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STUDENTI. parte quarta – capitolo 33

– Insomma cosa c’è?

– Sono preoccupato per Sandro – Disse serio Gianluca.

– Perché?

– Si comporta in modo strano.

– Beh, allora è tutto ok. -fece Adalberto appoggiando la sua cartella di cuoio sul tavolo del salotto.

– No, ti dico che c’è qualcosa che non va.

– Fammi qualche esempio allora.

– Ieri. Ieri l’ho trovato in bagno tutto nudo, seduto sul water.

– Quindi?

– Erano almeno da due ore là dentro e non fare battute sceme su stitichezza o altro.

– Dai, me le hai bloccate, erano servite su un piatto d’argento! Ad ogni modo non c’era altro? Forse era veramente stitico.

– No, si era portato in bagno quel suo volumozzo rosso.

– Scusa, era seduto sul water, nudo, chiuso dentro da due ore e…

– Sì, stava leggendo una raccolta di saggi di Bertrand Russell, seduto sul water e nudo.

– Beh, Bertrand Russell non è Manara, chissà, magari un pelo di perversione.

– Insomma, smettila. Ti dico che non sta bene. Due giorni fa l’ho trovato in cucina, seduto al tavolo, con davanti una terrina piena di almeno cinque chili di spinaci bolliti, li mangiava col cucchiaio e ad ogni boccone mugolava “Sto maleee, sto malllleeeee!”. Gli ho detto di fermarsi, di non fare così, di tirarsi su, di terminare con quel piagnisteo, che non era mica giusto rompesse a tutti, fra le altre cose.

– E lui?

– Mi ha dato ragione, mi ha chiesto scusa, ha detto che avrebbe smesso.

– Allora bene, non è nulla.

– Eh no, che non è bene. Ha smesso di dire “Sto male”, ma con lo stesso tono, con lo stesso volume, con lo stesso miagolio fastidioso ha iniziato a dir “Sto beeneee! Sto beneee!”, sempre ad ogni boccone di spinaci lessi. Sembrava un gatto randagio in amore. E non ti dico di ieri sera.

– Cosa è successo ieri sera?

– Hai presente che di là non si prende Tele Adriatica?

– Sì, e allora? Non interessa a nessuno.

– A Sandro sì, ha iniziato a vedere un’assurda telenovela anni Ottanta, con Veronica Castro, la danno solo su quel canale alle 23:17; ma, siccome non si prende, ha rubato una catena di quelle che hanno piazzato lungo i marciapiedi per la Bora, ha preso quel vecchio televisore arancione, l’ha acceso, ha attaccato con un fil di ferro l’antenna alla catena e poi ha calato fuori dalla finestra tre metri della stessa. Siccome poi il canale era ancora disturbato, ha iniziato a far oscillare la catena, facendola anche sbattere contro la grondaia. Il tutto urlando ai passanti “Xe più zorni che luganeghe” e poi ha iniziato a cantare “O ce biel ciscjel a Udin”. Per fortuna il canale si è sintonizzato e ha smesso, altrimenti avrebbero chiamato i vigili o la polizia.

– Ora mi fai preoccupare.

Per riflettere sulla situazione aprirono il pacco da un chilo di gelato alla vaniglia variegato amarena, presero due cucchiai, si tolsero le scarpe e si misero a guardare le puntate di A-Team ritrasmesse su Telemondo 2, sperando vennise loro qualche idea per riagganciare Buffon. Intanto dalla camera di Sandro si alzava lento, solenne, baritonale un canto antico e moderno: – Oh partigiano, portami via…

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte sesta – capitolo 28

(assolo in prima persona)

Sì, dai, racconto io.

Faceva freddo, uno di quei freddi secchi e pungenti, ma c’era anche un bellissimo sole, l’aria pulitissima. Si vedevano oltre al mare azzurro le montagne friulane. Sembravano dei menhir ancestrali nati dal fondo dell’oceano (qui ci sarà il patito di geologia che dirà: sì, hanno un’origine sedimentaria marina; oppure il fan di Lovecraft che partirà con strani accostamenti).

Abbiamo preso l’autobus, all’inizio era pieno di gente. Quando lo prendo io, l’autobus è sempre pieno di gente. Con la stagione fredda i viaggi su mezzo pubblico sono un po’ meno impegnativi. Almeno si evita il fattore olezzo-sudore-untume umani poco trattati con acqua e sapone. Lasciamo perdere i profumi (non i deodoranti) che tentano di coprire l’in-copribile e creano dei mix acidoaromatici da suicidio collettivo. A volte col caldo preferisco farmi i chilometri a piedi piuttosto che salire su autobus semiscassati e talmente carichi di gente che sulla fiancata potrebbero metterci la pubblicità delle sardine in scatola. Sarebbe una grande trovata pubblicitaria: sardine di nome, stipate di fatto. Ma sto divagando.

Dunque, Monia ed io abbiamo preso l’autobus. Destinazione: Miramare.

Man mano che ci allontanavamo dalla città l’aria si alleggeriva. Le frenate però si facevano sentire di più e bisognava tenersi con più forza.

