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STUDENTI. parte quarta – capitolo 33

– Insomma cosa c’è?

– Sono preoccupato per Sandro – Disse serio Gianluca.

– Perché?

– Si comporta in modo strano.

– Beh, allora è tutto ok. -fece Adalberto appoggiando la sua cartella di cuoio sul tavolo del salotto.

– No, ti dico che c’è qualcosa che non va.

– Fammi qualche esempio allora.

– Ieri. Ieri l’ho trovato in bagno tutto nudo, seduto sul water.

– Quindi?

– Erano almeno da due ore là dentro e non fare battute sceme su stitichezza o altro.

– Dai, me le hai bloccate, erano servite su un piatto d’argento! Ad ogni modo non c’era altro? Forse era veramente stitico.

– No, si era portato in bagno quel suo volumozzo rosso.

– Scusa, era seduto sul water, nudo, chiuso dentro da due ore e…

– Sì, stava leggendo una raccolta di saggi di Bertrand Russell, seduto sul water e nudo.

– Beh, Bertrand Russell non è Manara, chissà, magari un pelo di perversione.

– Insomma, smettila. Ti dico che non sta bene. Due giorni fa l’ho trovato in cucina, seduto al tavolo, con davanti una terrina piena di almeno cinque chili di spinaci bolliti, li mangiava col cucchiaio e ad ogni boccone mugolava “Sto maleee, sto malllleeeee!”. Gli ho detto di fermarsi, di non fare così, di tirarsi su, di terminare con quel piagnisteo, che non era mica giusto rompesse a tutti, fra le altre cose.

– E lui?

– Mi ha dato ragione, mi ha chiesto scusa, ha detto che avrebbe smesso.

– Allora bene, non è nulla.

– Eh no, che non è bene. Ha smesso di dire “Sto male”, ma con lo stesso tono, con lo stesso volume, con lo stesso miagolio fastidioso ha iniziato a dir “Sto beeneee! Sto beneee!”, sempre ad ogni boccone di spinaci lessi. Sembrava un gatto randagio in amore. E non ti dico di ieri sera.

– Cosa è successo ieri sera?

– Hai presente che di là non si prende Tele Adriatica?

– Sì, e allora? Non interessa a nessuno.

– A Sandro sì, ha iniziato a vedere un’assurda telenovela anni Ottanta, con Veronica Castro, la danno solo su quel canale alle 23:17; ma, siccome non si prende, ha rubato una catena di quelle che hanno piazzato lungo i marciapiedi per la Bora, ha preso quel vecchio televisore arancione, l’ha acceso, ha attaccato con un fil di ferro l’antenna alla catena e poi ha calato fuori dalla finestra tre metri della stessa. Siccome poi il canale era ancora disturbato, ha iniziato a far oscillare la catena, facendola anche sbattere contro la grondaia. Il tutto urlando ai passanti “Xe più zorni che luganeghe” e poi ha iniziato a cantare “O ce biel ciscjel a Udin”. Per fortuna il canale si è sintonizzato e ha smesso, altrimenti avrebbero chiamato i vigili o la polizia.

– Ora mi fai preoccupare.

Per riflettere sulla situazione aprirono il pacco da un chilo di gelato alla vaniglia variegato amarena, presero due cucchiai, si tolsero le scarpe e si misero a guardare le puntate di A-Team ritrasmesse su Telemondo 2, sperando vennise loro qualche idea per riagganciare Buffon. Intanto dalla camera di Sandro si alzava lento, solenne, baritonale un canto antico e moderno: – Oh partigiano, portami via…

STUDENTI. parte terza – capitolo 21

– E quindi, cosa non vi è chiaro? – Disse Buffon restituendo i fogli a Sandro.

– Come che cosa non ci è chiaro? Comissario, non ci è chiaro come lei sia riuscito a risolvere il caso ribaltando tutto l’impianto precedente! Le indagini di Podrecca erano state scrupolose e da manuale.

– Non ho proprio voglia di parlarne. Eppoi il succo della questione il vostro amico l’ha centrato, si tratta di sfumature di grigio.

Buffon prese il suo impermeabile verde pistacchio smunto, uno spolverino che ricordava molto nel taglio quello dei western di Sergio Leone, si mise i giornali sotto al braccio, lanciò due banconote sul tavolo e se ne andò senza dir nulla di più.

