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CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte terza -capitolo 27

Diario di Monia.

Data da calendario Maya sconosciuta

– comunque non apocalittica

Dunque, ricapitolando dicevo… mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ore di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana alcune ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo e loro non te lo danno, la tua mente (o coscienza? O anima? O spirito?) ha altre priorità.

Non c’è niente da fare, donne e uomini sono stronze e stronzi in modo diverso. Forse i ragazzi sono più idioti che stronzi. Non lo so ancora, rispetto ad un’ottica scientifica o anche solo pragmatica, mi mancano dati. Sono carente sulle statistiche (appuntarsi necessità di impostare indagine scientificamente predisposta). Forse è un problema solo mio, non riesco a dare grandi spazi e occasioni alle altre persone (così anche li raccoglierei ‘sti dati). Sostanzialmente penso che gran parte di tutti quelli che conosco mi ritengano una stronza. Chissà, potrebbe essere un buon punto di partenza per la mia carriera da critico letterario (o critica letteraria al femminile, ma quella è l’attività, che casino!). Non lo so con certezza. Comunque devo dire che sto passando diverso tempo con quel mio amico/conoscente/niente di più (beh, era solo un conoscente, adesso però è la persona che frequento che si avvicina di più all’essere un amico, niente di più perché non sarà mai niente di più, ovvio), quello che scrive e scrive e scrive, Madonna se scrive! Mi va bene così, però, non mi lamento. La mia “cavia”, sì, Sandro.

A me piace andare all’aperto d’inverno, così anche quando sono qui a Trieste faccio qualche giro. A volte anche propongo un giretto del genere ad Augusta e a Bice, che sarebbero le mie forse/amiche. (Come cazzo si fa a chiamare una figlia Augusta o Bice… del resto anche i miei non hanno scherzato: Monia!). Però Augusta ha sempre qualche impegno con l’ennesimo nuovo ragazzo (e vedi che potrei usarla come fonte di dati) e Bice, invece, -ho fatto rima- è una lontra in letargo dal 1° dicembre al 15 febbraio. Si arrabbia tanto quando glielo dico, però è vero. Magari potrei chiamarla marmotta o con il nome di qualche altro animale più caldo e morbido, però lontra le calza a pennello. Ad ogni modo, in quei giorni Bice non uscirebbe mai, se non per le lezioni all’università, per fare la spesa o per prendere il treno nei fine settimana, destinazione casa. Invece Sandro ha accettato. E siamo andati a fare un giro a Miramare. Un freddo galattico, un sole bellissimo, una cioccolata calda deliziosa. Sandro sempre strano ed enigmatico. Non sai mai se c’è o ci fa, non sai mai neanche se ci prova o ti prende per i fondelli. Forse si droga o si impasticca. Lui nega assolutamente. Penso che per il freddo ci sia venuta in mente la Russia, poi per associazioni a catena il racconto che aveva (casualmente?) con sé. Mi sa che dovrei dire a Sandro delle cose, non intendo rispetto ai suoi racconti, ho paura che si illuda o si costruisca dei film irreali. Adesso, caro diario, continuo a leggere “Oh partigiano”… all’inizio un po’ didascalico, ma si fa interessante. Ci vediamo. Kiss kiss!

Che chiusura idiota, kiss kiss, se una mia amica mi salutasse così cosa penserei di lei: “Ma ci fa o ci è?”.

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte seconda -capitolo 13

Diario di Monia.

Data ab Urbe condita non calcolata

un mercoledì

Fra gli esami che devo sostenere ce ne sono anche un paio a filosofia. Non ho ancora deciso quali inserire nel piano di studi. Dovrò chiedere qualche consiglio a Carla, la mia amica intellettualoide. Che palle! Se avessi voluto studiare filosofia, mi sarei iscritta a Filosofia.

Un uomo vuole studiare filosofia.
Filosofia è anche una facoltà universitaria.
Un uomo si iscrive all’università per studiare filosofia.

Ma, non funziona mica tanto bene. Suonava meglio col classico Socrate è un uomo…
Sì, decisamente non funziona. Potrebbe anche terminare così:

Un uomo studia filosofia per suo conto e non si iscrive all’università per non perdere tempo.

Poi perché “Un uomo”?

Una donna vuole studiare filosofia.
Filosofia è anche una facoltà universitaria.
Una donna si iscrive all’università per studiare filosofia.

Non funziona molto meglio neppure così.

Potrei prendere una margherita, anzi una gerbera che così è un po’ più lunga e incerta la cosa. Una bella gerbera arancione e iniziare a spogliarla pian piano dei suoi lunghi ed eleganti petali: filosofia sì, filosofia no, filosofia sì, filosofia no… Bel modo per fare decisioni che poi potrebbero influire sul resto della vita. Magari non proprio in modo drastico e radicale, alla fine si può sempre trovare il tempo per cambiare, per fare cose nuove… O sbaglio? Questa cosa forse dipende un po’ da quanti anni hai. Come quando da piccola, ma non da bambina, per tirarti un po’ su, anche se pensi che non vali nulla, che non sai fare niente, ti dici cose come “Alla fine i miei genitori non mi getteranno mai via, avrò sempre un tetto sulla testa e un piatto di minestra”, oppure “Male che vada mi faccio le stagioni da lavapiatti a Lignano”. Chissà Freud come avrebbe chiamato questi meccanismi autoconsolatori. Mi sa che io li chiamerei funzione del “stai raschiando il fondo dell’autostima”.

Ad ogni modo, caro diario, qui il tempo passa e non mi sto divertendo più come una volta a girare fra feste, lezioni, corsi e chiacchiere nei baretti. Invece mi sono imbarcata in un’attività che potrebbe essere utile come palestra di critica letteraria. Oddio, ce ne potevano essere tante altre, i gruppi di lettura ad esempio, collaborare con qualche rivista o giornale locale o universitario, ma mi è piaciuta l’idea di avere un autore (forse meglio dire uno scrivente) esclusivamente sotto le mie grinfie. Difficile che diventi famoso o abbia successo, ma magari, se ci crede e se continua ad allenare la penna e a sgrezzarsi qualcosa potrebbe combinare.