Eravamo rimasti in piedi per tutto il tragitto. Non amo l’autobus, ma per Monia qualsiasi cosa, anche una campagna di Russia! Non avrei mai perso un’occasione per stare con lei, per vederla oscillare alle fermate, per sperare che capitasse la frenata più improvvisa e più forte, così lei per stare in piedi si sarebbe appoggiata a me. I nostri corpi si sarebbero toccati, ci saremmo toccati, magari lei si sarebbe aggrappata in un abbraccio imprevisto, magari le sarebbe piaciuto, e da imprevisto l’abbraccio sarebbe diventato caldo e voluto. Uno sfiorarsi del volto, un incrociarsi degli occhi, un chiudere le palpebre.

Invece niente. Vabbè!

Siamo arrivati a Miramare, ho fatto qualche figura di merda, come al solito. Anche con le persone al bar. Poi tra freddo, Russia e altri pensieri le ho dato un nuovo racconto da leggere. Banalmente c’erano di mezzo anche i russi. Per dargli un’aria datata ho anche riesumato alcune grafie con K e Y al posto di C e J, per certe parole. Una chicca, ma solo autoreferenziale. Era un racconto che non mi ha mai convinto del tutto, comunque tutto fa brodo. Il mio obiettivo è allungare questa fase, non mollare. Se l’è tenuto, troppo lungo per riuscire a leggerlo al bar, ha detto così. In effetti è lunghetto. Perfetto, questo racconto magari pesa tre volte in termini di tempo rispetto a quelli standard. Abbiamo bevuto una buonissima cioccolata, ma più dolci, buone e fragranti, aromatiche sarebbero state le labbra di Monia.

Monia ha delle labbra stupende, paiono vellutate, morbide, secondo me sanno di cannella e zucchero. Le potrò mai assaggiare?

Mi sa che dovrei dire a Monia delle cose, ma non sui racconti.

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte terza -capitolo 27

Diario di Monia.

Data da calendario Maya sconosciuta

– comunque non apocalittica

Dunque, ricapitolando dicevo… mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ore di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana alcune ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo e loro non te lo danno, la tua mente (o coscienza? O anima? O spirito?) ha altre priorità.

Non c’è niente da fare, donne e uomini sono stronze e stronzi in modo diverso. Forse i ragazzi sono più idioti che stronzi. Non lo so ancora, rispetto ad un’ottica scientifica o anche solo pragmatica, mi mancano dati. Sono carente sulle statistiche (appuntarsi necessità di impostare indagine scientificamente predisposta). Forse è un problema solo mio, non riesco a dare grandi spazi e occasioni alle altre persone (così anche li raccoglierei ‘sti dati). Sostanzialmente penso che gran parte di tutti quelli che conosco mi ritengano una stronza. Chissà, potrebbe essere un buon punto di partenza per la mia carriera da critico letterario (o critica letteraria al femminile, ma quella è l’attività, che casino!). Non lo so con certezza. Comunque devo dire che sto passando diverso tempo con quel mio amico/conoscente/niente di più (beh, era solo un conoscente, adesso però è la persona che frequento che si avvicina di più all’essere un amico, niente di più perché non sarà mai niente di più, ovvio), quello che scrive e scrive e scrive, Madonna se scrive! Mi va bene così, però, non mi lamento. La mia “cavia”, sì, Sandro.

A me piace andare all’aperto d’inverno, così anche quando sono qui a Trieste faccio qualche giro. A volte anche propongo un giretto del genere ad Augusta e a Bice, che sarebbero le mie forse/amiche. (Come cazzo si fa a chiamare una figlia Augusta o Bice… del resto anche i miei non hanno scherzato: Monia!). Però Augusta ha sempre qualche impegno con l’ennesimo nuovo ragazzo (e vedi che potrei usarla come fonte di dati) e Bice, invece, -ho fatto rima- è una lontra in letargo dal 1° dicembre al 15 febbraio. Si arrabbia tanto quando glielo dico, però è vero. Magari potrei chiamarla marmotta o con il nome di qualche altro animale più caldo e morbido, però lontra le calza a pennello. Ad ogni modo, in quei giorni Bice non uscirebbe mai, se non per le lezioni all’università, per fare la spesa o per prendere il treno nei fine settimana, destinazione casa. Invece Sandro ha accettato. E siamo andati a fare un giro a Miramare. Un freddo galattico, un sole bellissimo, una cioccolata calda deliziosa. Sandro sempre strano ed enigmatico. Non sai mai se c’è o ci fa, non sai mai neanche se ci prova o ti prende per i fondelli. Forse si droga o si impasticca. Lui nega assolutamente. Penso che per il freddo ci sia venuta in mente la Russia, poi per associazioni a catena il racconto che aveva (casualmente?) con sé. Mi sa che dovrei dire a Sandro delle cose, non intendo rispetto ai suoi racconti, ho paura che si illuda o si costruisca dei film irreali. Adesso, caro diario, continuo a leggere “Oh partigiano”… all’inizio un po’ didascalico, ma si fa interessante. Ci vediamo. Kiss kiss!

