O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 26

Boris non era solo inetto e frustrato, era un pazzoide. Aveva un aiutante, un certo Stephan S.B., di chiara origine tedesca. Boris si era anche fatto sistemare in modo particolare un’ala del carcere in cui, tenendo ben foraggiati i giusti burocrati e i giusti amministratori, aveva autorità assoluta per qualsiasi questione.

Quando fui portato in quell’ala, dopo un paio di settimane durante le quali ero stato ospitato in una stanza normale, venni rinchiuso nella terza cella del corridoio su cui si affacciavano in totale otto porte blindate. Non lo sapevo ancora, ma quella cella, la n°3, sarebbe stata il mio mondo per centinaia e centinaia di giorni.

Il locale era abbastanza spazioso, a pianta rettangolare, circa 20 metri quadrati, per una larghezza di tre metri e una profondità di sette. Tranne la porta non c’era nessuna ulteriore apertura, almeno in apparenza. Due erano le cose che colpivano chi vi entrava la prima volta: il pavimento e la disposizione dei pochi elementi dell’arredamento.

Il pavimento era peculiare. Non si trattava di un piano regolare, sembrava realizzato con una sorta di schiuma solidificata, un materiale biancastro resistente e abbastanza elastico da non subire danni a causa del calpestio di persone.

Le bolle d’aria che erano rimaste intrappolate dentro al materiale, probabilmente nel momento della sua stesura, caratterizzavano la microconformazione di questo inusuale pavimento. La superficie irregolare appariva come un conglomerato di vescicole dal diametro di pochi millimetri fino al diametro di 2 o 3 centimetri. Verso le pareti, soprattutto agli angoli, il materiale si sviluppava, sempre con questa sua strana conformazione, anche verso l’alto. Sembrava che si avvinghiasse, viscosità fossilizzata, ai muri.

Lo spazio era quasi sgombro; i mobili -un letto, una sedia, un tavolino, un armadio- erano tutti collocati verso la parete di fondo. Partendo da sinistra c’era l’armadio a due ante, poi, subito attaccato, il letto, con il lato lungo verso il muro, infine il tavolino e la sedia.

In seguito scoprii che dentro l’armadio, privo del pannello ligneo posteriore, c’erano i sanitari: un water e un lavandino con un unico rubinetto per l’acqua fredda. Tutte le superfici lignee e metalliche della stanza, in pratica solo le parti dei mobili fatte con questi materiali, erano incredibilmente levigate e apparivano in qualche modo come impregnate di una sostanza grassa. Sembravano un po’ i manici degli attrezzi dei contadini dopo anni e anni d’uso: lucidissimi. Non essendoci finestre, la luce proveniva da un lampadario con due lampadine. Avevo dodici ore di luce e dodici ore di buio, almeno all’inizio; in seguito non riuscii più a sapere i tempi del periodo giorno-notte che mi veniva imposto artificialmente.

Fin dall’inizio della prigionia in quell’ala del carcere, ogni cinque o sei ore, delle urla lancinanti provenienti da una cella vicina mi facevano rabbrividire. C’era un altro sfortunato prigioniero nell’ala di Boris. Inoltre questo prigioniero o veniva torturato o era pazzo. Credetemi, pregai, io ateo convinto, affinché l’altro compagno di sfortuna fosse impazzito e non torturato; ma soprattutto pregai che fosse impazzito non nel carcere o comunque non per motivi legati alla sua reclusione.

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