Si chiama Sandro, è piuttosto simpatico, anche permaloso, fondamentalmente un buono. Non ho trovato un’autrice (o meglio una scrivente), le ragazze sono più restie, magari tengono questa attività più segreta, la considerano più intima. Oppure, non saprei. Ti confido che Sandro mi fa divertire, sono abbastanza spietata con i suoi scritti, sempre sincera, sia in negativo che in positivo, poi sono libera di esprimere i miei giudizi, insomma è più un conoscente che un amico, lui accetta le mie critiche. A volte diventa tutto rosso, ma le accetta. Devo dire anche che le segue ed è disponibile a cambiare alcune cose nei suoi racconti. Dubito però che possa riuscire a scrivere un romanzo. Forse più qualche racconto medio-breve. Una volte le chiamavano novelle, hai presente come il Verga. Comunque io lo incoraggio (Forse faccio male?). Non mi sembra un tipo che si illuda facilmente. Insomma, lui scrive forse solo per se stesso, perché non può farne a meno. Oppure perché si diverte e se la ride da solo. Una specie di onanismo comico-mentale.

Ma torniamo alle cose serie: caro diario, questa scocciatura degli esami di filosofia mi sta un po’ stressando. Dai titoli poi non ci capisco nulla, mi mancano i fondamentali. Sarebbe come mandare un boscaiolo di Paluzza a scegliere un rossetto per la sua morosa: panico e mancanza di categorie (era Kant quello delle categorie, vero?) per classificare e scegliere. “Cicci, mi fai una cortesia, passi da Vanda e mi prendi un rossetto rosso”. E lui in braghe di tela davanti a 50 sfumature di rosso declinate in 6 toni diversi. TA-DAH!

Adesso ti lascio che ho un nuovo racconto da triturare ed eventualmente far riciclare a Sandro… “Idiozie”, no, “Stupidaggini”, si intitola così. Speriamo bene, con “Pittore” mi sono abbastanza divertita: finale prevedibile, produttività delirante originale, alcune immagini legate al paesaggio friulano semplici ma coinvolgenti, due passaggi semicomici. Voto finale: sono contraria all’uso delle valutazioni numeriche, in decimi o altra scala!

P.S.: in fin dei conti anch’io ti scrivo solo per me stessa, caro diario.

PITTORE. epilogo – capitolo 11

Fece trepidante un’oretta di attesa in anticamera, finalmente dopo un vecchietto tossicchiante e una cinquantenne supercicciona, toccò a lui!

Stefano entrò trionfante nello studio della dottoressa, la quale si accorse subito della sua magrezza e dell’opacità dell’occhio sinistro.

Lupone salutò, si sedette, appoggiò il gomito sinistro sulla scrivania e con fare teatrale tolse il guanto dalla mano e disse in preda ad un’euforia che lo faceva vibrare tutto “Allora, che ne dice? Mai visto niente di simile, eh? E non mi fa nulla!”.

La dottoressa, visibilmente preoccupata e a disagio, disse:”Signor Lupone, io non vedo nulla di strano nella sua mano, se non che è magrissima e trascurata, con lunghe unghie sporche.”

“Ma come? Non starà mica scherzando! Guardi che ha fra le mani l’occasione della sua vita. È una malattia rarissima Una malattia che ha a che fare con l’arte! Non vede il colore della mano! Viola scurissimo, eppure non mi fa male, né mi brucia, né mi prude!”

“Signor Lupone, io non vedo nessun colore strano, vedo invece che lei è fuori di sé e forse è anche in preda ad un delirio e ad allucinazioni visive! Ha assunto qualcosa?”.

“Non può dirmi questo! Si sta sbagliando, dottoressa, sarei pazzo se il quadro vorticasse ciclicamente e i colori si scambiassero senza l’intervento di nessuno! Sarei pazzo se dicessi che il Quadro è vivo! Ma io non dico questo, ho scoperto la causa, è colpa dei pensatori aerofagi che ho dipinto a 25 anni e che sono scappati da tutti gli altri quadri e disegni. Sono andati tutti nel Quadro e lì si sono distribuiti in modo perfetto sulla superficie, tutti ad una distanza l’uno dall’altro di 2,5 mm, tranne che al centro. Lì sono molti di più, ed è per questo che il centro del Quadro pulsa ed emana calore. E hanno iniziato ad inspirare e inghiottire aria tutti nello stesso senso, è per questo che nel quadro i colori cambiano di posto, ma non le immagini disegnate, non le figure, non le linee. E studiando questo fenomeno per più di un mese, come un monaco di clausura, mi sono contagiato con i pensatori aerofagi anch’io.”.

Lupone smise di parlare e si spogliò velocemente, senza che la dottoressa potesse far nulla.

“Guardi l’avambraccio verde, e anche il piede sinistro! E non nota che su tutto il fianco sinistro si è formata una sottile linea verde sfumata ai bordi?”.

La dottoressa fece buon viso a cattivo gioco, e disse “Adesso che mi fa notare vedo in effetti qualcosa.”. Vedeva le condizioni fisiche miserande dell’uomo, magrissimo e piagato in vari punti.

“Ah ecco! Adesso iniziamo a ragionare!” esultò Lupone.

“Signor Lupone, la sua malattia è grave, non posso certo curarla qui nel mio studio. Servono specialisti ed esami.”.

“Ha ragione, ha ragione… …specialisti ed esami, e anche filosofi che si occupano di estetica, e sociologi dell’arte, e artisti.”.

“Quindi devo chiamare qualcuno che la porti immediatamente in ospedale, se lei acconsente.”.

“Sì, sì. Lo sapevo che lei è in gamba!”.

La dottoressa telefonò, vennero con un’autoambulanza diversi infermieri e i volontari della Croce Rossa. Lupone, già rivestitosi, salì contento sul mezzo che a sirene spiegate lo portò all’Ospedale Civile. Dapprima lo ricoverarono in medicina generale per la situazione fisica complessiva. Poi, una volta rimessosi, lo spostarono in un reparto particolare: Servizio Psichiatrico Ospedaliero per la Diagnosi e la Cura.

Lupone, appena la porta blindata si richiuse alle sue spalle capì tutto e iniziò a urlare “Non sono matto! Non sono matto! Non sono matto!”, ma questa volta non era gioioso e spensierato, era disperato. Lo trattenevano in due. Iniziò una terapia in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio.