Che chiusura idiota, kiss kiss, se una mia amica mi salutasse così cosa penserei di lei: “Ma ci fa o ci è?”.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 25

Grazie al fatto che sapevo già abbastanza bene il russo, mi abituai facilmente alla nuova situazione; il problema più pesante rimaneva il clima.

Non partecipai attivamente alla vita politica, trovai una donna più vecchia di me, ci innamorammo e iniziammo a convivere. La nostra casa s’affacciava su uno dei tanti canali che costellano la città baltica. Il fatto che leggessi tutta la poesia che mi capitasse sotto mano e il fatto che fosse risaputo che in ogni occasione buona mi facessi portare certi libri che arrivavano dall’occidente capitalista, risultarono la causa che diede inizio alla mia sorveglianza da parte di una certa sezione dei servizi politici per gli interni. A capo di quella sezione, mi sembra si chiamasse “Propaganda e Cultura”, a Leningrado c’era un certo Boris Koprakov: che fosse un omuncolo meschino e inetto era voce sulla bocca di tutti.

Per questo, però, era anche molto pericoloso per persone come me. I suoi superiori affidavano gli incarichi più importanti alla sua sezione saltandolo sistematicamente, gli lasciavano invece i casi meno importanti. Lui, ben sapendo questa prassi, scaricava la sua frustrazione esasperando certi metodi.

Inoltre, visto che veniva ignorato dal sistema, aveva praticamente mano libera. Un giorno, tornando dal lavoro, trovai Tatjana piangente in casa.

Erano stati a prendere tutti i miei libri e le mie carte ed erano già di sotto ad aspettarmi. Dovetti andare con loro, erano uomini di Koprakov.

Riuscii a salvare qualche scritto e qualche libro che avevo nascosto per precauzione; avvisai Tatjana della cosa e le chiesi, baciandola, di conservare tutti i materiali con la massima cautela e di non farli vedere a nessuno.

Il 23 dicembre 1949, primo anniversario della morte di Giorgio, fu anche l’ultima volta che vidi Tatjana. Le accuse erano generiche, del resto non poteva che essere così; la più grave, per le mie conoscenze, era quella di “importazione e diffusione di materiali di propaganda anticomunista” e già che c’erano avevano anche inserito un sospetto di “plagio e corruzione della gioventù”; non ricordo bene se le formule che ho qui riferito corrispondano perfettamente a quelle che erano ufficiali allora, però i concetti erano quelli.

Mi venne quasi da ridere al pensiero dell’accusa di corruzione della gioventù, mi immaginai condannato alla pena che toccò a Socrate per un reato identico: bere la cicuta. Non potevo immaginare che in alcuni giorni della mia lunga prigionia sarei giunto a disperarmi per il fatto di non avere il veleno a mia disposizione.

Koprakov aveva un metodo tutto suo per ovviare a certe lungaggini burocratiche, sia che si trattasse di carpire una confessione scritta, sia che si trattasse di aspettare il processo e il verdetto. Il suo motto era: “Intanto in cella, che se non sappiamo noi il perché, lo sa sicuramente il prigioniero”.

Boris Koprakov era un bastardo di prima categoria. Il 28 dicembre 1949, senza aver rilasciato alcuna confessione scritta o orale, senza essere passato davanti ai giudici del popolo, fui rinchiuso.

Rimasi in carcere per quasi sei anni senza alcun cambiamento della mia situazione giuridica; neanche con la morte di Stalin, nel ’52, la mia sorte cambiò. La morte di Stalin fu anche l’unica notizia del mondo esterno che mi giunse nel mio periodo di reclusione; per me quella morte non significò nulla.

Ben più rilevante, a livello mio personale, fu quella di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955.

Un infarto mentre era a letto con un suo subalterno di 22 anni il quale invece di scappare e far perdere le sue tracce, telefonò immediatamente all’ospedale senza neanche rivestirsi; la storia per tre mesi fu uno degli argomenti principali delle discussioni e dei pettegolezzi attorno alle bottiglie di vodka, per tutti i locali di Leningrado. In verità non tanto per l’omossessualità, quanto per la differenza d’età fra i due.

Il giovane si suicidò dopo che i genitori non lo vollero tenere più in casa e dopo che la fidanzata lo lasciò; anche nei paesi comunisti perduravano certe discriminazioni.

Prima di passare alla mia scarcerazione, debbo per forza darvi qualche informazione in più sulla mia prigionia, la mia cella, la mia tortura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 23

Sono nato a Cervignano, nella Bassa friulana, il 17 novembre 1923 da Antonio Massi e Rosa Bulfon. Mi hanno chiamato Giordano, ho sempre avuto una memoria d’acciaio per le date. Mio padre era socialista; era una testa calda, sempre in prima linea, fu picchiato a sangue dai fascisti nel 1924 e poi nel 1927; riuscì entrambe le volte a cavarsela.

Morì di infarto nel 1933. A differenza di alcuni anarcosindacalisti che seguirono Mussolini quando fu espulso, lui rimase sempre fedele al partito socialista.

Mia madre lavorava tra campi e filanda, mio padre faceva il bracciante.

La mamma morì nel ’44 per un’esplosione, ci furono altre tre vittime nello stesso scoppio.

