Tutti gli articoli di Stefano Wulf poetry poesia

STUDENTI. parte quarta – capitolo 33

– Insomma cosa c’è?

– Sono preoccupato per Sandro – Disse serio Gianluca.

– Perché?

– Si comporta in modo strano.

– Beh, allora è tutto ok. -fece Adalberto appoggiando la sua cartella di cuoio sul tavolo del salotto.

– No, ti dico che c’è qualcosa che non va.

– Fammi qualche esempio allora.

– Ieri. Ieri l’ho trovato in bagno tutto nudo, seduto sul water.

– Quindi?

– Erano almeno da due ore là dentro e non fare battute sceme su stitichezza o altro.

– Dai, me le hai bloccate, erano servite su un piatto d’argento! Ad ogni modo non c’era altro? Forse era veramente stitico.

– No, si era portato in bagno quel suo volumozzo rosso.

– Scusa, era seduto sul water, nudo, chiuso dentro da due ore e…

– Sì, stava leggendo una raccolta di saggi di Bertrand Russell, seduto sul water e nudo.

– Beh, Bertrand Russell non è Manara, chissà, magari un pelo di perversione.

– Insomma, smettila. Ti dico che non sta bene. Due giorni fa l’ho trovato in cucina, seduto al tavolo, con davanti una terrina piena di almeno cinque chili di spinaci bolliti, li mangiava col cucchiaio e ad ogni boccone mugolava “Sto maleee, sto malllleeeee!”. Gli ho detto di fermarsi, di non fare così, di tirarsi su, di terminare con quel piagnisteo, che non era mica giusto rompesse a tutti, fra le altre cose.

– E lui?

– Mi ha dato ragione, mi ha chiesto scusa, ha detto che avrebbe smesso.

– Allora bene, non è nulla.

– Eh no, che non è bene. Ha smesso di dire “Sto male”, ma con lo stesso tono, con lo stesso volume, con lo stesso miagolio fastidioso ha iniziato a dir “Sto beeneee! Sto beneee!”, sempre ad ogni boccone di spinaci lessi. Sembrava un gatto randagio in amore. E non ti dico di ieri sera.

– Cosa è successo ieri sera?

– Hai presente che di là non si prende Tele Adriatica?

– Sì, e allora? Non interessa a nessuno.

– A Sandro sì, ha iniziato a vedere un’assurda telenovela anni Ottanta, con Veronica Castro, la danno solo su quel canale alle 23:17; ma, siccome non si prende, ha rubato una catena di quelle che hanno piazzato lungo i marciapiedi per la Bora, ha preso quel vecchio televisore arancione, l’ha acceso, ha attaccato con un fil di ferro l’antenna alla catena e poi ha calato fuori dalla finestra tre metri della stessa. Siccome poi il canale era ancora disturbato, ha iniziato a far oscillare la catena, facendola anche sbattere contro la grondaia. Il tutto urlando ai passanti “Xe più zorni che luganeghe” e poi ha iniziato a cantare “O ce biel ciscjel a Udin”. Per fortuna il canale si è sintonizzato e ha smesso, altrimenti avrebbero chiamato i vigili o la polizia.

– Ora mi fai preoccupare.

Per riflettere sulla situazione aprirono il pacco da un chilo di gelato alla vaniglia variegato amarena, presero due cucchiai, si tolsero le scarpe e si misero a guardare le puntate di A-Team ritrasmesse su Telemondo 2, sperando vennise loro qualche idea per riagganciare Buffon. Intanto dalla camera di Sandro si alzava lento, solenne, baritonale un canto antico e moderno: – Oh partigiano, portami via…

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 32

Tornò il buio e con lui si allontanò invece il rumore dei passi.

Io, sempre nelle stesse condizioni, ritornai con più veemenza e con immensa disperazione al toccare con mani e con viso il pavimento, tutto per ricevere un minimo di sollievo.

Sentii un cigolio, proprio uguale a quello che aveva accompagnato l’apparizione della parete posta a divisione fra me e i mobili in fondo alla cella. Mi spostai verso il fondo della stanza e scoprii che potevo nuovamente accedere al letto, all’armadio, al lavandino. Fu un grande beneficio per me ancora vittima di quella maledetta droga: tutte quelle superfici sconosciute da toccare e memorizzare, finalmente legno, ceramica, metallo, tessuti.