“Non capite nulla! È colpa dei pensatori aerofagi! I colori! I colori! Il Quadro non è vivo, è colpa loro!”. Tutti ridevano a sentire nominare i “pensatori aerofagi”, qualcuno degli altri ricoverati lo salutava con qualche pernacchia, altri dicevano “o pensi o scoreggi, non puoi fare le due cose insieme”.

“Guardate la mia mano, il mio corpo, i colori! Bastardi, mentite, è un complotto! Non sono pazzo!”.

“È tutto un complotto!”

Un altro paziente lo guardò fisso e gli disse:”Ancora con ‘sta storia dei complotti, e basta! Sempre la stessa cosa, dite sempre la stessa cosa… e volete fregarmi con la complicità di tutti, infermieri, dottori, poliziotti, parenti, giornalisti. Io sono vittima del vero complotto! Il mio è il vero complotto! Non il tuo! Anche tu fai parte del vero complotto!”. Iniziò a stringere con forza il collo di Lupone. Ma non lo uccise. Lo fermarono prima.

Fu comunque la fine di un uomo malato e l’inizio dell’epopea delle opere di un grande artista.

Infatti i galleristi di Lupone facevano affari d’oro. Tutti i suoi quadri in giro per il mondo,da New York a Parigi, da Mosca a Roma a Londra avevano iniziato a presentare delle caratteristiche strane e originali.

I colori sulle tele migravano senza modificare linee, soggetti, figure. Uno dei galleristi provò a proiettare un fascio di luce raso tela, ma spense subito e mantenne massimo riserbo su quello che aveva visto.

Da bravo veneziano pensò “Schei xe schei!”.

PITTORE. dei racconti – capitolo 10

All’alba del trentacinquesimo giorno dalla scoperta del Quadro “vivo” e due giorni dopo la sensazionale rivelazione della causa di tutto -il popolo dei pensatori aerofagi- Stefano Lupone si svegliò con uno strano sapore amaro in bocca.

Si accorse di essere magrissimo e maleodorante. Si accorse che la stanza con la poltrona e il quadro era un porcile. L’aria aveva uno strano odore di sottofondo dato dalle lampade alogene. Prese una scopa e ammucchiò rifiuti -organici e non- in un angolo.

Poi andò ad osservare da vicino il Quadro, i colori vorticavano sempre più velocemente, i piccoli esseri pensanti stavano continuando il loro lavoro.

“Bene!”, pensò Lupone, come solo un pazzo avrebbe potuto in quella situazione.

Andò a farsi una doccia, e scoprì che non solo la sua mano aveva cambiato colore -ora era viola- ma anche il piede sinistro era verde chiaro venato di verde smeraldo. Inoltre tutto il fianco sinistro del suo corpo stava assumendo sfumature verdine, tra il pistacchio e il verde pisello. Ma Lupone non si preoccupò della cosa, si sciacquò per bene, si mise l’accappatoio e tornò nella sala del Quadro.

Tirò su le persiane delle finestre, spense le lampade alogene e prese la lente in mano, già che c’era decise anche di aprire le finestre per cambiare un po’ l’aria.

Non degnò di uno sguardo il Quadro.

Iniziò invece a scrutare sotto la luce del giorno la sua mano sinistra. E anche lì, facendo debita attenzione, riuscì a scorgere, fra capillari e bulbi piliferi, dei puntini anomali.

Riaccese le lampade alogene, osservò nuovamente la mano viola scuro con la lente. Non riuscì però a distinguere bene nulla. Allora passò ad osservare l’avambraccio -verdino chiaro con reticolo verde smeraldo- e lì riuscì a vedere le ombre dei puntini.

Erano loro: le ombre delle braccia triarticolate erano nettissime.

Una risata profonda e isterica rimbombò per la sala.

Finalmente, dopo alcuni minuti, Stefano riuscì a smettere di ridere e ricominciò a respirare.

Iniziò a saltellare e a ballare come un tarantolato.

Urlava: “Non sono pazzo! Non sono pazzo! Non sono pazzo!”.

“Certo, sono malato, come il Quadro! Ma so cosa ho e non sono pazzo, non ho allucinazioni! La mia malattia è causata da loro, bastardi! E dire che li ho creati io! Ma nessuno può dire che Stefano Lupone sia impazzito!”.

Il cambiamento di colore del suo corpo non provocava dolore, non provocava neppure prurito, a volte c’era una lieve sensazione di caldo che in certi casi si rivelava anche piacevole.

Certo, c’era un problema.

Era pur sempre ammalato!

E di quale malattia!!!

Rarissima!!!

Roba per cervelloni della medicina, e non solo, anche per filosofi e per chi si occupa dei meccanismi creativi, dell’arte in generale.

E per di più non si trattava di una crisi ipocondriaca. Di sicuro gli unici a non metterci il naso sarebbero stati psichiatri e psicologi. Questo pensiero riempiva di una gioia fisica Lupone, infatti una delle sue paure fisse da ipocondriaco era quella di diventare schizofrenico, di impazzire insomma. Solo che questa paura era tale che -a differenza di tutti gli altri specialisti che Stefano interpellava varie volte per visite, esami e analisi- con psichiatri e psicologi non voleva avere nulla a che fare.

Lupone prese allora una decisione repentina.

Si vestì, si mise anche dei guanti per nascondere la mano viola.

Andò nel garage, ma l’automobile, una Panda rossa scassata, non c’era. Si ricordò che alcuni giorni prima -diversi giorni prima- aveva telefonato un suo vecchio amico conosciuto a Parigi. Quella volta in Francia l’uomo era entrato a vedere una sua esposizione e tac… subito amici.

Stranamente aveva risposto alla telefonata e aveva detto all’amico di passare pure… …Perché? Com’era andata?

Ah sì, aveva accettato di prestargli la macchina! In cambio di un’accurata analisi da parte dell’amico -psicoqualcosa- del quadro (non della sua mano, su quella non aveva detto nulla).

Strano che l’amico non fosse già ritornato, era in debito e aveva anche detto che l’auto gli sarebbe servita solo per un paio di giorni.

Allora prese l’autobus e andò in centro. Uscendo aveva recuperato il quaderno delle annotazioni, importantissimo per ricostruire il decorso del male.

Poco prima di arrivare alla sua fermata vide dietro all’autobus la sua Panda rossa, ma alla guida non c’era l’amico. Strano. Pensò che avrebbe dovuto denunciare la cosa.

La Panda scomparve girando a destra.