Allora avevo vent’anni; sì, ho passato tutta la mia gioventù sotto il fascismo, poi la guerra e non sono più stato giovane.

Lo stesso anno in cui morì Rosa, visto che non mi legava più nulla al mio paese natale, andai con i partigiani slavi. “Comunista, italiano…!”, gridai così quando li trovai su per le valli. Erano in cinque, mi diedero qualcosa da mangiare, poi parlottarono un po’ fra loro. Penso che decisero di portarmi con loro perché, fra le poche cose che dissi, misi in mezzo anche il nome di uno dei capi dei comunisti di Cervignano a riguardo del quale era risaputo che avesse contatti costanti con vertici comunisti sloveni. Dopo alcuni giorni conobbi anche uno dei loro comandanti, lo chiamavano Boka. Mi chiese il nome e io gli dissi “Giordano di Cervignano”, lui rise con la sua voce profonda, poi a tutti quelli che erano lì attorno disse delle frasi in sloveno, capii solo che il mio nuovo nome, il nome di battaglia, sarebbe stato Bruno.

Boka se la rideva ancora quando andò via, io ero diventato per tutti Giordano Bruno da Cervignano, poi solo Bruno. Combattei e imparai un po’ lo sloveno.

Nel marzo del 1945, dopo uno scontro con un gruppo di fascisti e tedeschi, rimasi tagliato fuori dal mio gruppo. Andai così con i partigiani italiani, in un GAP. Poi partecipai alla liberazione di Udine, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in seguito a quella di Cividale.

Nella battaglia di Gorizia, una delle prime del movimento resistenziale italiano, persi due miei amici d’infanzia: Gianluca e Giovanni.

A settembre del 1945 tornai a Cervignano, trovai qualche vecchio amico, trovai anche due di quelli che avevano picchiato mio padre nel ’27. Se ne andavano in giro come niente fosse, erano stati furbi perché con la repubblica di Salò si erano tenuti in ombra, del resto con la guerra e il mercato nero avevano messo su una discreta fortuna e per loro non valeva più tanto rischiare troppo.

Una sera li aspettai dietro un angolo, e con l’aiuto di Giorgio, mio coetaneo, li accoltellai entrambi. Scappammo a Trieste, poi in Istria. Seppi solo nel 1957 che uno, P.Q., era morto la sera stessa, l’altro se l’era cavata e faceva la bella vita a Udine. Ma quando mi giunsero queste notizie, mi risultarono totalmente indifferenti, del resto nel ’57 la mia vita era ormai completamente sconvolta. Meglio però che proceda con ordine.

Con Giorgio, l’amico di Cervignano compagno di vendetta e di fuga, le cose per me cambiarono molto.

Lui aveva studiato, sapeva il tedesco e anche l’inglese, inoltre era comunista perché aveva letto Marx e Lenin. Io invece ero andato con i partigiani comunisti istintivamente, per salvarmi; ma sentivo ancora l’influsso della militanza socialista di mio padre il quale, pur essendo una testa calda, non aveva mai lasciato la vecchia bandiera per passare col PCd’I, poi PCI.

Dopo la fuga trovammo una sistemazione a Capodistria-Koper. Lì di giorno lavoravamo per distribuire cibo alla popolazione e mantenere l’ordine pubblico; molte sere invece d’andare a bere o con le donne, le nostre amiche si chiamavano Marika e Sandra, leggevamo insieme i libri che Giorgio si portava sempre appresso.

Giorgio mi insegnò il tedesco, perfezionai il mio sloveno, iniziai anche a studiare il russo. Terminò il ’45, poi anche il’46, intanto trovammo insieme lavoro come traduttori. In seguito iniziammo attività di propaganda comunista e filofederativa a Trieste. Nel ’47 fummo espulsi dalle autorità alleate. Giorgio rimase a Capodistria, io andai a Rijeka-Fiume.

Lì fui impiegato come muratore. Ormai da più di due anni vivevo in Yugoslavia e sentivo questo paese come il mio, o meglio ero convinto che vi sarei rimasto per sempre e che alla fine lo avrei considerato la mia patria. Mi tenevo sempre in contatto con Giorgio, lui leggeva quasi sempre libri di politica o filosofia, io invece avevo iniziato ad appassionarmi alla letteratura, in particolare alla poesia; e leggevo quello che avevo a disposizione, in lingua originale russi, italiani, tedeschi e yugoslavi (in genere sloveni, serbi e croati), in traduzione inglesi e francesi. Giorgio non era molto contento di ciò, per lui tutta la poesia era frutto del mondo borghese; anche quella con contenuti progressisti e politicamente condivisibili e scritta nei paesi comunisti -mi ripeteva spesso- risultava una scoria del mondo borghese che sarebbe prima o poi completamente scomparsa, lasciando spazio a arti più idonee al nuovo mondo socialista quali l’architettura, il teatro, la musica, la cinematografia.

In sintesi questo era il pensiero di Giorgio sull’arte; ciò non toglie che non disdegnasse l’ascoltare i resoconti delle mie letture poetiche.