In un momento di maggiore lucidità mentale aggiunsi un tassello, in modo chiaro e distinto, rispetto alla consapevolezza di ciò che mi stava capitando e di ciò che era capitato a molti altri prima di me. Ecco perché i mobili e gli oggetti erano così lucidi, come consumati: centinaia di mani, di dita, di labbra, di visi e di cervelli avevano trovato sollievo su quegli oggetti e quegli arredamenti. Tutto ciò significava una sola cosa: un ciclo di sofferenze disumane continuo e inarrestabile.

Imprecazioni e rassegnazione si mescolavano ad angoscia e dolore.

Non volevo allontanarmi dalla parete con i mobili, questo per non ricadere nella trappola della parete scorrevole. Così saltai ben cinque pasti, infatti il cibo mi veniva dato tramite uno sportellino alla base della porta blindata e andare a prenderlo avrebbe significato perdere gli amati mobili.

Ad un certo punto non resistetti più, la fame e la progressiva debolezza mi spinsero verso la porta.

Di nuovo il rumore di ingranaggi.

Mangiai più che potei, come un animale, cercando di non pensare, cercando di non farmi abbattere dalla disperazione, preparandomi al tormento che si sarebbe di lì a poco rinnovato.

Infatti, terminato il pasto, dovetti ricominciare l’esplorazione tattile delle odiose e bastarde bolle sintetiche, delle vescicole maledette; per non morire di bruciore preparai il mio viaggio verso la pazzia.

Fu grande e tremenda la sorpresa nello scoprire che ora tutto ciò che il mio tatto percepiva non solo trovava una collocazione immediata nella mia memoria come prima, producendo l’identico meccanismo di tortura psicofisica precedente, ma veniva immediatamente tradotto in un turbinio di equazioni matematiche e di algoritmi che spossavano inesorabilmente, repentinamente e atrocemente anche la parte del mio cervello relativa al ragionamento logico e consequenziale.

Equazioni, algoritmi, spazi e oggetti virtuali autoriproducentisi, conflitti algebrici, funzioni di geometrie e algebre assurde, statistiche su tutto ciò, geometrie frattali, spazi n-dimensionali, sistemi binari, esadecimali, ternari, decimali… …il tutto e l’oltre mescolati in un delirio-turbinio tanto chiaro e lucido quanto caotico e psicopatogeno.

Ma ogni parola è inutile per descrivere l’indescrivibile.

Indescrivibile.

Vissi tra questi bruciori, deliri, e dolori psicofisici per sei anni; ovviamente per me furono sei anni lunghissimi, secolari. Cronologicamente la prigionia in quel maledetto carcere di Leningrado durò dal dicembre 1949 al dicembre 1955; per tutto quel tempo feci la cavia umana per Stephen S.B.. In quei sei anni non ebbi un regolare processo, non ebbi proprio alcun processo.

Solamente la morte di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955, portò a notevoli cambiamenti, portò alla mia scarcerazione.

Ovviamente venni a conoscenza della vicenda dopo la mia liberazione.

Appena verificatosi il decesso di Boris, Stephan S.B. si dileguò dopo aver trafugato qualche decina di migliaia di marchi dai fondi procuratigli a suo tempo dal suo protettore.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 31

La prima volta che scoprii il meccanismo perverso che le droghe avevano generato in me, svenni. Mi ripresi poco dopo a causa del bruciore insopportabile alle mani e al viso, bruciore dato per l’inattività percettiva -droga bastarda-.

Ricomincia a toccarmi orecchie e naso, a mordermi le labbra, ma ormai non provavo più il, seppur blando, sollievo originario. Allora iniziai a toccare il pavimento coperto da quella spuma solida. Scoprii così che il cambiamento dell’oggetto toccato faceva ricominciare il processo mentale e azzerava angoscia e sofferenza fisica. La “pausa” nel supplizio durava 30, 40 secondi, poi ricominciava la spirale mentale fino all’acme sopportabile, una sorta di martellio incandescente alla materia grigia e al midollo spinale… …a quel punto se riuscivo a cambiare oggetto da toccare il processo si azzerava per ricominciare repentinamente costringendomi all’attività tattile, altrimenti svenivo. Alla fine, per le condizioni in cui mi trovavo, l’aver a disposizione un così bizzarro pavimento, quindi un’infinità di superfici abbastanza diverse, sembrava rivelarsi una piccola ma preziosissima fuga dalla tortura e dal dolore.

