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O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 25

Grazie al fatto che sapevo già abbastanza bene il russo, mi abituai facilmente alla nuova situazione; il problema più pesante rimaneva il clima.

Non partecipai attivamente alla vita politica, trovai una donna più vecchia di me, ci innamorammo e iniziammo a convivere. La nostra casa s’affacciava su uno dei tanti canali che costellano la città baltica. Il fatto che leggessi tutta la poesia che mi capitasse sotto mano e il fatto che fosse risaputo che in ogni occasione buona mi facessi portare certi libri che arrivavano dall’occidente capitalista, risultarono la causa che diede inizio alla mia sorveglianza da parte di una certa sezione dei servizi politici per gli interni. A capo di quella sezione, mi sembra si chiamasse “Propaganda e Cultura”, a Leningrado c’era un certo Boris Koprakov: che fosse un omuncolo meschino e inetto era voce sulla bocca di tutti.

Per questo, però, era anche molto pericoloso per persone come me. I suoi superiori affidavano gli incarichi più importanti alla sua sezione saltandolo sistematicamente, gli lasciavano invece i casi meno importanti. Lui, ben sapendo questa prassi, scaricava la sua frustrazione esasperando certi metodi.

Inoltre, visto che veniva ignorato dal sistema, aveva praticamente mano libera. Un giorno, tornando dal lavoro, trovai Tatjana piangente in casa.

Erano stati a prendere tutti i miei libri e le mie carte ed erano già di sotto ad aspettarmi. Dovetti andare con loro, erano uomini di Koprakov.

Riuscii a salvare qualche scritto e qualche libro che avevo nascosto per precauzione; avvisai Tatjana della cosa e le chiesi, baciandola, di conservare tutti i materiali con la massima cautela e di non farli vedere a nessuno.

Il 23 dicembre 1949, primo anniversario della morte di Giorgio, fu anche l’ultima volta che vidi Tatjana. Le accuse erano generiche, del resto non poteva che essere così; la più grave, per le mie conoscenze, era quella di “importazione e diffusione di materiali di propaganda anticomunista” e già che c’erano avevano anche inserito un sospetto di “plagio e corruzione della gioventù”; non ricordo bene se le formule che ho qui riferito corrispondano perfettamente a quelle che erano ufficiali allora, però i concetti erano quelli.

Mi venne quasi da ridere al pensiero dell’accusa di corruzione della gioventù, mi immaginai condannato alla pena che toccò a Socrate per un reato identico: bere la cicuta. Non potevo immaginare che in alcuni giorni della mia lunga prigionia sarei giunto a disperarmi per il fatto di non avere il veleno a mia disposizione.

Koprakov aveva un metodo tutto suo per ovviare a certe lungaggini burocratiche, sia che si trattasse di carpire una confessione scritta, sia che si trattasse di aspettare il processo e il verdetto. Il suo motto era: “Intanto in cella, che se non sappiamo noi il perché, lo sa sicuramente il prigioniero”.

Boris Koprakov era un bastardo di prima categoria. Il 28 dicembre 1949, senza aver rilasciato alcuna confessione scritta o orale, senza essere passato davanti ai giudici del popolo, fui rinchiuso.

Rimasi in carcere per quasi sei anni senza alcun cambiamento della mia situazione giuridica; neanche con la morte di Stalin, nel ’52, la mia sorte cambiò. La morte di Stalin fu anche l’unica notizia del mondo esterno che mi giunse nel mio periodo di reclusione; per me quella morte non significò nulla.

Ben più rilevante, a livello mio personale, fu quella di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955.

Un infarto mentre era a letto con un suo subalterno di 22 anni il quale invece di scappare e far perdere le sue tracce, telefonò immediatamente all’ospedale senza neanche rivestirsi; la storia per tre mesi fu uno degli argomenti principali delle discussioni e dei pettegolezzi attorno alle bottiglie di vodka, per tutti i locali di Leningrado. In verità non tanto per l’omossessualità, quanto per la differenza d’età fra i due.

Il giovane si suicidò dopo che i genitori non lo vollero tenere più in casa e dopo che la fidanzata lo lasciò; anche nei paesi comunisti perduravano certe discriminazioni.

Prima di passare alla mia scarcerazione, debbo per forza darvi qualche informazione in più sulla mia prigionia, la mia cella, la mia tortura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 23

Sono nato a Cervignano, nella Bassa friulana, il 17 novembre 1923 da Antonio Massi e Rosa Bulfon. Mi hanno chiamato Giordano, ho sempre avuto una memoria d’acciaio per le date. Mio padre era socialista; era una testa calda, sempre in prima linea, fu picchiato a sangue dai fascisti nel 1924 e poi nel 1927; riuscì entrambe le volte a cavarsela.

Morì di infarto nel 1933. A differenza di alcuni anarcosindacalisti che seguirono Mussolini quando fu espulso, lui rimase sempre fedele al partito socialista.

Mia madre lavorava tra campi e filanda, mio padre faceva il bracciante.

La mamma morì nel ’44 per un’esplosione, ci furono altre tre vittime nello stesso scoppio.

Allora avevo vent’anni; sì, ho passato tutta la mia gioventù sotto il fascismo, poi la guerra e non sono più stato giovane.