L’autobus proseguì dritto.

Lui premette il pulsante e ci fu il “ding”.

Si aprirono le porte.

Scese.

Andò.

Andò dal suo medico di base, era una dottoressa.

PITTORE. dei racconti – capitolo 9

Stefano Lupone corse in un’altra stanza a cercare la lente. La trovò e prima di tornare alla sala in cui stava consumando la sua esistenza-tortura scoprì un altro fatto. In due quadri, conservati nella camera dove era andato a cercare la lente, erano scomparsi i pensatori aerofagi che via aveva dipinto. Il pensatore aerofago era un personaggio immaginario che Stefano aveva inventato quando aveva circa 25 anni. Lo aveva dipinto in varie situazioni e con più tecniche. A dire il vero era uno dei soggetti che non aveva mai avuto successo… …nessuno aveva mai voluto comprare un pensatore aerofago.

Chi si appenderebbe in salotto o in ufficio un pensatore aerofago!? Del resto, se sei aerofago, poi, per dirla alla Dante, col cul facea trombetta!

I più, vedendo le tele e leggendo il titolo, pensavano ad una persona affetta da deformità varie, dedita a pensare e contemporaneamente a scoreggiare. Di sicuro non una immagine piacevole. Eppure Lupone vi era affezionatissimo, infatti per lui la figura del pensatore aerofago rappresentava qualcosa di inquietante, di filosofico e di ironico allo stesso tempo.

Prima di rientrare nella stanza che ospitava il Quadro -ormai era il quadro per antonomasia- Stefano verificò che anche su molti disegni e schizzi degli ormai lontani anni Novanta del secolo scorso erano scomparsi i pensatori aerofagi.

Stava sudando copiosamente, le tempie erano ricoperte di goccioline gelide, lo stomaco si contorceva in forti crampi e spasmi, la mano destra impugnava con forza il manico della grossa lente, a tal punto che le unghie -lunghe di settimane di incuria- stavano penetrando nel palmo della mano.

Stefano superò velocemente la poltrona e i mucchi di rifiuti disseminati a terra.

Scivolò su una lattina, ma non cadde. A tre metri dalla tela si fermò. Il sudore gli entrava negli occhi e bruciava. Al passo frenetico si sostituì un passo quasi robotico, a scatti e movimenti inconsulti.

Stefano non era più così certo di voler verificare ciò che aveva forse sognato, ma che le polvere blu rimasta sui suoi vestiti rendeva reale. Intanto il quadro era più vivo che mai, il ciclo procedeva nelle sue fasi veloce e deciso.

Stefano iniziò a tremare tutto, poi riuscì a calmarsi. Decise che doveva analizzare il quadro con la lente, era l’unico modo per capire se si trattasse di pazzia. Si urinò addosso, ma non ci fece caso.

Decise di accostare la lente al punto del quadro in cui aveva notato per la prima volta i cambiamenti di colore; poi abbandonò questa idea e puntò sull’area della tela in cui era avvenuta la sua visita dentro il quadro e l’incontro con le centinaia di pensatori aerofagi.

Prima di concentrare la vista sulla macchia di blu cobalto si pulì gli occhi con la manica sinistra e vide la sua mano integralmente verde, un verde pistacchio ricco di filamenti e venature verde smeraldo, non ci fece troppo caso.

Iniziò a guardare la pittura con la lente.

Non si riusciva a vedere granché, però sulla superficie blu si notavano dei puntini scuri ordinatamente distribuiti, uniformemente distribuiti. Avevano una distanza l’un dall’altro di circa due millimetri e mezzo.

Non voleva dire nulla! Avrebbe potuto essere della muffa! Oppure un difetto del colore!

Stefano andò ad esaminare un altro dei quadri appesi al muro -da giorni ormai per lui non esistevano più, non erano degni di alcuna attenzione-.

Esaminò una tela dello stesso periodo del quadro vivo, il Quadro, in cui aveva utilizzato l’identico colore. Lì non c’erano i puntini e il colore ad olio presentava una intatta e lucente patina protettiva, sotto questa dava il meglio di sé una bella pennellata di blu cobalto, monolitico e integro, puro.

Lupone barcollò, cadde seduto a terra, si rialzò, ricollocò le lampade alogene verso il Quadro. Ritornò a guardare con la lente il blu cobalto vivo che stava intanto divenendo violetto acceso. Il ciclo non terminava, la tortura era sempre attuata, il processo era perpetuo. Guardò, ritrovò i puntini e guardò continuamente per decine di minuti. Ma non riusciva a vedere nulla se non puntini statici e immobili.

Quando l’area originaria della macchia blu -testa di sfinge incellofanata- era ormai divisa a metà da una sottile striscia di violetto acceso e da un lato il blu cobalto si ritirava per lasciare lo spazio ad un ocra chiaro screziato di rosso carminio, Lupone fu svegliato di soprassalto da una specie di catalessi. Una specie di corrente aveva percorso il suo cervello.

Un’idea!

Collocò le lampade in modo che la potente luce arrivasse sulla tela di taglio, con una incidenza che vedeva i raggi di luce percorrere lo spazio in modo quasi parallelo alla superficie del Quadro. Gli esperti sanno che così facendo i quadri mostrano screpolature e imperfezioni e si evidenziano i tratti delle pennellate e delle spatolate.

Guardò con la lente e finalmente capì che non era stato un sogno.

La luce che cadeva sulla superficie pittorica come quella di un intenso tramonto estivo del Nord Europa produceva delle lunghe ombre. Ogni linea di colore, ogni sporgenza, ogni segno del pennello, ogni granello di materia veniva duplicato da una sua ombra.

E così accadde anche per quei puntini scuri sul blu cobalto. Fu allora che Stefano riuscì a distinguere nelle microscopiche ombre generate dai puntini dei segmentini, le braccia triarticolate che caratterizzano ogni pensatore aerofago dal giorno in cui Lupone aveva inventato questi esseri.

Non fu sconvolto dalla conferma che tutti i pensatori aerofagi da lui dipinti s’erano effettivamente ritrovati nel Quadro. Con pazienza scrutò anche le altre parti della pittura viva e trovò quasi ovunque i piccoli esseri, uniformemente e democraticamente distribuiti. Si accorse anche che aspiravano tutti nello stesso senso, guardando in senso orario. E questa loro attività automatica, connessa intimamente al loro essere pensatori aerofagi, aveva generato come prodotto indiretto e forse indesiderato il vortice di colori nella tela.

