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O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 30

Mi svegliai tutto sudato, con brividi di freddo, mi alzai dal letto e andai a bere un po’ d’acqua al lavandino. Provavo una strana sensazione, mi sembrò come che, per raggiungere il lavandino che si trovava a meno di due metri, avessi dovuto percorrere una trentina di metri. Forse era uno degli effetti prodotti dalle iniezioni che mi avevano praticato. Non ne ero certo, infatti sicuramente avevo la febbre molto alta e ciò produce normalmente deliri.

Scoprii ben presto che si trattava proprio di una conseguenza delle “cure” di S.B..

La febbre nel giro di poche ore se ne andò, invece la distorsione nelle sensazioni e nelle percezioni non scomparve, anzi, crebbe a dismisura. La vista e gli occhi, dopo quel lungo periodo all’oscurità totale, non sembravano darmi in verità troppi problemi -del resto ero ancora al buio!-, invece la pelle, in particolare quella dei polpastrelli e di alcune aree del viso, mi procurava delle sensazioni insolite e sempre più forti.

Una voce, uno dei tanti carcerieri anonimi, mi chiamò verso la porta della cella.

Mi staccai dal lavandino e iniziai a spostarmi verso la direzione da cui era giunto l’ordine, pensavo fosse arrivato il cibo. Non riuscii a stare in piedi, allora strisciando continuai quello spostamento; la cella su quel lato era di circa 7 metri, eppure mi sembrava uno spostamento infinito, interminabile. D’un tratto, alle mie spalle sentii un rumore di ingranaggi ben oliati; sempre strisciando tornai indietro e scoprii che una parete scorrevole, trattata con lo stesso strano materiale che ricopriva il pavimento, mi aveva diviso dalla zona del letto e degli altri mobili.

Quindi mi trovai in una stanza quasi quadrata, vuota e con il pavimento ricoperto da quella sorta di schiuma solidificata che mi aveva colpito da subito al momento dell’inizio della mia reclusione in quella cella.

La superficie irregolare appariva come un conglomerato di vescicole e di bolle d’aria intrappolate. Queste passavano, come ho già descritto, dal diametro di pochi millimetri fino al diametro di 2 o 3 centimetri. Solo che ora questo materiale, anziché semplicemente incuriosirmi come al primo ingresso in quella cella, divenne lo strumento primo per la tortura a cui venni sottoposto per volontà di quei folli e sadici di Boris Koprakov e Stephen S.B. .

La droga aveva compiuto tutto il suo iter nelle conseguenze psico-fisiologiche. Ora mi trovavo in una condizione terribile e stabile. Stabile in quanto non percepivo più alcun mutamento. Mi ritrovavo ancora in una situazione di ipersensibilità epidermica, tattile, a livello di mani e viso. Terribile in quanto… …e ciò ora diviene difficile da descrivere.

I miei polpastrelli, i miei palmi, le mie labbra e il mio naso uniti -ahimè- in una specie di ipersenso tattile, iniziavano a bruciare terribilmente se non offrivo loro qualcosa da toccare e percepire. Il primo istinto, per trovare sollievo dal bruciore infernale, fu quello di toccare con i polpastrelli delle dita, seguendo una sequenza disordinata, orecchie e naso. Le labbra trovavano sollievo con uno sfregamento reciproco.

Rimasi seduto ad un angolo della stanza, compiendo questa attività, per circa quindici minuti, almeno penso. Poi scoprii il vero aspetto sadico e disumano del supplizio infertomi. L’ipersensibilità tattile era accompagnata da un fenomeno che non avevo mai percepito in vita mia e che non dovetti più sperimentare, per mia fortuna, dopo la scarcerazione. Tutto ciò che il mio tatto percepiva -temperatura e conformazione dell’oggetto esaminato- trovava una collocazione immediata nella mia memoria, duplicandosi all’infinito come una specie di frattale e generando in me un senso di angoscia e di smarrimento talmente forte da provocare vero e proprio dolore psicofisico a livello di mente/cervello e dell’intero sistema nervoso.