Lo stesso anno in cui morì Rosa, visto che non mi legava più nulla al mio paese natale, andai con i partigiani slavi. “Comunista, italiano…!”, gridai così quando li trovai su per le valli. Erano in cinque, mi diedero qualcosa da mangiare, poi parlottarono un po’ fra loro. Penso che decisero di portarmi con loro perché, fra le poche cose che dissi, misi in mezzo anche il nome di uno dei capi dei comunisti di Cervignano a riguardo del quale era risaputo che avesse contatti costanti con vertici comunisti sloveni. Dopo alcuni giorni conobbi anche uno dei loro comandanti, lo chiamavano Boka. Mi chiese il nome e io gli dissi “Giordano di Cervignano”, lui rise con la sua voce profonda, poi a tutti quelli che erano lì attorno disse delle frasi in sloveno, capii solo che il mio nuovo nome, il nome di battaglia, sarebbe stato Bruno.

Boka se la rideva ancora quando andò via, io ero diventato per tutti Giordano Bruno da Cervignano, poi solo Bruno. Combattei e imparai un po’ lo sloveno.

Nel marzo del 1945, dopo uno scontro con un gruppo di fascisti e tedeschi, rimasi tagliato fuori dal mio gruppo. Andai così con i partigiani italiani, in un GAP. Poi partecipai alla liberazione di Udine, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in seguito a quella di Cividale.

Nella battaglia di Gorizia, una delle prime del movimento resistenziale italiano, persi due miei amici d’infanzia: Gianluca e Giovanni.

A settembre del 1945 tornai a Cervignano, trovai qualche vecchio amico, trovai anche due di quelli che avevano picchiato mio padre nel ’27. Se ne andavano in giro come niente fosse, erano stati furbi perché con la repubblica di Salò si erano tenuti in ombra, del resto con la guerra e il mercato nero avevano messo su una discreta fortuna e per loro non valeva più tanto rischiare troppo.

Una sera li aspettai dietro un angolo, e con l’aiuto di Giorgio, mio coetaneo, li accoltellai entrambi. Scappammo a Trieste, poi in Istria. Seppi solo nel 1957 che uno, P.Q., era morto la sera stessa, l’altro se l’era cavata e faceva la bella vita a Udine. Ma quando mi giunsero queste notizie, mi risultarono totalmente indifferenti, del resto nel ’57 la mia vita era ormai completamente sconvolta. Meglio però che proceda con ordine.

Con Giorgio, l’amico di Cervignano compagno di vendetta e di fuga, le cose per me cambiarono molto.

Lui aveva studiato, sapeva il tedesco e anche l’inglese, inoltre era comunista perché aveva letto Marx e Lenin. Io invece ero andato con i partigiani comunisti istintivamente, per salvarmi; ma sentivo ancora l’influsso della militanza socialista di mio padre il quale, pur essendo una testa calda, non aveva mai lasciato la vecchia bandiera per passare col PCd’I, poi PCI.

Dopo la fuga trovammo una sistemazione a Capodistria-Koper. Lì di giorno lavoravamo per distribuire cibo alla popolazione e mantenere l’ordine pubblico; molte sere invece d’andare a bere o con le donne, le nostre amiche si chiamavano Marika e Sandra, leggevamo insieme i libri che Giorgio si portava sempre appresso.

Giorgio mi insegnò il tedesco, perfezionai il mio sloveno, iniziai anche a studiare il russo. Terminò il ’45, poi anche il’46, intanto trovammo insieme lavoro come traduttori. In seguito iniziammo attività di propaganda comunista e filofederativa a Trieste. Nel ’47 fummo espulsi dalle autorità alleate. Giorgio rimase a Capodistria, io andai a Rijeka-Fiume.

Lì fui impiegato come muratore. Ormai da più di due anni vivevo in Yugoslavia e sentivo questo paese come il mio, o meglio ero convinto che vi sarei rimasto per sempre e che alla fine lo avrei considerato la mia patria. Mi tenevo sempre in contatto con Giorgio, lui leggeva quasi sempre libri di politica o filosofia, io invece avevo iniziato ad appassionarmi alla letteratura, in particolare alla poesia; e leggevo quello che avevo a disposizione, in lingua originale russi, italiani, tedeschi e yugoslavi (in genere sloveni, serbi e croati), in traduzione inglesi e francesi. Giorgio non era molto contento di ciò, per lui tutta la poesia era frutto del mondo borghese; anche quella con contenuti progressisti e politicamente condivisibili e scritta nei paesi comunisti -mi ripeteva spesso- risultava una scoria del mondo borghese che sarebbe prima o poi completamente scomparsa, lasciando spazio a arti più idonee al nuovo mondo socialista quali l’architettura, il teatro, la musica, la cinematografia.

In sintesi questo era il pensiero di Giorgio sull’arte; ciò non toglie che non disdegnasse l’ascoltare i resoconti delle mie letture poetiche.

Se penso ora a quel periodo, confrontandolo con i decenni successivi, mi viene una certa nostalgia, sono stati forse i miei giorni più belli; il mio giudizio però può essere fortemente condizionato da due fattori.