Se penso ora a quel periodo, confrontandolo con i decenni successivi, mi viene una certa nostalgia, sono stati forse i miei giorni più belli; il mio giudizio però può essere fortemente condizionato da due fattori.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte quinta – capitolo 22

Faceva freddo, ma c’era anche un bellissimo sole, l’aria pulitissima. Si vedevano oltre al mare azzurro le montagne friulane. I due ragazzi avevano preso l’autobus, si erano dati appuntamento alla fermata vicino alla stazione ed erano andati a Miramare. All’inizio l’autobus era pieno di gente, stipati come asparagi sott’olio o come sardine in scatoletta. Per fortuna d’inverno non si possono apprezzare le diverse tonalità del sudore ascellare: freschissimo, fresco, di qualche giorno, settimanale, oltre 15 giorni di coltura batterica. Con la stagione fredda i viaggi su mezzo pubblico sono un po’ meno impegnativi, certo ti capita a volte la nonnina che ha appena mangiato mortadella e aglio, ma con qualche accorgimento si riesce a sfuggire all’arma chimica che non ha nulla a che invidiare con la morte nera di Star Wars.

Man mano che si allontanavano dalla città l’autobus -mezzo di discreta età e vicino allo sfasciarsi da solo senza ausilio di ganasce meccaniche- si svuotava, l’aria si alleggeriva. Le frenate però si facevano sentire di più e bisognava tenersi con più forza.

Monia e Sandro erano rimasti in piedi per tutto il tragitto. Sandro non amava l’autobus, ma Monia era stata inamovibile: “Oggi a Miramare!”. Come molti studenti fuori sede non erano automuniti.

Del resto Sandro l’avrebbe seguita anche se lei gli avesse detto: “Oggi campagna di Russia!”. Non avrebbe mai perso un’occasione per stare con lei.

Fu una giornata fantastica, per fortuna il bar all’interno del parco era aperto. Entrarono nella struttura che assomigliava un po’ ad una serra ottocentesca, si sedettero, ordinarono una cioccolata calda con cannella e panna.

Alcune fiamme di candela tremolavano, seppur poco visibili per la luce forte del sole.

– Chissà perché sono ancora accese?- dissero in coro Monia e Sandro. Si misero a ridere.

– Monia, grazie per l’invito! Ma perché con questo freddo e proprio in questa stagione qui a Miramare? Ci saremmo potuti venire mille volte in primavera o anche in autunno, certo… se mi chiami tu io vengo ovunque, in qualsiasi luogo e con qualsiasi tempo.

Sandro nel dire queste parole arrossì un po’, forse anche balbettò: qua qua qualsiasi luogo e con qua qua qualsiasi tempo. Intanto Monia beveva la sua cioccolata calda e si faceva dei bei baffoni bianchi con la panna.

Tacevano e ridevano.

Sandro avrebbe voluto pulirle gli sbuffi bianchi con la mano, anzi con le labbra, anzi con la lingua. Si sarebbe incollato a Monia con quella panna, avrebbe pregato qualsiasi divinità assirobabilonese decaduta che quel bianco fosse cemento a presa rapida o colla mille chiodi… Per rimanere attaccato bocca a bocca con la ragazza fino all’intervento dei pompieri chiamati dal barista. Si ricordò di un film in cui due adolescenti restavano bloccati dopo un bacio alla francese perché i rispettivi apparecchi dentali si erano agganciati l’un con l’altro.

– Sandro! Ehi, Sandro!

Il ragazzo si svegliò così da un sogno (o incubo) ad occhi aperti.

– Sì, che c’è? Vengo sicuramente in Russia con te!

– Ma che dici? In Russia? Sei fuori, ti fai di qualcosa?

– No, no! Scusa… – questa volta diventò tutto rosso visibilmente.

– A proposito di Russia, mi avevi detto di quel racconto, quel giorno che avevamo sentito cantare il Coro della Resistenza.

Sandro non riusciva più a parlare, tirò fuori un plico dei fogli stampati e pinzati, lo passò a Monia, in modo meccanico. Lei appoggio la schiena, allungo le gambe, iniziò a leggere e senza accorgersene appoggiò i suoi calcagni sul piede sinistro di Sandro. Chiaramente lui non si lamentò e non spostò il piede. Dolori d’amore.

STUDENTI. parte terza – capitolo 21

– E quindi, cosa non vi è chiaro? – Disse Buffon restituendo i fogli a Sandro.

– Come che cosa non ci è chiaro? Comissario, non ci è chiaro come lei sia riuscito a risolvere il caso ribaltando tutto l’impianto precedente! Le indagini di Podrecca erano state scrupolose e da manuale.

– Non ho proprio voglia di parlarne. Eppoi il succo della questione il vostro amico l’ha centrato, si tratta di sfumature di grigio.

Buffon prese il suo impermeabile verde pistacchio smunto, uno spolverino che ricordava molto nel taglio quello dei western di Sergio Leone, si mise i giornali sotto al braccio, lanciò due banconote sul tavolo e se ne andò senza dir nulla di più.

-Ehi! Ma non ci si lascia mica così! Arrivederci eh! -disse ad alta voce Gianluca.

Buffon non si voltò, non rispose al saluto sarcastico, uscì rapido dalla trattoria, lasciando i tre amici spiazzati ancora seduti attorno al tavolo. Un comportamento inaspettato.