-Ehi! Ma non ci si lascia mica così! Arrivederci eh! -disse ad alta voce Gianluca.

Buffon non si voltò, non rispose al saluto sarcastico, uscì rapido dalla trattoria, lasciando i tre amici spiazzati ancora seduti attorno al tavolo. Un comportamento inaspettato.

Si avvicinò allora un cameriere, prese i soldi che Buffon aveva mollato sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi e li guardò con un sorrisetto che indicava ci fosse anche una quota mancia interessante, prima di andarsene disse ai tre – Allora che fate, volete qualcosa di particolare? Oppure vi porto la vostra solita?

– In che senso la nostra solita? -chiese Sandro con un occhio già increspato da un tic nervoso.

– Come in che senso? Volete la vostra “Germania” o altro?

– E no, scusa. Pure tu!

– Lo sa mezza città che voi siete quegli sfigati che ordinano sempre la stessa cosa se siete insieme – chiuse il cameriere e se ne andò.

Gianluca urlò -Fanculo!-, il viso di Sandro in preda a qualche tic sembrava un ritratto cubista a scartamento variabile, Adalberto pensava “Io però ho sete… quasi quasi.”

A parte tutti gli annessi e connessi alla situazione un po’ surreale, il problema era serio: come recuperare Buffon. Per i tre il commissario in pensione era diventato indispensabile come l’ultimo portante di un armadio Ikea.

NON SONO CIMABUE. atto unico – capitolo 20

La salma è stata rinvenuta il 28 agosto da un parente, nella baracca abusiva in cui l’uomo abitava ormai da circa un ventennio.

Ordinata l’autopsia, i medici hanno stabilito che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio.

E così, inaspettatamente, tra le 15:00 e le 19:00 del 27 agosto 1995 è deceduto all’età di 43 anni il signor Incoronato Fulbone. Le origini del malore vanno probabilmente individuate sia nella importante obesità del signor Fulbone, sia nell’ondata di caldo tropicale che ha investito la nostra regione, sia nelle precarie condizioni abitative, sia nell’abitudine del deceduto di alzare il gomito.

Il signor Fulbone, classe 1952, era noto fra i compaesani per il suo carattere chiuso, introverso, palesemente misantropo. Militante anarchico quando era ventenne, alla morte della madre aveva deciso che l’umanità aveva poco o nulla da spartire con lui. Da allora si era dedicato ad una vita di eremitaggio con pochissimi contatti sociali, per lo più da lui subiti e non cercati.

Ma era conosciuto a livello di comunità regionale soprattutto come il “Cimabue friulano”, vista la sua pluridecennale attività pittorica piuttosto apprezzata sia negli ambienti della transavanguardia, sia negli ambienti legati al minimalconcettuale.

Originario di Spilimbergo, abitava una baracca abusiva collocata lungo l’argine del Tagliamento. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza servizi igienici. Vi abitava da solo.

Tutte le autorità e i servizi locali avevano più volte cercato di aiutare e assistere il signor Fulbone, sia con provvedimenti di avvicinamento e contatto informali sia con provvedimenti più drastici, quali ad esempio l’abbattimento della baracca abusiva e un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio -tso- per costringerlo a trasferirsi nella casa popolare che gli era stata assegnata.

Con la pazienza di chi subisce le forze distruttrici di un terremoto o di un’inondazione, con l’assistenza di qualificati e costosi avvocati, Incoronato aveva sempre riguadagnato le sue posizioni e ricostruito la sua abitazione, magari semplicemente spostandosi di qualche centinaio di metri.

Il cugino Fabio Casarsa era l’unica persona che frequentava con una certa continuità Incoronato, aveva infatti ricevuto dall’eremita un incarico, anche ben retribuito. Il signor Fulbone infatti non era povero. Si diceva avesse ereditato dai genitori un certo numero di campi che dati in affitto gli permettevano di non farsi mancare il poco di cui aveva bisogno da parte della società: cibo, materiali per dipingere, vestiario.

Fabio Casarsa –come dichiarato da lui stesso-, a fronte di una percentuale sugli utili derivanti dalla gestione della campagna di Incoronato, si recava ogni 15 giorni, ad orari prestabiliti, presso la dimora del cugino eremita, riceveva così la lista dei beni da fornire.

