O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 31

La prima volta che scoprii il meccanismo perverso che le droghe avevano generato in me, svenni. Mi ripresi poco dopo a causa del bruciore insopportabile alle mani e al viso, bruciore dato per l’inattività percettiva -droga bastarda-.

Ricomincia a toccarmi orecchie e naso, a mordermi le labbra, ma ormai non provavo più il, seppur blando, sollievo originario. Allora iniziai a toccare il pavimento coperto da quella spuma solida. Scoprii così che il cambiamento dell’oggetto toccato faceva ricominciare il processo mentale e azzerava angoscia e sofferenza fisica. La “pausa” nel supplizio durava 30, 40 secondi, poi ricominciava la spirale mentale fino all’acme sopportabile, una sorta di martellio incandescente alla materia grigia e al midollo spinale… …a quel punto se riuscivo a cambiare oggetto da toccare il processo si azzerava per ricominciare repentinamente costringendomi all’attività tattile, altrimenti svenivo. Alla fine, per le condizioni in cui mi trovavo, l’aver a disposizione un così bizzarro pavimento, quindi un’infinità di superfici abbastanza diverse, sembrava rivelarsi una piccola ma preziosissima fuga dalla tortura e dal dolore.

Possibile che Koprakov e S.B. fossero stati, nella loro follia, così pietosi?

Dopo aver esaminato nel corso di 5 o 6 ore… …o 5 o 6 giorni… un metro quadrato del pavimento della mia cella, ebbi l’amara sorpresa. La conformazione delle bolle e delle vescicole “congelate” sembrò ad un tratto ripetersi.

Non era possibile. Eppure era così. Non servì alcuna verifica empirica, il mio cervello aveva archiviato ogni anfratto, ogni escrescenza, ogni curva di quel primo metro quadrato; ed ora si stavano, tutti quanti, ripetendo identici nei più minuti particolari, millimetro per millimetro.

Finii, per disperazione e per non provare il bruciore, anche l’esplorazione tattile del secondo metro quadrato, il tutto tra svenimenti e brevi pause di sonno interrotte dal fuoco sulla mia pelle.

Ad un tratto sentii dei passi al piano superiore e poco dopo venne aperta la botola sul soffitto, botola di cui avevo perfino dimenticato l’esistenza. Si fecero sentire, accompagnate da una insopportabile luce, le due voci per me più odiose: sempre Koprakov e Stephen S.B..

-Boris, sono fremente, non vedo l’ora di passare alla prossima fase del nostro esperimento con questo soggetto.

-Lo so, lo so, come sempre. Io invece mi sto un po’ annoiando. È tempo che tu faccia fruttare al meglio e più originalmente tutti i soldi e i materiali che ti faccio avere.

-Ma! Ma! Boris, è una questione di progresso scientifico, la ricerca è fatta così, anni e anni di sacrifici e tentativi, di piccoli miglioramenti e di grandi fallimenti.

-Non me ne può importare di meno. Non me ne frega proprio nulla. Tu sai benissimo cosa mi interessa. Io sono il vero erede di De Sade, io sono uno scienziato della sofferenza.

-Va bene, dopo aver finito questo esperimento utilizzerò un po’ delle cavie umane che mi procurerai per mettere a punto altre sostanze e altri metodi.

-Ti sbagli, Stephen! Non un po’! Utilizzerai metà dei nuovi soggetti per sperimentare nuove frontiere della sofferenza, l’altra metà per continuare i tuoi ormai noiosi esperimenti sulla droga che abbiamo iniettato a quello qua sotto e a quelli che lo hanno preceduto per tutti questi anni. Intanto velocizza il passaggio alla prossima fase.

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