due racconti. Però non vale, perché dovrei valutare il genere, se piace o no cambia la velocità di lettura anche per Monia. Poi non succede quasi mai che ne legga due interamente di volta in volta, più facilmente uno e mezzo. Inoltre la velocità di lettura cambia se lei vi si applica con me presente o in mia assenza…”. Sandro era immerso in pensieri di questo tipo, si trovava a svolgere tre ruoli diversi per mantenere l’attività diventata per lui quella essenziale, vitale, esistenziale: tenere agganciata Monia con questa cosa della lettura dei suoi scritti. Gli pareva ancora un miracolo che la ragazza avesse accettato. L’unica motivazione plausibile era quella che, sotto sotto, anche per lei ci fosse qualcosa oltre all’amicizia. Ma Sandro sapeva che questa era una proiezione-speranza del suo personale stato emotivo: cotto come una pera cotta per Monia.

Torniamo ai tre ruoli dedicati alla prosecuzione di questa cottura sentimentale sandresca.

In primo luogo revisione ed editing dei racconti che aveva prodotto in qualche annetto. Non era mai riuscito a scrivere i romanzi progettati. La sua forma mentis era quella del racconto breve-medio. Nella tradizione italiana -diceva un critico famoso di cui Sandro non si ricordava mai il nome- il racconto breve non aveva mai avuto fortuna. Però a lui, pensandoci bene, qualche autore veniva in mente: Boccaccio, Buzzati. Poi anche stranieri che comunque erano stati letti in Italia da molte generazioni: Borges, Poe, Lovecraft, Asimov, Apollinaire. Andando oltre a queste considerazioni abbastanza autoreferenziali e paranoiche, il fatto era semplice e scontato: aveva quei materiali e chiuso.

In secondo luogo ruolo da contabile, doveva far sì di non rimanere mai senza cartucce in canna -cioè racconti sistemati e stampati- e allo stesso tempo doveva impegnarsi a non consumarne troppo velocemente, altrimenti Monia lo avrebbe congedato nel giro di un trimestre. Ecco perché a far divisioni e moltiplicazioni.

In terzo luogo analista psicoantropologico ed economico per valutare il più scientificamente possibile il ritmo di lettura di Monia, inserendo in un sistema di equazioni di secondo grado variabili eterogenee: a) gusti personali, b) andamento ulteriori impegni, c) stato umorale, d) aspetti tecnici e) coinvolgimento sentimentale f) stato di salute g) varie ed eventuali.

Ad esempio, sotto la voce aspetti tecnici dal lato di Monia, avremmo potuto inserire: tipologia del carattere di stampa, necessità di informazioni lessicali. Invece per quanto riguarda gusti personali avremmo trovato: genere di racconto, elementi stilistici, agganci e risonanze sulla dimensione critica.

Sandro si ritrovava decisamente impegnato, il terzo ruolo risultava quello più difficile. Non conosceva ancora i veri gusti di Monia. E se avesse toppato subito col genere? Monia l’avrebbe mandato a quel paese nel giro di due o tre incontri. O forse no, magari lei cercava proprio qualcuno che le fornisse scrittura da tritacarne, per sezionarla e distruggerla.

L’inquietudine stava riempiendo in quei giorni Sandro. Ma non si sarebbe arreso. Bisognava rischiare, buttare subito esche variegate, studiare i gusti della bestia (sì, non era proprio elegante definire così Monia, ma rendeva l’idea), avere pazienza, correre qualche rischio calcolato.

Per questo aveva utilizzato come prime due “pietanze” due racconti per alcuni aspetti simili, non troppo seriosi, con un piccolo collegamento che magari sarebbe risultato l’esca a cui non potersi sottrarre, anche solo per curiosità. Tutto ciò ritagliando su Monia un vestito da lettrice media, in pratica una figura inesistente. Media solo nella testa di Sandro che si riteneva cretino, ma aveva letto e studiato un po’ più dello standard italico ed era zelante e ligio nei progetti che abbracciava.

In sostanza il peggio possibile: cretino, culturalmente infarinato, ligio e con acritico senso di iniziativa.

Quelli che fanno affondare la nave o perdere le battaglie.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte quarta – capitolo 16

Monia era nel terrazzino dell’appartamento. Era un terrazzino interno, su tre lati c’erano le pareti della palazzina, color grigio cemento, con le finestre dei vari locali dei diversi piani. Un solo lato dava verso un cortile a livello del terreno, ghiaia e qualche chiazza verde. Si trattava di un posto quasi sempre in ombra, comunque tra primavera e autunno poteva ancora andar bene per asciugare i panni. La ragazza stava strizzando della biancheria per poi appenderla con le mollette ad uno stendibiancheria piuttosto barcollante. Sandro era lì con lei, seduto su un piccolo sgabello. La guardava.