Possibile che Koprakov e S.B. fossero stati, nella loro follia, così pietosi?

Dopo aver esaminato nel corso di 5 o 6 ore… …o 5 o 6 giorni… un metro quadrato del pavimento della mia cella, ebbi l’amara sorpresa. La conformazione delle bolle e delle vescicole “congelate” sembrò ad un tratto ripetersi.

Non era possibile. Eppure era così. Non servì alcuna verifica empirica, il mio cervello aveva archiviato ogni anfratto, ogni escrescenza, ogni curva di quel primo metro quadrato; ed ora si stavano, tutti quanti, ripetendo identici nei più minuti particolari, millimetro per millimetro.

Finii, per disperazione e per non provare il bruciore, anche l’esplorazione tattile del secondo metro quadrato, il tutto tra svenimenti e brevi pause di sonno interrotte dal fuoco sulla mia pelle.

Ad un tratto sentii dei passi al piano superiore e poco dopo venne aperta la botola sul soffitto, botola di cui avevo perfino dimenticato l’esistenza. Si fecero sentire, accompagnate da una insopportabile luce, le due voci per me più odiose: sempre Koprakov e Stephen S.B..

-Boris, sono fremente, non vedo l’ora di passare alla prossima fase del nostro esperimento con questo soggetto.

-Lo so, lo so, come sempre. Io invece mi sto un po’ annoiando. È tempo che tu faccia fruttare al meglio e più originalmente tutti i soldi e i materiali che ti faccio avere.

-Ma! Ma! Boris, è una questione di progresso scientifico, la ricerca è fatta così, anni e anni di sacrifici e tentativi, di piccoli miglioramenti e di grandi fallimenti.

-Non me ne può importare di meno. Non me ne frega proprio nulla. Tu sai benissimo cosa mi interessa. Io sono il vero erede di De Sade, io sono uno scienziato della sofferenza.

-Va bene, dopo aver finito questo esperimento utilizzerò un po’ delle cavie umane che mi procurerai per mettere a punto altre sostanze e altri metodi.

-Ti sbagli, Stephen! Non un po’! Utilizzerai metà dei nuovi soggetti per sperimentare nuove frontiere della sofferenza, l’altra metà per continuare i tuoi ormai noiosi esperimenti sulla droga che abbiamo iniettato a quello qua sotto e a quelli che lo hanno preceduto per tutti questi anni. Intanto velocizza il passaggio alla prossima fase.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 30

Mi svegliai tutto sudato, con brividi di freddo, mi alzai dal letto e andai a bere un po’ d’acqua al lavandino. Provavo una strana sensazione, mi sembrò come che, per raggiungere il lavandino che si trovava a meno di due metri, avessi dovuto percorrere una trentina di metri. Forse era uno degli effetti prodotti dalle iniezioni che mi avevano praticato. Non ne ero certo, infatti sicuramente avevo la febbre molto alta e ciò produce normalmente deliri.

Scoprii ben presto che si trattava proprio di una conseguenza delle “cure” di S.B..

La febbre nel giro di poche ore se ne andò, invece la distorsione nelle sensazioni e nelle percezioni non scomparve, anzi, crebbe a dismisura. La vista e gli occhi, dopo quel lungo periodo all’oscurità totale, non sembravano darmi in verità troppi problemi -del resto ero ancora al buio!-, invece la pelle, in particolare quella dei polpastrelli e di alcune aree del viso, mi procurava delle sensazioni insolite e sempre più forti.

Una voce, uno dei tanti carcerieri anonimi, mi chiamò verso la porta della cella.

