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O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 32

Tornò il buio e con lui si allontanò invece il rumore dei passi.

Io, sempre nelle stesse condizioni, ritornai con più veemenza e con immensa disperazione al toccare con mani e con viso il pavimento, tutto per ricevere un minimo di sollievo.

Sentii un cigolio, proprio uguale a quello che aveva accompagnato l’apparizione della parete posta a divisione fra me e i mobili in fondo alla cella. Mi spostai verso il fondo della stanza e scoprii che potevo nuovamente accedere al letto, all’armadio, al lavandino. Fu un grande beneficio per me ancora vittima di quella maledetta droga: tutte quelle superfici sconosciute da toccare e memorizzare, finalmente legno, ceramica, metallo, tessuti.

In un momento di maggiore lucidità mentale aggiunsi un tassello, in modo chiaro e distinto, rispetto alla consapevolezza di ciò che mi stava capitando e di ciò che era capitato a molti altri prima di me. Ecco perché i mobili e gli oggetti erano così lucidi, come consumati: centinaia di mani, di dita, di labbra, di visi e di cervelli avevano trovato sollievo su quegli oggetti e quegli arredamenti. Tutto ciò significava una sola cosa: un ciclo di sofferenze disumane continuo e inarrestabile.

Imprecazioni e rassegnazione si mescolavano ad angoscia e dolore.

Non volevo allontanarmi dalla parete con i mobili, questo per non ricadere nella trappola della parete scorrevole. Così saltai ben cinque pasti, infatti il cibo mi veniva dato tramite uno sportellino alla base della porta blindata e andare a prenderlo avrebbe significato perdere gli amati mobili.

Ad un certo punto non resistetti più, la fame e la progressiva debolezza mi spinsero verso la porta.

Di nuovo il rumore di ingranaggi.

Mangiai più che potei, come un animale, cercando di non pensare, cercando di non farmi abbattere dalla disperazione, preparandomi al tormento che si sarebbe di lì a poco rinnovato.

Infatti, terminato il pasto, dovetti ricominciare l’esplorazione tattile delle odiose e bastarde bolle sintetiche, delle vescicole maledette; per non morire di bruciore preparai il mio viaggio verso la pazzia.

Fu grande e tremenda la sorpresa nello scoprire che ora tutto ciò che il mio tatto percepiva non solo trovava una collocazione immediata nella mia memoria come prima, producendo l’identico meccanismo di tortura psicofisica precedente, ma veniva immediatamente tradotto in un turbinio di equazioni matematiche e di algoritmi che spossavano inesorabilmente, repentinamente e atrocemente anche la parte del mio cervello relativa al ragionamento logico e consequenziale.

Equazioni, algoritmi, spazi e oggetti virtuali autoriproducentisi, conflitti algebrici, funzioni di geometrie e algebre assurde, statistiche su tutto ciò, geometrie frattali, spazi n-dimensionali, sistemi binari, esadecimali, ternari, decimali… …il tutto e l’oltre mescolati in un delirio-turbinio tanto chiaro e lucido quanto caotico e psicopatogeno.

Ma ogni parola è inutile per descrivere l’indescrivibile.

Indescrivibile.

Vissi tra questi bruciori, deliri, e dolori psicofisici per sei anni; ovviamente per me furono sei anni lunghissimi, secolari. Cronologicamente la prigionia in quel maledetto carcere di Leningrado durò dal dicembre 1949 al dicembre 1955; per tutto quel tempo feci la cavia umana per Stephen S.B.. In quei sei anni non ebbi un regolare processo, non ebbi proprio alcun processo.

Solamente la morte di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955, portò a notevoli cambiamenti, portò alla mia scarcerazione.

Ovviamente venni a conoscenza della vicenda dopo la mia liberazione.

Appena verificatosi il decesso di Boris, Stephan S.B. si dileguò dopo aver trafugato qualche decina di migliaia di marchi dai fondi procuratigli a suo tempo dal suo protettore.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 31

La prima volta che scoprii il meccanismo perverso che le droghe avevano generato in me, svenni. Mi ripresi poco dopo a causa del bruciore insopportabile alle mani e al viso, bruciore dato per l’inattività percettiva -droga bastarda-.

Ricomincia a toccarmi orecchie e naso, a mordermi le labbra, ma ormai non provavo più il, seppur blando, sollievo originario. Allora iniziai a toccare il pavimento coperto da quella spuma solida. Scoprii così che il cambiamento dell’oggetto toccato faceva ricominciare il processo mentale e azzerava angoscia e sofferenza fisica. La “pausa” nel supplizio durava 30, 40 secondi, poi ricominciava la spirale mentale fino all’acme sopportabile, una sorta di martellio incandescente alla materia grigia e al midollo spinale… …a quel punto se riuscivo a cambiare oggetto da toccare il processo si azzerava per ricominciare repentinamente costringendomi all’attività tattile, altrimenti svenivo. Alla fine, per le condizioni in cui mi trovavo, l’aver a disposizione un così bizzarro pavimento, quindi un’infinità di superfici abbastanza diverse, sembrava rivelarsi una piccola ma preziosissima fuga dalla tortura e dal dolore.

Possibile che Koprakov e S.B. fossero stati, nella loro follia, così pietosi?

Dopo aver esaminato nel corso di 5 o 6 ore… …o 5 o 6 giorni… un metro quadrato del pavimento della mia cella, ebbi l’amara sorpresa. La conformazione delle bolle e delle vescicole “congelate” sembrò ad un tratto ripetersi.

Non era possibile. Eppure era così. Non servì alcuna verifica empirica, il mio cervello aveva archiviato ogni anfratto, ogni escrescenza, ogni curva di quel primo metro quadrato; ed ora si stavano, tutti quanti, ripetendo identici nei più minuti particolari, millimetro per millimetro.

Finii, per disperazione e per non provare il bruciore, anche l’esplorazione tattile del secondo metro quadrato, il tutto tra svenimenti e brevi pause di sonno interrotte dal fuoco sulla mia pelle.

Ad un tratto sentii dei passi al piano superiore e poco dopo venne aperta la botola sul soffitto, botola di cui avevo perfino dimenticato l’esistenza. Si fecero sentire, accompagnate da una insopportabile luce, le due voci per me più odiose: sempre Koprakov e Stephen S.B..

-Boris, sono fremente, non vedo l’ora di passare alla prossima fase del nostro esperimento con questo soggetto.

-Lo so, lo so, come sempre. Io invece mi sto un po’ annoiando. È tempo che tu faccia fruttare al meglio e più originalmente tutti i soldi e i materiali che ti faccio avere.

-Ma! Ma! Boris, è una questione di progresso scientifico, la ricerca è fatta così, anni e anni di sacrifici e tentativi, di piccoli miglioramenti e di grandi fallimenti.

-Non me ne può importare di meno. Non me ne frega proprio nulla. Tu sai benissimo cosa mi interessa. Io sono il vero erede di De Sade, io sono uno scienziato della sofferenza.

-Va bene, dopo aver finito questo esperimento utilizzerò un po’ delle cavie umane che mi procurerai per mettere a punto altre sostanze e altri metodi.

-Ti sbagli, Stephen! Non un po’! Utilizzerai metà dei nuovi soggetti per sperimentare nuove frontiere della sofferenza, l’altra metà per continuare i tuoi ormai noiosi esperimenti sulla droga che abbiamo iniettato a quello qua sotto e a quelli che lo hanno preceduto per tutti questi anni. Intanto velocizza il passaggio alla prossima fase.