Quando Monia si sporgeva verso il lato estremo dello stendino, i suoi capezzoli premevano sul vestito e i fianchi mettevano in tensione il tessuto. Sandro stava impazzendo, lei invece appendendo con naturalezza anche reggiseni e mutandine, gli parlava dei suoi racconti.

Del resto si vedevano per quello.

– Ti vedo distratto. Ehi Sandro, hai sentito cosa ti ho detto?

– Eh? Sì, sì certo… l’idea del pittore non ti è piaciuta, meglio uno scrittore.

Sandro stava immaginando quella biancheria indossata da Monia, o meglio il momento in cui Monia se l’era tolta.

– Ma allora sei tordo! Ti avevo già detto a suo tempo e adesso te l’ho ripetuto: penso esattamente il contrario. Mentre il tono diventava leggermente alterato mostrava il viso un po’ più colorito e gli occhi con le pupille impercettibilmente dilatate.

– Scusami, scusami tanto.

– Sai che oggi sei strano, cosa c’è.

– No, è che…

avrebbe voluto dirle che era bellissima, che era stupenda, che era incredibile, che l’avrebbe voluta baciare, sniffare, leccare, annusare, assaggiare, stringere, accarezzare, ristringere, rileccare, ribaciare, mangiare, anche dipingerla tutta di rosso e poi di giallo

…è che avevi un’ape sul vestito e stavo attento che non ti pungesse, ma ora è volata via per fortuna.

– Grazie, ti preoccupavi per me. Ma io non sono allergica alla puntura delle api, stai tranquillo, anche se mi avesse punta non sarebbe accaduto niente di grave. Adesso ho finito di stendere, andiamo dentro a leggere.

– Peccato!

– Cosa?

– Sì, dicevo… peccato, no, cioè, evviva! Sì era ora, finalmente hai finito, andiamo a leggere il giornale.

– Ma che giornale, a leggere i tuoi racconti, che buffo che sei a volte.

– Ok, andiamo. Sandro era riuscito a recuperare un po’ di autocontrollo e cercò di far vedere che era interessato alla lettura e al giudizio di Monia, oltre al fatto che lei avesse mantenuto il segreto.

– Non avrai mica detto a qualcuno dei racconti?

– Ma no, perché?

– Perché l’altro giorno Anna mi stava prendendo in giro e faceva come delle allusioni a letture di racconti insieme.

– Ma sì, perché a Lettere stanno organizzando un gruppo di lettura -viene fuori anche un pessimo gioco di parole-, forse si riferiva a quello.

– Sarà così, comunque mi raccomando. Soprattutto con Gianluca e Adalberto, che mi prenderebbero per i fondelli vita natural durante.

– Chissà, un giorno…

– Come un giorno, non devi parlarne mai, è un segreto da portare nella tomba! Nella tomba!

– Ma dai, stai tranquillo. Ho promesso. Tanto poi, se torno come fantasma lo posso rivelare. Del resto anche tu, sotto sotto, credi a queste stupidaggini, non avevi anche scritto quel racconto. Ma l’avevi buttato via poi?

Sandro non disse nulla, entrò in cucina, aprì la borsa e tirò fuori un plico un po’ sgualcito gettandolo poi sul tavolino.

– Eccolo, se vuoi rileggerlo. Non ti era piaciuto, gli avevo cambiato il titolo proprio perché alla fine avevi chiuso dicendo che ti sembravano solo stupidaggini.

Monia si sedette, prese il plico e iniziò a sfogliarlo..

– Dunque, dove ero arrivata? Ah, sì! Il borsello di cuoio in cui teneva l’arma… …qui mi ero fermata e riconfermo che mi sembra una cazzata, quando l’ho iniziato a leggere dopo un po’ mi rimbombava in testa la sigla dei ghostbusters.

Ricominciò la lettura del racconto che a causa sua aveva visto modificato il titolo.

La luce dalla finestra cadeva sulla leggera scollatura, dando un tono ambrato alla pelle della ragazza. Sandro stava di nuovo male, avrebbe voluto guaire e ululare contemporaneamente, ma la cosa sarebbe stata un po’ troppo cinematografica.

Intanto fuori si faceva pian piano sera.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte seconda – capitolo 7

Mentre Monia leggeva le cartelle stampate, le era venuta in mente l’ultima pagina del suo diario, chissà perché? Sandro, intanto, le guardava il viso. A lui piaceva tantissimo vedere le espressioni della ragazza intenta nella lettura. In quei momenti cercava di farsi piccolo piccolo, così da scomparire quasi e da mimetizzarsi nell’arredamento. Voleva che Monia si perdesse nella lettura e si dimenticasse della sua presenza. Lui amava la piccola ruga di espressione che le si formava a volte sulla fronte, impazziva quando lei si sistemava i capelli attorno all’orecchio destro.