Mi staccai dal lavandino e iniziai a spostarmi verso la direzione da cui era giunto l’ordine, pensavo fosse arrivato il cibo. Non riuscii a stare in piedi, allora strisciando continuai quello spostamento; la cella su quel lato era di circa 7 metri, eppure mi sembrava uno spostamento infinito, interminabile. D’un tratto, alle mie spalle sentii un rumore di ingranaggi ben oliati; sempre strisciando tornai indietro e scoprii che una parete scorrevole, trattata con lo stesso strano materiale che ricopriva il pavimento, mi aveva diviso dalla zona del letto e degli altri mobili.

Quindi mi trovai in una stanza quasi quadrata, vuota e con il pavimento ricoperto da quella sorta di schiuma solidificata che mi aveva colpito da subito al momento dell’inizio della mia reclusione in quella cella.

La superficie irregolare appariva come un conglomerato di vescicole e di bolle d’aria intrappolate. Queste passavano, come ho già descritto, dal diametro di pochi millimetri fino al diametro di 2 o 3 centimetri. Solo che ora questo materiale, anziché semplicemente incuriosirmi come al primo ingresso in quella cella, divenne lo strumento primo per la tortura a cui venni sottoposto per volontà di quei folli e sadici di Boris Koprakov e Stephen S.B. .

La droga aveva compiuto tutto il suo iter nelle conseguenze psico-fisiologiche. Ora mi trovavo in una condizione terribile e stabile. Stabile in quanto non percepivo più alcun mutamento. Mi ritrovavo ancora in una situazione di ipersensibilità epidermica, tattile, a livello di mani e viso. Terribile in quanto… …e ciò ora diviene difficile da descrivere.

I miei polpastrelli, i miei palmi, le mie labbra e il mio naso uniti -ahimè- in una specie di ipersenso tattile, iniziavano a bruciare terribilmente se non offrivo loro qualcosa da toccare e percepire. Il primo istinto, per trovare sollievo dal bruciore infernale, fu quello di toccare con i polpastrelli delle dita, seguendo una sequenza disordinata, orecchie e naso. Le labbra trovavano sollievo con uno sfregamento reciproco.

Rimasi seduto ad un angolo della stanza, compiendo questa attività, per circa quindici minuti, almeno penso. Poi scoprii il vero aspetto sadico e disumano del supplizio infertomi. L’ipersensibilità tattile era accompagnata da un fenomeno che non avevo mai percepito in vita mia e che non dovetti più sperimentare, per mia fortuna, dopo la scarcerazione. Tutto ciò che il mio tatto percepiva -temperatura e conformazione dell’oggetto esaminato- trovava una collocazione immediata nella mia memoria, duplicandosi all’infinito come una specie di frattale e generando in me un senso di angoscia e di smarrimento talmente forte da provocare vero e proprio dolore psicofisico a livello di mente/cervello e dell’intero sistema nervoso.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 29

Dopo alcuni giorni iniziarono le visite di Stephen S.B., l’aiutante di Koprakov. Questo tedesco doveva essere un medico o un biochimico. Iniziò a praticarmi un’iniezione quotidiana con un liquido trasparente. Passata una settimana di trattamento, un giorno mi svegliai e mi trovai al buio.

Pensai d’essere ancora nella fase notturna, aspettai; il buio però era particolare, più impenetrabile del solito. Passarono circa otto ore, riuscivo ancora a rendermi abbastanza conto della scansione del tempo e rimasi nel buio. Urlai alle guardie che la mia luce era guasta. Nessuno rispose.
Passarono altre 24 ore, ogni volta che sentivo dei passi o dei rumori provenire dal corridoio esterno, urlavo che ero sempre al buio. Nessuno rispondeva; passarono altre ore.
Dopo un tempo ormai indefinibile -Due ore? Venti ore? Giorni?- qualcuno aprì uno sportellino nel soffitto.
Prima di quel momento non mi ero mai accorto che esistesse quel pertugio. Da lì entrò un intenso fascio di luce, scoprii così che non ero cieco -avevo ipotizzato che le iniezioni di Stephan S.B. mi avessero reso tale- e scoprii che, in effetti, l’infinita notte, cui mi ero quasi abituato, mi veniva imposta proprio tramite la non accensione delle due lampadine, miei soli artificiali per i quali provavo ormai grande nostalgia.
Due voci a me note fecero da colonna sonora a quel barlume che veniva ad illuminare la mia cella; infatti nella stanza posta al di sopra del mio soffitto c’erano i due maledetti autori di quella prigionia, resi ancora più odiosi dalla loro ritmica e porca risata.