Ecco perché i colori del Quadro si scambiavano reciprocamente il posto.

Al centro del quadro, lì del viso femminile, dove la pittura pulsava impercettibilmente ed emanava anche calore ma non cambiava colore come nel resto della tela, il processo era talmente velocizzato che non risultava visibile. In quell’area v’era infatti una densità doppia di pensatori aerofagi.

Stefano Lupone si sentì in qualche modo sollevato, non era impazzito, non erano allucinazioni, il Quadro non era vivo, non era un essere vivente… …era semplicemente colpa dei pensatori aerofagi.

La cosa, nella sua assurdità, appariva a Lupone quasi come normalissima. “Vacca boia, alla fine non si trattava di pazzia, magia o chissà quale altra diavoleria.”

Erano loro, degli esseri creati con la pittura da Stefano stesso quando aveva circa venticinque anni. Semplice! Normale!

Stefano si lasciò accasciare sulla poltrona, esausto ma contento. Era fisicamente un relitto, ma psicologicamente stava meglio…

PITTORE. dei racconti – capitolo 8

Lupone annotava tutto su un quadernetto con le pagine a quadretti. Aveva deciso di andare a fondo nella faccenda, o meglio la faccenda aveva deciso che Lupone sarebbe stato uno dei fattori centrali coinvolti. Continuarono così a passare i giorni.

GIORNO 23 DALLA SCOPERTA

Ore 15:30:”Il rosa inizia a scurirsi nella parte alta, in basso le screziature lilla divengono sempre più chiare.”

Ore 15:56:”Il rosa è ormai viola. Le screziature sono bianco-arancione”.

Ore 16:27:”Faccio molta difficoltà a registrare e descrivere i cambiamenti che intercorrono ai vari ocra”.

Ore 16:43:”Mi fa impazzire il viso femminile stilizzato al centro del quadro, non cambia mai effettivamente il suo colore rosa-bianco, cambiano però le sfumature lungo i contorni, lungo la linea che definisce il profilo del viso.”

GIORNO 27 DALLA SCOPERTA

Ore 00:17:”Mi sono svegliato all’improvviso, come sempre. Da molto soffro di forti emicranie. L’occhio sinistro deve essere un po’ ammalato. Vedo tutto come se fosse annacquato. Forse è il liquido dentro la pupilla che è un po’ opaco. Non so. La cosa però non mi preoccupa. Devo essere guarito dalla mia ipocondria.”.

Ore 2:15:”Sto pensando ad una cosa folle…”.

Ore 3:18:”Sono dimagrito molto, ho finito la birra, riempio le lattine con acqua di rubinetto. Non sento la fame. Non so se la vita del quadro si stia ripetendo in un ciclo perfettamente identico a se stesso. Non c’è nulla che mi garantisca che il rosso che vedo oggi sia identico a quello di sette giorni addietro, o addirittura a quello di ieri.”.

Ore 5:56:”Andando a vedere da vicino il quadro sono passato nell’area illuminata dalle lampade alogene. Mi sono accorto che la mia mano sinistra sta cambiando colore, dalle radici dell’unghia è partito un reticolo verde smeraldo. Mi sono stropicciato gli occhi… …la mano è tornata normale.”.

Ore 8:15:”Non riesco più a riconoscere i rumori e i suoni che provengono dall’esterno. Non che me ne importi nulla. Il quadro è sempre vivo, sta bene, perfettamente in salute.”.

GIORNO 31 DALLA SCOPERTA

Ore 17:34:”È ricomparso il reticolo verde sulla mano sinistra. Questa volta non se ne vuole andare. Da alcuni giorni ho come l’impressione che il quadro si avvicini alla poltrona, impercettibilmente. Ieri, per avere qualche sicurezza, ho segnato sul pavimento il punto esatto su cui poggia il cavalletto. Oggi in effetti il quadro si trova, col cavalletto, un mezzo centimetro in più verso di me rispetto alla posizione originaria.”

Ore 19:25:”Si è spostato di tre centimetri. Il ciclo di scambio reciproco fra area chiara (il bene e la salvezza e la salute) e area scura (il male e la perdizione e la malattia) prosegue con le solite caratteristiche, sembra però un po’ più veloce. Il viso femminile al centro dell’intero sistema pulsa e l’amalgama del colore ad olio emana in quel punto del calore. Per il resto niente di cui preoccuparsi, il dipinto sta benissimo”.

Ore 22:18:”Sono stanco, esausto. Con l’occhio sinistro vedo continuamente strane luci, come dei flash sottilissimi, a forma di cristalli di neve al microscopio. Non mi interessa più chi sarà il vincitore, se la zona scura o quella chiara, se sono in lotta. Non mi interessa se alla fine ci sarà la salvezza o la perdizione, la vita o la morte. Basta che finisca il tutto, io voglio che finisca il tutto.”

GIORNO 33 DALLA PRIMA SCOPERTA, GIORNO 0 DALLA NUOVA SCOPERTA

Ore 12:12:”Mi stavo per addormentare. Ma, ad un tratto, ho avuto come la capacità di vedere con una visione microscopica. E nella chiazza blu cobalto in basso a sinistra -un viso da sfinge coperto da un telo- ho visto una grande pianura di sabbia blu popolata da strani esseri. Mi sono alzato dalla poltrona, sono andato di corsa verso di loro -verso il quadro- e ho saltato e dopo essere stato attraversato da uno strano brivido di freddo ho percepito come uno strappo di una membrana cartilaginea e mi sono trovato fra loro. Sono tantissimi, a perdita d’occhio. Ce n’è uno ogni cento metri. Non mi vedono e neanche mi sentono, o almeno sembra che sia così, insomma non mi badano. Sono tutti uguali. Li riconosco, li ho dipinti tante volte in altri quadri.

Ma cosa ci fanno qui? Innumerevoli pensatori aerofagi, maledetti e squallidi, con le loro pance rigonfie, il torace piccolo e rachitico e quelle braccia a stecco triarticolate, con due gomiti. Bastardi pensatori aerofagi. Vi avevo dipinti su altre tele, cosa ci fate qui?”.