Quel pomeriggio, però, Sandro era talmente preso dall’osservare le espressioni e il viso di Monia che non si accorse di essersi praticamente disteso sul tavolo e di avere il suo naso a trenta centimetri da quello della ragazza. Lei smise improvvisamente di leggere…

– Beh, che fai? Stretching sul mio tavolo? Oppure devi stare così perché ti fanno male le emorroidi? La ragazza rise al suo stesso commento.

– No, no! – rispose paonazzo Sandro – Volevo leggere con te, volevo vedere dove fossi arrivata.

– Adesso basta però, sono stufa di leggere, anche se in effetti mi hai incuriosita. Però sono più curiosa rispetto ad un’altra cosa.

– Cioè?

– Perché in certi posti dove andate voi tre del gruppetto strambo vi salutano chiamandovi “Germania”?

– Uffa! Ancora! Poi non siamo un gruppetto strambo.

-Beh, io non lo so. Ma se non vuoi dirmelo, amen.

– Quello che tu chiami “gruppetto strambo” è formato dai miei più cari amici e me, ed è “a volte” -Sandro fece le virgolette con le dita- considerato strano solo perché non fumiamo e non ci diamo all’alcool durante certe feste.

– Sempre prolisso, intanto non hai risposto alla domanda, perché “Germania”?

– Si tratta di una cosa inventata da un barista. Quando andavamo ogni giorno più volte al baretto di Via Lazzaretto Vecchio, anche se era nella zona dell’università vecchia e noi siamo su, un tipo ha iniziato a sintetizzare la nostra ordinazione dicendo “Germania”.

– Continui a non rispondere, ci giri attorno come un gatto al topolino ancora vivo.

– E tu usi metafore da quattro soldi, gna gna gna!

Le guance di Monia arrossirono un pochino, un velo di imbarazzo o di reazione all’offesa la resero ancora più attraente. Sandro lo notò, poi si rese conto che il “gna gna gna!” sembrava da bambino da asilo.

– Bon dai, scusa!

– Niente, ma adesso mi dici perché?

– Gianluca beve sembre un gingerino, Adalberto è forse l’unico che tiene in piedi il mercato della spuma siciliana da Trieste a Salonicco e io…

– E tu bevi chinotto!

Sandro a quel punto prese il portatile e fece vedere a Monia una foto di tre bicchieri uguali ma riempiti nell’ordine di chinotto, gingerino e spuma siciliana doc: una serie di bellissimi nero-rosso-giallo.

E chiosò: – Ecco perché quel tipo ad un certo punto, quando ci vedeva entrare nel locale, iniziò a dire al barista di preparare un “Germania”, che non è un nuovo cocktail. Poi iniziarono tutti a salutarci dicendo “Ciao Germania!” quando eravamo insieme..

Monia sorrise, era soddisfatta. Accarezzò la guancia di Sandro e la cosa produsse in lui lo stesso effetto dell’aumento di fiamma sotto ad una pentola a pressione già da 20 minuti sul fuoco. Poi la ragazza disse:

– Ok, per oggi basta, sono stanca e domani devo alzarmi presto.

Nella testa di Sandro rimbombarono le parole: OK OGGI BASTA – OK OGGI BASTA – OK OGGI BASTA. Come “Ok, per oggi basta”? Mi hai disintegrato con una carezza e dici “Ok, per oggi basta”. Voleva protestare, voleva dire qualcosa di più, voleva baciarla.

Il ragazzo disse invece:

– Va bene, come vuoi, non è che vorresti finire quello che stavi leggendo.

– No, sono stanca, fra poco ceno e vado a letto, ti saluto. Forse dopo qualche oretta di riposo finisco di leggere. Ciao ciao.

OK OGGI BASTA CIAO CIAO: parole banali, ma per Sandro erano come badilate di sale su una schiena da flagellante di fine millennio già in là col lavoro di fustigazione.

Lei accompagnò alla porta il suo amico, un po’ stordito.

Ciao ciao.

Verso le ore 23, 37 primi e 27 secondi Monia, a letto, accese la luce del comò, prese la risma e continuò a leggere. Cos’era? Ah sì, il pittore che per fortuna non era uno scrittore.

Sandro nel suo appartamento frullava sul letto avvolgendosi attorno al piumino, non riusciva a dormire.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte prima – capitolo 2

Sandro tirò fuori il suo portatile, lo accese e fece per passarlo all’amica.

Monia con una smorfia – Ma lo sai che non mi piace leggere sul monitor!

– Sì lo so! Infatti ho iniziato a stampare da quando mi hai detto di sì.

– Mi sto sempre più pentendo di averti dato corda, ma alla fine…

– Alla fine mi vuoi un po’ di bene e hai accettato.