– Allora, dottore, a che punto siamo con il trattamento?
– Caro Boris, non la ringrazierò mai abbastanza per avermi salvato la vita e soprattutto per avermi permesso di continuare i miei esperimenti. Quando il Terzo Reich era ormai sprofondato e sconfitto, ero caduto in una gravissima depressione, non tanto per la mia personale sorte, quanto per il fatto di dover interrompere le mie ricerche… …eh, ai tempi del campo avevo centinaia di cavie.
-Stephen, ti ho sempre detto che sei un rompipalle logorroico! E ti ho anche detto di non parlare mai dei campi. In più, quando mi aduli e allo stesso tempo ti lamenti perché hai poche cavie o poco materiale, mi fai pentire di non averti lasciato nelle mani del tribunale popolare… Saresti stato buffo appeso a quel cappio ingrassato con i resti delle tue stesse vittime… ah, ah, ah! Basta, ora! Rispondi solo alle mie domande e non aggiungere nulla!
– Va bene, va bene! Ormai il soggetto della 3 è in trattamento da una settimana, con domani o al massimo dopodomani avremo la gioia di osservare i primi veri effetti.
– Bene, molto bene! Ehi, bastardo, ci hai sentiti da laggiù? Ah, ah, ah!
La botola si chiuse e io tornai al buio.
Buio.

LA PE(N)NA DI SANDRO. parte sesta – capitolo 28

(assolo in prima persona)

Sì, dai, racconto io.

Faceva freddo, uno di quei freddi secchi e pungenti, ma c’era anche un bellissimo sole, l’aria pulitissima. Si vedevano oltre al mare azzurro le montagne friulane. Sembravano dei menhir ancestrali nati dal fondo dell’oceano (qui ci sarà il patito di geologia che dirà: sì, hanno un’origine sedimentaria marina; oppure il fan di Lovecraft che partirà con strani accostamenti).

Abbiamo preso l’autobus, all’inizio era pieno di gente. Quando lo prendo io, l’autobus è sempre pieno di gente. Con la stagione fredda i viaggi su mezzo pubblico sono un po’ meno impegnativi. Almeno si evita il fattore olezzo-sudore-untume umani poco trattati con acqua e sapone. Lasciamo perdere i profumi (non i deodoranti) che tentano di coprire l’in-copribile e creano dei mix acidoaromatici da suicidio collettivo. A volte col caldo preferisco farmi i chilometri a piedi piuttosto che salire su autobus semiscassati e talmente carichi di gente che sulla fiancata potrebbero metterci la pubblicità delle sardine in scatola. Sarebbe una grande trovata pubblicitaria: sardine di nome, stipate di fatto. Ma sto divagando.

Dunque, Monia ed io abbiamo preso l’autobus. Destinazione: Miramare.

Man mano che ci allontanavamo dalla città l’aria si alleggeriva. Le frenate però si facevano sentire di più e bisognava tenersi con più forza.

Eravamo rimasti in piedi per tutto il tragitto. Non amo l’autobus, ma per Monia qualsiasi cosa, anche una campagna di Russia! Non avrei mai perso un’occasione per stare con lei, per vederla oscillare alle fermate, per sperare che capitasse la frenata più improvvisa e più forte, così lei per stare in piedi si sarebbe appoggiata a me. I nostri corpi si sarebbero toccati, ci saremmo toccati, magari lei si sarebbe aggrappata in un abbraccio imprevisto, magari le sarebbe piaciuto, e da imprevisto l’abbraccio sarebbe diventato caldo e voluto. Uno sfiorarsi del volto, un incrociarsi degli occhi, un chiudere le palpebre.

Invece niente. Vabbè!