Uno o due giorni dopo passava nuovamente a scaricare il tutto presso Incoronato.

Il cugino, oltre a questo servizio di rifornimento, fungeva anche da contatto con eventuali collezionisti e appassionati che ricercassero un’opera di Fulbone.

L’intermediazione però non era mai sicura.

Spesso Incoronato non dipingeva per mesi, spesso distruggeva i suoi quadri, altre volte non se ne voleva assolutamente separare.

Di sicuro la sua indole, il suo isolamento e gli aneddoti che coronavano la sua storia avevano contribuito al suo affermarsi entro il mercato dell’arte.

Irascibile e scontroso, Incoronato non era né matto né scemo.

Andava su tutte le furie quando gli capitava di ascoltare da qualcuno o leggere casualmente da qualche parte il soprannome che gli era stato affibbiato da un critico locale: “Il Cimabue friulano”.

Il pittore non aveva mai perdonato un giornalistucolo locale –mediocre critico d’arte- per averlo indicato per la prima volta con quel soprannome, anche se in effetti era più che misterioso il motivo di questa furia. Il lancio del soprannome era avvenuto in occasione di un articolo intitolato “Impossibilità di sfuggire al mercato: artisti ai margini in una provincia marginale”.

Ma Incoronato aveva ragione, non era un Cimabue friulano, non nel campo della pittura. Era semplicemente un furbastro alcolizzato che aveva saputo approfittare, come pittore mediocre, della sua condizione di emarginazione, ritenuto da tutti una persona al limite ed oltre il limite: della salute mentale, della vita sociale, del mondo economico, della cultura e dell’arte.

Il commissario Zerbini, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, aveva sentenziato:”Il caso Fulbone non esiste!”. La dipartita del giovane uomo non meritava ulteriori accertamenti e indagini.

Invece, dopo tre anni di assiduo lavoro, il vicecommissario Podrecca aveva ricostruito lo schema di una rete di traffico internazionale di armi, stupefacenti, valuta falsa e donne dell’Est, rete complessa e articolata che vedeva in Incoronato Fulbone –detto nel mondo della malavita “Il Cimabue dell’import-export” il capo indiscusso. Del resto era innegabile che vicino alla sua baracca fosse stato scoperto un vecchio bunker militare totalmente ristrutturato, risanato, interni extralusso, sistema di controllo a telecamere chiuse con qualche quadro di Incoronato alle pareti. Inoltre in Bosnia era stato arrestato il suo braccio destro, un criminale senza scrupoli capace delle violenze più inenarrabili, si diceva nipote o figlio di tale Stephan S.B., un tedesco passato dallo spionaggio tedesco sotto il III Reich ad alcune branche “riservate” dei servizi sovietici e diventato famoso come torturatore. Ad ogni modo il bosniaco, per sfuggire alle conseguenze più serie della giustizia serba, aveva cantato e molto, facendo più volte i nomi sia di Fulbone -indicato come capo indiscusso della rete- che del cugino, indicato come portavoce di Fulbone. Quest’ultima soffiata sul ruolo del cugino venne poi smentita da ulteriori indagini.

Fabio Casarsa, il cugino, risultava quindi totalmente estraneo ai fatti, un tonto che girovagava con la sua Panda rossa mezza scassata e -pensando di sfruttare il cugino- ne era in realtà il factotum per le incombenze quotidiane.

Nel maggio del 2001, a sei anni dal flop Zerbini e a tre anni dall’evento Podrecca, il commissario Buffon fornisce una nuova verità.

Il Fulbone era veramente solo un emarginato e una vittima dell’effettivo “Cimabue della malavita e dell’intrigo” del Nord-Est, cioè il cugino Fabio Casarsa, uno degli alias di Domenico Scandell, che sarebbe stato il vero capo di tutta l’organizzazione, talmente scaltro da creare un intricato alibi a scatola cinese con cui avrebbe depistato sia Zerbini, facilmente, che Podrecca, in modo astutissimo. Incoronato: voleva denunciare il cugino e per questo è finito avvelenato con l’antimonio.

L’elasticità delle verità giudiziaria, sociale, economica, etica, filosofica… non è che un fatto congenito al sistema, anche in ottica è stato verificato che l’occhio al confine tra il bianco e il nero produce molteplici sfumature di grigio.