Sandro fece sporgere le sue labbra carnose e le schiuse leggermente come per dare il bacio più bello e intenso della sua vita, socchiuse anche gli occhi. Monia gli piazzò sulle labbra carnose e morbide, rese più interessanti da una barbetta di qualche giorno, la suola della sua ciabatta destra, piuttosto consumata e sporca di polvere domestica (e forse anche di qualche uscita in strada per buttare l’immondizia). Sandro si pulì la bocca col dorso della mano destra, sputacchiò qualche pelucco mentre Monia se la rideva. Monia era una bella ragazza, partecipava ogni tanto anche agli strip-poker a cui capitava a volte di giocare nelle serate di bagordi fra studenti universitari e perdigiorno fuori corso. Per Sandro lei era bellissima, lui si incantava sempre e per questo durante le partite, se c’era anche lei, Sandro era quello che rimaneva per primo in mutande.

Non era né troppo magra né troppo grassa, tonica ma non muscolosa, la pelle liscia, leggermente ambrata, la schiena flessuosa, le spalle ben fatte, i seni generosi ma non volgari, le gambe lunghe, forti e dolci allo stesso tempo, un sedere da capogiro e un collo da farti girare la testa come nell’”Esorcista”, i capelli voluminosi, mossi, morbidi e allo stesso tempo forti e grossi, il viso dolce, il sorriso sensuale e gioioso, le orecchie piccole e belle, gli occhi immensi e magici, il naso proporzionato e pepatino. Monia era spiritosa, intelligente, colta.

E Sandro ne era innamorato, forse. Ad ogni modo non sapeva neanche lui come fosse riuscito, una sera al jazz-bar, in mezzo a bicchieri sbattuti e note a mille, a chiedere a Monia di condividere il suo segreto più intimo: la scrittura di racconti. Se l’avessero saputo gli amici e i compagni di corso l’avrebbero preso per il culo per n volte, con n tendente all’infinito.

Ma la cosa più sorprendente fu che la ragazza accettò. Quando accadde ciò Sandro ebbe un brivido freddo lungo la spina dorsale che si diffuse oltre il coccige (un suo amico iscritto a medicina avrebbe probabilmente chiosato “per arrivare a scuotere la base delle sue gonadi”). Il “sì” di Monia fu ancor più sorprendente perché Sandro aveva posto una condizione: – accetti di leggerli, ma non ne dirai nulla mai e poi mai a nessuno!

Insomma… O Monia era una masochista perversa ad un livello di sublimazione platonica assoluta, o Sandro le piaceva un po’, o aveva altri scopi e traeva utilità dalla cosa. Che avesse, lei, coltivato in segreto l’aspirazione di diventare un critico letterario un giorno? Magari leggere i racconti di Sandro le avrebbe permesso di affinare il suo gusto per riconoscere le badilate di cagate che scrivono gli pseudoautori scriventi (Sandro a volte definiva se stesso così). O le tonnellate di luoghicomunaggini di moda.

Del resto solo un’inconsapevole critica avrebbe potuto coniare quel termine, “luoghicomunaggini”. Monia l’aveva usato un giorno per rassicurare Sandro che no, quel racconto non era poi così zeppo di luoghi comuni, non era un ricettacolo di… di… non era insomma una “luoghicomunaggine”. Del resto non risparmiava il povero Sandro con secche stroncature condite da fantozziani quanto analitici criteri estetici: -stavolta “è una cagata pazzesca”.

Ecco perché quel pomeriggio in cui Sandro assaggiò la suola della ciabatta di Monia, si trovavano attorno ad un tavolo, in una piuttosto squallida cucina da appartamento per universitari di Trieste e il ragazzo spostava il portatile per passare all’amica (per lui più che amica) un plichetto di fogli A4 arzigogolati da linee di stampa.

Il titolo del primo racconto di quell’appuntamento era “PITTORE”. Forse sarebbe stato anche l’ultimo di quella serata, non sempre Monia leggeva i racconti subito, in presenza di Sandro. Anzi, al novantanove per cento li iniziava a leggere in sua presenza, poi continuava in solitudine e non sapevi mai quando avrebbe terminato.

– Beh… almeno non sei partito con uno “SCRITTORE”, la solita storia di un racconto scritto con un protagonista scrittore, ormai viene fuori o solo una fregnaccia o una tiepida minestra riscaldata ripetutamente, se non succede così è la volta che scrivi una grande cosa.

Monia, alla fine di queste parole, sorrise.

Monia era ormai l’amica di pseudo pen-n-a di Sandro: un po’ penna, un po’ pena. Non che si scrivessero lettere, ma la scrittura di Sandro era diventata il tramite per incontrarsi da soli e per il ragazzo ciò era una gioia ma anche una sofferenza. Per Monia non si sapeva con certezza, forse neanche lei lo sapeva, ma quest’ultima ipotesi pareva molto strana.

Lei prese i fogli e iniziò a leggere.