Siamo arrivati a Miramare, ho fatto qualche figura di merda, come al solito. Anche con le persone al bar. Poi tra freddo, Russia e altri pensieri le ho dato un nuovo racconto da leggere. Banalmente c’erano di mezzo anche i russi. Per dargli un’aria datata ho anche riesumato alcune grafie con K e Y al posto di C e J, per certe parole. Una chicca, ma solo autoreferenziale. Era un racconto che non mi ha mai convinto del tutto, comunque tutto fa brodo. Il mio obiettivo è allungare questa fase, non mollare. Se l’è tenuto, troppo lungo per riuscire a leggerlo al bar, ha detto così. In effetti è lunghetto. Perfetto, questo racconto magari pesa tre volte in termini di tempo rispetto a quelli standard. Abbiamo bevuto una buonissima cioccolata, ma più dolci, buone e fragranti, aromatiche sarebbero state le labbra di Monia.

Monia ha delle labbra stupende, paiono vellutate, morbide, secondo me sanno di cannella e zucchero. Le potrò mai assaggiare?

Mi sa che dovrei dire a Monia delle cose, ma non sui racconti.

CIAO, MI CHIAMO MONIA. parte terza -capitolo 27

Diario di Monia.

Data da calendario Maya sconosciuta

– comunque non apocalittica

Dunque, ricapitolando dicevo… mi capita ancora di avere tanti ragazzi che mi ronzano attorno, a volte scocciano, a volte sono simpatici, ti fanno sentire un po’ meno sola per qualche minuto o qualche ore di chiacchiere. Spesso fanno i cretini. In compenso la cosa ti allontana alcune ragazze ed è più difficile fare amicizia, senza togliere che ti devi barcamenare fra il mare magnum delle oche giulive e delle intellettuali impegnate, sapendo che ogni categoria non vuol dir niente e sono solo tuoi pregiudizi. Ma per smontarli ci vorrebbe tempo e loro non te lo danno, la tua mente (o coscienza? O anima? O spirito?) ha altre priorità.

Non c’è niente da fare, donne e uomini sono stronze e stronzi in modo diverso. Forse i ragazzi sono più idioti che stronzi. Non lo so ancora, rispetto ad un’ottica scientifica o anche solo pragmatica, mi mancano dati. Sono carente sulle statistiche (appuntarsi necessità di impostare indagine scientificamente predisposta). Forse è un problema solo mio, non riesco a dare grandi spazi e occasioni alle altre persone (così anche li raccoglierei ‘sti dati). Sostanzialmente penso che gran parte di tutti quelli che conosco mi ritengano una stronza. Chissà, potrebbe essere un buon punto di partenza per la mia carriera da critico letterario (o critica letteraria al femminile, ma quella è l’attività, che casino!). Non lo so con certezza. Comunque devo dire che sto passando diverso tempo con quel mio amico/conoscente/niente di più (beh, era solo un conoscente, adesso però è la persona che frequento che si avvicina di più all’essere un amico, niente di più perché non sarà mai niente di più, ovvio), quello che scrive e scrive e scrive, Madonna se scrive! Mi va bene così, però, non mi lamento. La mia “cavia”, sì, Sandro.

A me piace andare all’aperto d’inverno, così anche quando sono qui a Trieste faccio qualche giro. A volte anche propongo un giretto del genere ad Augusta e a Bice, che sarebbero le mie forse/amiche. (Come cazzo si fa a chiamare una figlia Augusta o Bice… del resto anche i miei non hanno scherzato: Monia!). Però Augusta ha sempre qualche impegno con l’ennesimo nuovo ragazzo (e vedi che potrei usarla come fonte di dati) e Bice, invece, -ho fatto rima- è una lontra in letargo dal 1° dicembre al 15 febbraio. Si arrabbia tanto quando glielo dico, però è vero. Magari potrei chiamarla marmotta o con il nome di qualche altro animale più caldo e morbido, però lontra le calza a pennello. Ad ogni modo, in quei giorni Bice non uscirebbe mai, se non per le lezioni all’università, per fare la spesa o per prendere il treno nei fine settimana, destinazione casa. Invece Sandro ha accettato. E siamo andati a fare un giro a Miramare. Un freddo galattico, un sole bellissimo, una cioccolata calda deliziosa. Sandro sempre strano ed enigmatico. Non sai mai se c’è o ci fa, non sai mai neanche se ci prova o ti prende per i fondelli. Forse si droga o si impasticca. Lui nega assolutamente. Penso che per il freddo ci sia venuta in mente la Russia, poi per associazioni a catena il racconto che aveva (casualmente?) con sé. Mi sa che dovrei dire a Sandro delle cose, non intendo rispetto ai suoi racconti, ho paura che si illuda o si costruisca dei film irreali. Adesso, caro diario, continuo a leggere “Oh partigiano”… all’inizio un po’ didascalico, ma si fa interessante. Ci vediamo. Kiss kiss!