Si avvicinò allora un cameriere, prese i soldi che Buffon aveva mollato sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi e li guardò con un sorrisetto che indicava ci fosse anche una quota mancia interessante, prima di andarsene disse ai tre – Allora che fate, volete qualcosa di particolare? Oppure vi porto la vostra solita?

– In che senso la nostra solita? -chiese Sandro con un occhio già increspato da un tic nervoso.

– Come in che senso? Volete la vostra “Germania” o altro?

– E no, scusa. Pure tu!

– Lo sa mezza città che voi siete quegli sfigati che ordinano sempre la stessa cosa se siete insieme – chiuse il cameriere e se ne andò.

Gianluca urlò -Fanculo!-, il viso di Sandro in preda a qualche tic sembrava un ritratto cubista a scartamento variabile, Adalberto pensava “Io però ho sete… quasi quasi.”

A parte tutti gli annessi e connessi alla situazione un po’ surreale, il problema era serio: come recuperare Buffon. Per i tre il commissario in pensione era diventato indispensabile come l’ultimo portante di un armadio Ikea.

NON SONO CIMABUE. atto unico – capitolo 20

La salma è stata rinvenuta il 28 agosto da un parente, nella baracca abusiva in cui l’uomo abitava ormai da circa un ventennio.

Ordinata l’autopsia, i medici hanno stabilito che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio.

E così, inaspettatamente, tra le 15:00 e le 19:00 del 27 agosto 1995 è deceduto all’età di 43 anni il signor Incoronato Fulbone. Le origini del malore vanno probabilmente individuate sia nella importante obesità del signor Fulbone, sia nell’ondata di caldo tropicale che ha investito la nostra regione, sia nelle precarie condizioni abitative, sia nell’abitudine del deceduto di alzare il gomito.

Il signor Fulbone, classe 1952, era noto fra i compaesani per il suo carattere chiuso, introverso, palesemente misantropo. Militante anarchico quando era ventenne, alla morte della madre aveva deciso che l’umanità aveva poco o nulla da spartire con lui. Da allora si era dedicato ad una vita di eremitaggio con pochissimi contatti sociali, per lo più da lui subiti e non cercati.

Ma era conosciuto a livello di comunità regionale soprattutto come il “Cimabue friulano”, vista la sua pluridecennale attività pittorica piuttosto apprezzata sia negli ambienti della transavanguardia, sia negli ambienti legati al minimalconcettuale.

Originario di Spilimbergo, abitava una baracca abusiva collocata lungo l’argine del Tagliamento. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza servizi igienici. Vi abitava da solo.

Tutte le autorità e i servizi locali avevano più volte cercato di aiutare e assistere il signor Fulbone, sia con provvedimenti di avvicinamento e contatto informali sia con provvedimenti più drastici, quali ad esempio l’abbattimento della baracca abusiva e un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio -tso- per costringerlo a trasferirsi nella casa popolare che gli era stata assegnata.

Con la pazienza di chi subisce le forze distruttrici di un terremoto o di un’inondazione, con l’assistenza di qualificati e costosi avvocati, Incoronato aveva sempre riguadagnato le sue posizioni e ricostruito la sua abitazione, magari semplicemente spostandosi di qualche centinaio di metri.

Il cugino Fabio Casarsa era l’unica persona che frequentava con una certa continuità Incoronato, aveva infatti ricevuto dall’eremita un incarico, anche ben retribuito. Il signor Fulbone infatti non era povero. Si diceva avesse ereditato dai genitori un certo numero di campi che dati in affitto gli permettevano di non farsi mancare il poco di cui aveva bisogno da parte della società: cibo, materiali per dipingere, vestiario.

Fabio Casarsa –come dichiarato da lui stesso-, a fronte di una percentuale sugli utili derivanti dalla gestione della campagna di Incoronato, si recava ogni 15 giorni, ad orari prestabiliti, presso la dimora del cugino eremita, riceveva così la lista dei beni da fornire.

Uno o due giorni dopo passava nuovamente a scaricare il tutto presso Incoronato.

Il cugino, oltre a questo servizio di rifornimento, fungeva anche da contatto con eventuali collezionisti e appassionati che ricercassero un’opera di Fulbone.

L’intermediazione però non era mai sicura.

Spesso Incoronato non dipingeva per mesi, spesso distruggeva i suoi quadri, altre volte non se ne voleva assolutamente separare.

Di sicuro la sua indole, il suo isolamento e gli aneddoti che coronavano la sua storia avevano contribuito al suo affermarsi entro il mercato dell’arte.

Irascibile e scontroso, Incoronato non era né matto né scemo.

Andava su tutte le furie quando gli capitava di ascoltare da qualcuno o leggere casualmente da qualche parte il soprannome che gli era stato affibbiato da un critico locale: “Il Cimabue friulano”.

Il pittore non aveva mai perdonato un giornalistucolo locale –mediocre critico d’arte- per averlo indicato per la prima volta con quel soprannome, anche se in effetti era più che misterioso il motivo di questa furia. Il lancio del soprannome era avvenuto in occasione di un articolo intitolato “Impossibilità di sfuggire al mercato: artisti ai margini in una provincia marginale”.