Ore 13:13:”Devo essere svenuto, mi sono ritrovato seduto sulla poltrona. Il quadro è ben mezzo metro più vicino a me rispetto a prima. Ho i vestiti sporchi, tutti coperti da una polvere blu cobalto… …Maledizione, ora ricordo, la pianura blu e i pensatori aerofagi.

Non è possibile! No, certe cose succedono solo nei film di seconda categoria, vacca boia!

Devo verificare! Devo verificare! Dove sarà la lente, quella che mio padre usava per i francobolli?”.

PITTORE. dei racconti – capitolo 6

Stefano aveva scoperto che non era archiviata neanche nella banca dati online associata al suo sito personale… quella tela. A forza d’osservarla nello sforzo di ricordarsi qualcosa (Quando l’aveva dipinta? Con che intento? Perché?) scoprì un fenomeno anomalo.

Il quadro, come abbiamo già detto, era diviso in due aree equivalenti per superficie, da un lato immagini stilizzate e elementi astratti geometrici in toni e tinte freddi e scuri, dall’altro lato immagini stilizzate e elementi astratti meno regolari in toni e tinte caldi e trasparenti.

Ebbene, ogni ora e mezza circa sul lato alto della tela la parte “scura” avanzava percettibilmente a spese dell’altra zona e contemporaneamente si ritirava nella parte bassa della tela, dove la parte “chiara” recuperava totalmente la superficie persa al di sopra.

Cambiavano solo i colori e le tonalità, invece la corposità, i soggetti delineati, le linee e le masse rimanevano statici e fermi al loro posto originario.

La linea flessuosa e sensuale rosa carne, in alto, diveniva pian piano violetta, viola e infine blu. Come se fosse una parte di pelle di una persona che sta diventando cianotica per asfissia dei tessuti. Il vortice di rossi, verdi e ocra vivi e luminosi diveniva una tempesta di marroni, neri e blu.

In basso le teste di sfingi e le figure umane stilizzate, dipinti come se fossero ricoperti da teli di plastica e nylon, perdevano i viola scuro screziati di lilla e i marroni bruciati e anneriti. Contemporaneamente affioravano reticoli di rosso e arancione, pennellate di grigio chiaro e verdi smeraldo che si intrecciavano con verde pistacchio.

“Non è possibile!”

Appena Stefano si era accorto di questo processo, era ricaduto in una profondissima crisi ipocondriaca:”Questa volta sono ammalato gravemente e non si tratta di demenza senile, queste sono vere e proprie allucinazioni da schizofrenia… …se avessi qualche scatto violento potrei essere classificato come borderline.”.

Ecco il perché della birra -a lui che la birra fa schifo- e il perché delle sigarette -lui che non fuma da 55 anni-.

Dopo la scoperta Lupone non aveva dormito per due giorni e due notti, infine era crollato. Ma il suo cervello aveva goduto del sonno solo per due o tre ore, infatti Stefano s’era svegliato all’improvviso in preda ad un’ansia incontrollabile. Era corso velocemente a verificare lo stato del quadro.

Aveva sperato ardentemente che si fosse trattato di un sogno, di un incubo. E invece no, ecco lì il quadro ancora in attività…

La linea flessuosa e sensuale rosa carne, in alto, diveniva pian piano violetta, viola e infine blu. Come se fosse una parte di pelle di una persona che sta diventando cianotica per asfissia dei tessuti. Il vortice di rossi, verdi e ocra vivi e luminosi diveniva una tempesta di marroni, neri e blu.

In basso le teste di sfingi e le figure umane stilizzate, dipinti come se fossero ricoperti da teli di plastica e nylon, perdevano i viola scuro screziati di lilla e i marroni bruciati e anneriti. Contemporaneamente affioravano reticoli di rosso e arancione, pennellate di grigio chiaro e verdi smeraldo che si intrecciavano con verde pistacchio.

Sempre nell’identico modo e nella stessa sequenza.

Dopo quei venti e più giorni passati così, in contemplazione della tela “viva”, o meglio del dipinto “vivo”, era già la quattordicesima volta che si verificavano quei cambiamenti.

Sempre identici, sempre con la stessa sequenza sia qualitativa che quantitativa.

Rosa, Violetto, Viola, Blu… Viola, Lilla, Rosso, Arancione…

Lupone annotava tutto su un quadernetto con le pagine a quadretti. Aveva deciso di andare a fondo nella faccenda, o meglio la faccenda aveva deciso che Lupone sarebbe stato uno dei fattori centrali coinvolti. Continuarono così a passare i giorni.

Non rispondeva alle chiamate, non rispondeva alle e-mail, non rispondeva ai messaggi, non apriva alla porta quando suonava il campanello.

Solo una notte, per sbaglio, erano circa le 3:00, rispose al cellulare. Era una voce amica che chiedeva aiuto, un favore, un’auto in prestito. Lui rispose automaticamente di sì. Gli avrebbe prestato la sua Panda rossa.

“Passa pure, sai dove abito” e chiuse la comunicazione.

PITTORE. dei racconti – capitolo 5

Si trattava di una decina di tele che Lupone non aveva mai voluto esporre e tanto meno vendere. Alcune perché ritenute insignificanti e malriuscite, altre perché legate a qualche momento particolare della sua vita, altre ancora perché mai terminata… a volte ferme da anni e anni.

Da quanto tempo doveva fare un contorno nero a quella figura umana, sette o otto anni.

E quelle due pennellate di rosso… maledizione, aveva riflettuto per due settimane -quasi una ossessione- su quale rosso usare, con che pennello farle, in che punti precisi, in che senso… tutto perduto. Se avesse voluto recuperare quel discorso pittorico avrebbe dovuto ritagliarsi nuovamente due settimane dedicate ad hoc, ormai non se lo poteva permettere più. Eppoi che senso avrebbe avuto un’operazione del genere, l’ocra e il nero dello sfondo aspettavano quei due tocchi di rosso da quasi diciotto anni.

Ad un tratto Stefano si concentrò su una tela piuttosto grande, collocata molto vicino al soffitto -per utilizzare tutto lo spazio possibile-.

Si trattava di una tela quadrata, circa 120 cm per 120cm, un turbinio di centinaia di colori che formavano incastrandosi e mescolandosi due aree ben distinte, da un lato colori freddi e scuri, sabbiati, pesanti, da un lato colori caldi, luminosi, leggeri e corposi contemporaneamente.