Che chiusura idiota, kiss kiss, se una mia amica mi salutasse così cosa penserei di lei: “Ma ci fa o ci è?”.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 26

Boris non era solo inetto e frustrato, era un pazzoide. Aveva un aiutante, un certo Stephan S.B., di chiara origine tedesca. Boris si era anche fatto sistemare in modo particolare un’ala del carcere in cui, tenendo ben foraggiati i giusti burocrati e i giusti amministratori, aveva autorità assoluta per qualsiasi questione.

Quando fui portato in quell’ala, dopo un paio di settimane durante le quali ero stato ospitato in una stanza normale, venni rinchiuso nella terza cella del corridoio su cui si affacciavano in totale otto porte blindate. Non lo sapevo ancora, ma quella cella, la n°3, sarebbe stata il mio mondo per centinaia e centinaia di giorni.

Il locale era abbastanza spazioso, a pianta rettangolare, circa 20 metri quadrati, per una larghezza di tre metri e una profondità di sette. Tranne la porta non c’era nessuna ulteriore apertura, almeno in apparenza. Due erano le cose che colpivano chi vi entrava la prima volta: il pavimento e la disposizione dei pochi elementi dell’arredamento.

Il pavimento era peculiare. Non si trattava di un piano regolare, sembrava realizzato con una sorta di schiuma solidificata, un materiale biancastro resistente e abbastanza elastico da non subire danni a causa del calpestio di persone.

Le bolle d’aria che erano rimaste intrappolate dentro al materiale, probabilmente nel momento della sua stesura, caratterizzavano la microconformazione di questo inusuale pavimento. La superficie irregolare appariva come un conglomerato di vescicole dal diametro di pochi millimetri fino al diametro di 2 o 3 centimetri. Verso le pareti, soprattutto agli angoli, il materiale si sviluppava, sempre con questa sua strana conformazione, anche verso l’alto. Sembrava che si avvinghiasse, viscosità fossilizzata, ai muri.

Lo spazio era quasi sgombro; i mobili -un letto, una sedia, un tavolino, un armadio- erano tutti collocati verso la parete di fondo. Partendo da sinistra c’era l’armadio a due ante, poi, subito attaccato, il letto, con il lato lungo verso il muro, infine il tavolino e la sedia.

In seguito scoprii che dentro l’armadio, privo del pannello ligneo posteriore, c’erano i sanitari: un water e un lavandino con un unico rubinetto per l’acqua fredda. Tutte le superfici lignee e metalliche della stanza, in pratica solo le parti dei mobili fatte con questi materiali, erano incredibilmente levigate e apparivano in qualche modo come impregnate di una sostanza grassa. Sembravano un po’ i manici degli attrezzi dei contadini dopo anni e anni d’uso: lucidissimi. Non essendoci finestre, la luce proveniva da un lampadario con due lampadine. Avevo dodici ore di luce e dodici ore di buio, almeno all’inizio; in seguito non riuscii più a sapere i tempi del periodo giorno-notte che mi veniva imposto artificialmente.

Fin dall’inizio della prigionia in quell’ala del carcere, ogni cinque o sei ore, delle urla lancinanti provenienti da una cella vicina mi facevano rabbrividire. C’era un altro sfortunato prigioniero nell’ala di Boris. Inoltre questo prigioniero o veniva torturato o era pazzo. Credetemi, pregai, io ateo convinto, affinché l’altro compagno di sfortuna fosse impazzito e non torturato; ma soprattutto pregai che fosse impazzito non nel carcere o comunque non per motivi legati alla sua reclusione.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 25

Grazie al fatto che sapevo già abbastanza bene il russo, mi abituai facilmente alla nuova situazione; il problema più pesante rimaneva il clima.