Ma Incoronato aveva ragione, non era un Cimabue friulano, non nel campo della pittura. Era semplicemente un furbastro alcolizzato che aveva saputo approfittare, come pittore mediocre, della sua condizione di emarginazione, ritenuto da tutti una persona al limite ed oltre il limite: della salute mentale, della vita sociale, del mondo economico, della cultura e dell’arte.

Il commissario Zerbini, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, aveva sentenziato:”Il caso Fulbone non esiste!”. La dipartita del giovane uomo non meritava ulteriori accertamenti e indagini.

Invece, dopo tre anni di assiduo lavoro, il vicecommissario Podrecca aveva ricostruito lo schema di una rete di traffico internazionale di armi, stupefacenti, valuta falsa e donne dell’Est, rete complessa e articolata che vedeva in Incoronato Fulbone –detto nel mondo della malavita “Il Cimabue dell’import-export” il capo indiscusso. Del resto era innegabile che vicino alla sua baracca fosse stato scoperto un vecchio bunker militare totalmente ristrutturato, risanato, interni extralusso, sistema di controllo a telecamere chiuse con qualche quadro di Incoronato alle pareti. Inoltre in Bosnia era stato arrestato il suo braccio destro, un criminale senza scrupoli capace delle violenze più inenarrabili, si diceva nipote o figlio di tale Stephan S.B., un tedesco passato dallo spionaggio tedesco sotto il III Reich ad alcune branche “riservate” dei servizi sovietici e diventato famoso come torturatore. Ad ogni modo il bosniaco, per sfuggire alle conseguenze più serie della giustizia serba, aveva cantato e molto, facendo più volte i nomi sia di Fulbone -indicato come capo indiscusso della rete- che del cugino, indicato come portavoce di Fulbone. Quest’ultima soffiata sul ruolo del cugino venne poi smentita da ulteriori indagini.

Fabio Casarsa, il cugino, risultava quindi totalmente estraneo ai fatti, un tonto che girovagava con la sua Panda rossa mezza scassata e -pensando di sfruttare il cugino- ne era in realtà il factotum per le incombenze quotidiane.

Nel maggio del 2001, a sei anni dal flop Zerbini e a tre anni dall’evento Podrecca, il commissario Buffon fornisce una nuova verità.

Il Fulbone era veramente solo un emarginato e una vittima dell’effettivo “Cimabue della malavita e dell’intrigo” del Nord-Est, cioè il cugino Fabio Casarsa, uno degli alias di Domenico Scandell, che sarebbe stato il vero capo di tutta l’organizzazione, talmente scaltro da creare un intricato alibi a scatola cinese con cui avrebbe depistato sia Zerbini, facilmente, che Podrecca, in modo astutissimo. Incoronato: voleva denunciare il cugino e per questo è finito avvelenato con l’antimonio.

L’elasticità delle verità giudiziaria, sociale, economica, etica, filosofica… non è che un fatto congenito al sistema, anche in ottica è stato verificato che l’occhio al confine tra il bianco e il nero produce molteplici sfumature di grigio.

STUDENTI. parte seconda – capitolo 19

– Dai corri, coglione!

– Ha parlato lui… …sembri un testicolo rotolante in balia della Bora, sembri.

– Ciao ragazzi, sempre gran classe e lessico forbito in ogni situazione, eh! Comunque state tranquilli non è ancora arrivato.

I due amici si fermarono vicino al terzo ragazzo, avevano ormai il fiato spezzato da grosse inspirazioni di bocca, avevano corso per più di trenta minuti giù per Via Giulia. Gianluca era più tonico, Sandro era paonazzo in volto, Adalberto se la rideva.

– Ma… verrà qui anche oggi? Siete sicuri?

Lui andava sempre là. Ogni mercoledì, alle 13:15, puntuale come un “capo in B” ordinato al bar della Maria. Si leggeva i giornali – locali e nazionali- e poi ordinava qualcosa da mangiare. Dopo quindici minuti incrociava le posate sul piatto (ma non porta sfiga?), poi se ne stava lì un’oretta a chiacchierare col titolare o con altri avventori. Improbabile impermeabile verde muffa, cappellaccio, abito beige.

– Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Ma perché mi fate ripetere le stesse cose?

– Già, perché glielo fate ripetere? – disse una voce.

A quella frase proveniente da dietro le loro spalle fecero un sobbalzo e si girarono di scatto quasi simultaneamente, probabilmente sbiancando un po’ (meno di tutti Sandro, ancora rosso in volto per la corsa di prima).

– Ciò muli, ‘ndemo dentro… Alore, ancjemò lì? – Disse lui, mescolando triestino e friulano.

I tre, ammutoliti, entrarono nella trattoria. Si misero in piedi accanto al tavolo dove lui si era seduto, il solito tavolo con la classica tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi.

– Allora, cosa volete da me? Sono mesi che bazzicate qua attorno, solito posto solito orario. Però intanto sedetevi. Allora? Che volete?

Il tipo era diretto, direttissimo, quasi un TAV.

Iniziò Adalberto, il meno timido.