Decisamente un quadro unico nell’intera produzione dell’artista.

Non aveva mai più fatto un’opera del genere. Non era il suo stile, non risultava neanche una delle tecniche a lui più congeniali.

Stefano iniziò a fissare intensamente il quadro.

Non ricordava d’averlo fatto.

Strano.

Molto strano.

Infatti Lupone non era mai stato uno di quei pittori che una volta raggiunto il successo con un certo stile e con certi soggetti o tematiche poi sfruttava la cosa commercialmente producendo centinaia di copie di uno stesso quadro, copie di cui è facile perdere il ricordo dell’esecuzione.

Cribbio -lui pensava “cribbio” perché “cazzo” era cacofonico, suonava male, eppoi “non si dicono parolacce…”, cazzo!- .

Non che pensasse e volesse ogni quadro integralmente e assolutamente come una nuova avventura, una nuova sperimentazione, una nuova ricerca. Diciamo che su un certo tema o discorso artistico lui disegnava una trentina di bozzetti su carta e dipingeva una ventina di tele. Anche per questo aveva un rapporto conflittuale con i suoi due o tre galleristi, i quali lo sopportavano perché avere l’esclusiva di Lupone era ormai un investimento sicuro per il presente e per il futuro.

Anche per questo i suoi due o tre galleristi si facevano reciprocamente la lotta con colpi bassi e furbizie varie per riuscire ad appropriarsi del numero più alto di opere nei tre appuntamenti annuali in cui il pittore distribuiva loro la nuova produzione.

Per questo era strano che non si ricordasse di quella tela.

Eppure per quel quadro non esisteva nessuna serie a cui attribuirlo, non esistevano bozzetti né schizzi. Almeno lui non se ne ricordava.

In primo luogo Stefano pensò al peggio:”Porca puttana, sono vittima di amnesie senili precoci!”. Siccome una delle sue caratteristiche era essere ipocondriaco a intermittenza, scattò questa crisi. Dopo una decina di minuti utilizzati per calmarsi -durante i quali fece diversi test mnemonici per riacquistare fiducia nel suo cervello- ritornò ad osservare il quadro…

Erano passate ormai tre settimane. Nella segreteria della casa di Lupone si accavallavano diversi messaggi di amici e galleristi. Lupone avrebbe dovuto già essere a New York da cinque o sei giorni. La sua casella di posta elettronica rimandava indietro tutto, zeppa com’era di messaggi.

“Wuociapp-Facebucche-telefoniamobile figurarsi!”

Stefano non si faceva trovare.

Aveva staccato la tela quadrata dalla parete, aveva sgombrato l’intera sala dei mobili. Aveva posto il quadro su un cavalletto, in fondo alla sala. Dall’altro lato, a circa 7 metri di distanza aveva sistemato -a fronte quadro- la poltrona.

La tela era ben illuminata da due faretti alogeni. Le persiane delle finestre erano abbassate. A terra, sulla sinistra, c’era un mucchietto di lampade alogene fuliminate, sei o sette. Sulla destra della poltrona, invece, un mucchio di lattine di birra, vuote. Anche se lui non beveva alcool… …almeno.

Lupone non aveva mia bevuto birra in vita sua, solo a volte qualche sorso; gli faceva schifo. Ma non per moralismo, anzi. Gli piaceva offrirle agli amici. Accanto alle lattine qualche confezione di biscotti: alcune integre, altre vuote, altre piene di briciole.

Sulla sinistra della poltrona c’era un mucchio di sigarette spiegazzate e sgualcite, mai accese. Lupone non aveva mai fumato in vita sua. Ma non per salutismo; gli faceva schifo.

Ora però portava nervosamente alla bocca una sigaretta ogni 30 minuti, ma senza fare tutti quei movimenti e salamelecchi dell’adolescente che fuma una sigaretta pensando di dire al mondo “fumo una sigaretta”.

Non la accendeva. Quando il filtro iniziava a sciogliersi fra le labbra per l’umidità, lo staccava dalla sigaretta e rimetteva in bocca quest’ultima. Poi, se iniziava ad avere troppe fregole di tabacco sulla lingua, gettava definitivamente la cicca, mai accesa. Ne prendeva allora una nuova. Lupone sapeva che i suoi amici fumatori quando erano nervosi consumavano ininterrottamente sigarette, e lui in quel momento era terribilmente nervoso… …non voleva sentirsi un idiota da meno.

Il quadro aveva portato Lupone a questo stato di cose. Ma in che modo? Un quadro?

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte prima -capitolo 4

Diario di Monia.

Data astrale sconosciuta

un venerdì

Così mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ora di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana le ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo. E loro non te lo danno.

Non che io sia bella, ma bellina. Forse una bellezza particolare. Non lo so. Tutti pensano che essere belle (o carine) sia un vantaggio, sia una fortuna… Come se fossimo esseri che vivono solo a livello epidermico, verso l’esterno. E i rompiballe o quelli per i quali diventi un’ossessione?

Essere piacenti a volte aiuta, in certi casi anche molto… non solo per quelle che usano il corpo per fare carriera (ce ne sono più di quel che pensi, anche quelli? Boh, qui apriamo una voragine). Fanno bene? Fanno male? Non lo so, ad un certo punto sono fatti loro. Ma dietro al bel sorriso, dietro ai begli occhi, cosa sanno gli altri?

Si soffre tanto, si riflette, si cercano sprazzi di gioia o solo di serenità per spezzare l’angoscia che fluisce, per spaccare il senso di inutilità, per fare breccia nell’involucro che ci isola dal mondo. Presentarsi, dirsi le prime parole è solo un tentativo di spezzare l’impermeabilità della solitudine che vive e alberga in noi, nella nostra mente, nel nostro spirito, nella nostra coscienza, nella nostra anima, indifferente, come uno preferisce. Poi come ci si presenta, io mi presento sempre in modo banale:”Ciao, sono Monia” o “Ciao, mi chiamo Monia”.