Non partecipai attivamente alla vita politica, trovai una donna più vecchia di me, ci innamorammo e iniziammo a convivere. La nostra casa s’affacciava su uno dei tanti canali che costellano la città baltica. Il fatto che leggessi tutta la poesia che mi capitasse sotto mano e il fatto che fosse risaputo che in ogni occasione buona mi facessi portare certi libri che arrivavano dall’occidente capitalista, risultarono la causa che diede inizio alla mia sorveglianza da parte di una certa sezione dei servizi politici per gli interni. A capo di quella sezione, mi sembra si chiamasse “Propaganda e Cultura”, a Leningrado c’era un certo Boris Koprakov: che fosse un omuncolo meschino e inetto era voce sulla bocca di tutti.

Per questo, però, era anche molto pericoloso per persone come me. I suoi superiori affidavano gli incarichi più importanti alla sua sezione saltandolo sistematicamente, gli lasciavano invece i casi meno importanti. Lui, ben sapendo questa prassi, scaricava la sua frustrazione esasperando certi metodi.

Inoltre, visto che veniva ignorato dal sistema, aveva praticamente mano libera. Un giorno, tornando dal lavoro, trovai Tatjana piangente in casa.

Erano stati a prendere tutti i miei libri e le mie carte ed erano già di sotto ad aspettarmi. Dovetti andare con loro, erano uomini di Koprakov.

Riuscii a salvare qualche scritto e qualche libro che avevo nascosto per precauzione; avvisai Tatjana della cosa e le chiesi, baciandola, di conservare tutti i materiali con la massima cautela e di non farli vedere a nessuno.

Il 23 dicembre 1949, primo anniversario della morte di Giorgio, fu anche l’ultima volta che vidi Tatjana. Le accuse erano generiche, del resto non poteva che essere così; la più grave, per le mie conoscenze, era quella di “importazione e diffusione di materiali di propaganda anticomunista” e già che c’erano avevano anche inserito un sospetto di “plagio e corruzione della gioventù”; non ricordo bene se le formule che ho qui riferito corrispondano perfettamente a quelle che erano ufficiali allora, però i concetti erano quelli.

Mi venne quasi da ridere al pensiero dell’accusa di corruzione della gioventù, mi immaginai condannato alla pena che toccò a Socrate per un reato identico: bere la cicuta. Non potevo immaginare che in alcuni giorni della mia lunga prigionia sarei giunto a disperarmi per il fatto di non avere il veleno a mia disposizione.

Koprakov aveva un metodo tutto suo per ovviare a certe lungaggini burocratiche, sia che si trattasse di carpire una confessione scritta, sia che si trattasse di aspettare il processo e il verdetto. Il suo motto era: “Intanto in cella, che se non sappiamo noi il perché, lo sa sicuramente il prigioniero”.

Boris Koprakov era un bastardo di prima categoria. Il 28 dicembre 1949, senza aver rilasciato alcuna confessione scritta o orale, senza essere passato davanti ai giudici del popolo, fui rinchiuso.

Rimasi in carcere per quasi sei anni senza alcun cambiamento della mia situazione giuridica; neanche con la morte di Stalin, nel ’52, la mia sorte cambiò. La morte di Stalin fu anche l’unica notizia del mondo esterno che mi giunse nel mio periodo di reclusione; per me quella morte non significò nulla.

Ben più rilevante, a livello mio personale, fu quella di Koprakov, che si spense, come seppi poi, la notte tra il 15 e il 16 settembre del 1955.

Un infarto mentre era a letto con un suo subalterno di 22 anni il quale invece di scappare e far perdere le sue tracce, telefonò immediatamente all’ospedale senza neanche rivestirsi; la storia per tre mesi fu uno degli argomenti principali delle discussioni e dei pettegolezzi attorno alle bottiglie di vodka, per tutti i locali di Leningrado. In verità non tanto per l’omossessualità, quanto per la differenza d’età fra i due.

Il giovane si suicidò dopo che i genitori non lo vollero tenere più in casa e dopo che la fidanzata lo lasciò; anche nei paesi comunisti perduravano certe discriminazioni.

Prima di passare alla mia scarcerazione, debbo per forza darvi qualche informazione in più sulla mia prigionia, la mia cella, la mia tortura.

O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.