– Beh, forse è meglio che…

– Ma lei è parente del portiere? Scattò Sandro sovrapponendosi all’amico.

– Bene, sapete già il mio nome, del resto solo dei pirla non lo saprebbero dopo sei mesi di appostamenti, in sincerità eseguiti alla “cazzus”.

– Sandro, ma sei idiota?

– No, è che me l’ero sempre chiesto. Anche ci assomiglia un po’.

– Lasciami parlare. Dicevo che forse è meglio se ci presentiamo, anche per rispetto verso di lei, Commissario Buffon. Io mi chiamo Adalberto, lui è Gianluca e l’altro, lo sa già, si chiama Sandro.

– Piacere. Ma non ho ancora saputo che volete da me?

– Commissario, noi siamo tre studenti di Giurisprudenza qui a Trieste, ma siamo tutti appassionati di criminologia e di tutte le discipline che possono in qualche modo aiutare l’indagine.

– Inoltre -aggiunse questa volta Gianluca- leggiamo sia gli articoli sia gli atti dei processi, a volte andiamo in aula per seguire alcuni processi, cerchiamo di farci amici poliziotti, carabinieri, giornalisti di cronaca nera… Insomma, siamo dei suoi grandi fan.

Il Comissario Buffon fece un mezzo sorrisetto di simpatia, o forse un ghigno al pensiero di trovarsi al cospetto di tre idioti perdigiorno.

– Beh, insomma, oltre ad un mio autografo che potrei anche farvi pagare qualcosa (idioti) che cosa effettivamente volete da me? Compagnia all’ora di pranzo in questa trattoria ogni mercoledì? Io non voglio scocciatori e il mio cragno con crauti o il prosciutto in crosta me li voglio pappare in santa pace!

– Vorremmo chiederle qualcosa su quel caso del 2001.

– Ancora con quella vicenda? Era tutto chiaro alla fine, solo che stampa e TV ci hanno voluto marciare per alcuni mesi per vendere due copie in più o per uno 0,5 in più di indice d’ascolto, la solita storia. Non ho niente d’aggiungere.

– In realtà noi abbiamo potuto leggere molto, sia di ufficiale che non. Magari se potesse dare solo un’occhiatina al resoconto che ha scritto Sandro, il grafomane del gruppo.

– Sì, abbiamo letto quasi tutto dagli archivi, a firma Zerbini, lei e Podrecca.

– Mi fa male rivangare, o piuttosto mi è un po’ faticoso -disse il commissario in pensione.

– Coraggio, sono solo tre pagine. Ci farebbe veramente piacere un suo commento.

– Solo perché mi siete simpatici, i miei simpatici “Germania”!

A quella parola, istantaneamente nella mente dei tre amici esplose l’identica domanda: “Come cazzo fa Buffon a sapere che ci chiamano Germania?”, solo nella mente di Sandro la domanda era stata formulata in modo leggermente diverso “Come cavolo…”, perché Sandro non diceva parolacce; crebbe così esponenzialmente l’ammirazione per quell’ometto con impermeabile alla tenente Colombo -colore verde muffa- e quattro capelli bianchi sul cranio lucido.

Sandro tirò fuori il suo portatile, lo accese e fece per passarlo al commissario.

– Non è che avete un cartaceo? Non mi sono mai abituato a leggere dal monitor, è come se mi sfuggissero cose importanti. Sapete, ho una certa età e la mia generazione non è proprio nativa digitale, anzi.

– Sandro, tira fuori che sappiamo che stampi sempre i tuoi racconti o le tue ricostruzioni di casi famosi, non ti fidi mai della batteria.

– E vabbè, le faccio di solito solo per me. Comunque sì, ecco qua, son solo tre cartelle intanto. E poi scrivo solo le ricostruzioni dei casi… …che è ‘sta storia di racconti, non ho mai scritto racconti. Forse uno, quella volta.

– Ma, mi sembrava. A proposito, come sta Monia? – disse Gianluca.

– Cosa vuol dire questo “a proposito”? Che c’entra Monia adesso? La voce di Sandro si alterò.

– Dai, che c’è? Sappiamo che ti piace… Non è che vi vedete?

– Smettila. Lascia stare Monia e finiamola con ‘sta stupidata dei racconti.

– Uè, muleria. Io non son qui a tenervi il moccolo e a sentire le vostre chiacchiere su fidanzate e ragazze -disse Buffon.

– Se volete che legga, tacere e aspettare!

– Scusi, ha ragione. La volete smettere voi due! – Adalberto ora sembrava zia Gertrude quando rimprovera i nipotini che litigano mentre lei cerca di seguire la rimessa in onda di “Anche i ricchi piangono” su un canale satellitare moldavo, coi sottotitoli in russo.

– L’hai intitolato in modo simpatico questo resoconto, Sandro, ma ti assicuro che quella volta nessuno aveva voglia di ridere. Poi non ho mai creduto a questa cazzata del “Cimabue friulano”.

– Ma Commissario, mica c’era scappato l’omicidio, era morto per cause naturali, poi li scrivo così come vengono…

– Sì, sì! Questo è quello che pensano tutti. -fece Buffon con aria di sufficienza mentre stava proseguendo la lettura.