Sarebbe meglio sempre la seconda versione, “mi chiamo Monia”, perché dire “sono Monia” non ha alcun senso, io sono molto di più. Anche perché quel nome mica l’ho scelto io, te lo appiccicano mamma e papà. Io sono molto di più. Sono la mia storia, le mie emozioni, i miei dolori e le mie gioie sia fisici che psicologici. Come fai a sintetizzare tutto in un grumo di lettere, anzi di suoni. Quindi “Ciao, mi chiamo Monia” va bene, se poi hai tempo per capire chi sono, magari si riesce anche ad andare oltre l’essersi incontrati una volta davanti ad un caffè o l’essere “semplici conoscenti”. Ma devi darmi tempo che è poi la cosa più preziosa che abbiamo.

Chissà, poi si potrebbe arrivare anche al punto che potrei dire a qualcuno che ti scrivo. Per ora ciao, vai a nanna Diario di Monia.

PITTORE. dei racconti – capitolo 3

Si fregò gli occhi, si avvicinò al quadro, l’osservò ancora. Non si scorgeva alcuna alterazione della pittura, eppure non v’era dubbio: l’espressione era assai mutata. Non era soltanto una immaginazione; ma una cosa tremendamente evidente.

Oscar Wilde 1890.

Stefano Lupone, operatore artistico culturale di discreto successo internazionale, è riuscito finalmente a ottenere un riconoscimento ufficiale nella sua città natale. Il destino delle migliori intelligenze regionali è sempre uguale da decenni: emigrare per poter avere successo, quindi rientrare per godere di un po’ di considerazione fra i conterranei. Anche Stefano Lupone come pittore si è dovuto piegare a questo destino che ci appare quasi ineluttabile. Finalmente in questo novembre meteorologicamente benigno l’artista ha visto riempirsi di concittadini e corregionali le sale del museo del Castello che ospitano una rassegna della sua produzione nelle arti visive contemporanee, dalle origini all’oggi. Si tratta di centocinquanta opere realizzate con diverse tecniche e su supporti fra i più disparati. L’esposizione parte dal periodo giovanile, ribelle ed espressionista, per arrivare agli ultimi studi di tipo concettuale e minimalista.

L’uomo sui cinquanta buttò a terra il quotidiano che stava leggendo, si fece cadere sulla poltrona e chiuse gli occhi. Non si accese una sigaretta perché non fumava, non si fece un bicchierino di grappa, perché non beveva. Però non era un salutista. I suoi gironi danteschi erano altri.

Quante lotte! Quanta fatica! Ma finalmente un po’ di successo anche nella sua terra, odiata e amata contemporaneamente.

Sì, perché a Stefano Lupone non importava gran che aver spopolato sulle piazze di Mosca e neppure aver incassato l’elogio dei più feroci critici francesi, non gli importava neanche che a New York come a Los Angeles le sue opere fossero contese a suon di mazzette di dollari fra industrialotti ignoranti di provincia e intellettuali radicalchic delle università.

Oddio, non che gli dispiacesse, anzi, del resto non aveva mai immaginato di riuscire a cavar qualcosa per vivere dall’arte, da quell’attività che per lui non era un hobby e neppure un “mestiere”, dove per “mestiere” dobbiamo intendere -come si fa dalle sue parti- un onesto e rispettabile posto di lavoro dipendente o attività in proprio, ancor meglio se legata al mondo dell’artigianato.

Eppure era andata così, emigrato volontario per studio a vent’anni negli USA, grazie ad una borsa per gli scambi internazionali, ci era rimasto contro il parere di amici e familiari, dopo 9 anni era a Parigi con un nome abbastanza noto e con una promettente carriera davanti a sé. Molti come lui erano rimasti invischiati nell’american way al negativo, inglobati dal sottoploretariato delle grandi città, alternando sussidi di disoccupazione a Mc-Job. Lui era stato più fortunato.

Ma da quel successo acquisito dovettero passare altri ventun anni per poter vedere la sua gente e la sua terra attestare il suo essere artista, e per di più un “perditempo” (nella sua città “perditempo” è sinonimo di “artista”) con un reddito ben superiore a tutti i suoi vecchi amici, i più fortunati ben sistemati in banca o a capo di qualche piccola azienda artigiana, i meno fortunati alle catene di montaggio o in fonderia. Gli sfortunatissimi, pochi, col cervello sfatto per droga o alcool, altri ancora suicidi.

Come mai questa necessità? Perché non lasciar perdere il suo paese natio, in confronto a Mosca, Parigi e gli States?

Era una cosa più forte di lui, in fin dei conti Stefano Lupone sapeva che la sua arte traeva linfa vitale da quelle radici.

Un amore e un odio per un popolo capace di grandissime miopie culturali, spacciate per buon senso e prudenza, come di grandissimi slanci di solidarietà ed encomiabili prove di operosità e intraprendenza. Un popolo con l’anima tempestata dalle emozioni e dai sentimenti, dalle passioni forti, eppure esternamente duro, apparentemente freddo, riservato, schivo, taciturno, per lungo tempo prima di scigliere qualche maglia della corazza. Gente solida, ma non teatrale.

Un amore e un odio per una terra capace di contenere veramente tutti i paesaggi di un continente, quasi anche tutti i ceppi linguistici principali della vecchia e forse biodegradabile Europa, ma piccola e provinciale nella sua piccolezza geografica.

Ma Stefano Lupone sapeva che i suoi quadri avevano particolari tonalità di giallo caratterizzate da una certa matericità che chiunque, con un po’ d’attenzione ed esperienza, avrebbe potuto facilmente associare alle croste di polenta che rimangono sul paiolo, una volta che la massa di bollente farina di mais è stata versata sul tagliere.

Al Nord si mangiava polenta, nella sua terra si mangiava polenta.

Sapeva anche che i tratti slanciati e scuri delle sue composizioni astratte non erano altro che i rami spogli dei gelsi che feriscono il cielo nelle giornate d’inverno.

Al Nord si tirava su il baco da seta, nella sua terra una volta era importante.

Come sapeva che certe forme costanti nelle sue tele ricalcavano pedissequamente il profilo delle Alpi o i canali tortuosi della laguna, quando il rigore del gelo li rende ben distinti e puri.

Lui, un rappresentante della transavanguardia espressionista internazionale -più legato alle forma nordiche che latine del movimento-, sapeva tutto ciò, o meglio viveva tutto ciò.

Dalla poltrona su cui s’era lasciato cadere poteva vedere alcuni quadri. Erano appesi ad una grande parete che non era interrotta né da porte né da finestre.

Che quadri erano? Di cosa si trattava? Certamente suoi, ma a volte la memoria gli giocava brutti scherzi.