O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 24

In primo luogo avevo ventiquattro, venticinque anni, ero ancora nel fiore della giovinezza fisica; in secondo luogo era la prima volta che la mia esistenza non era segnata da un’atmosfera e da una sensazione di precarietà.

Nel ’48 però accadde un fatto che cambiò la vita di molti, anche la mia.

Infatti nel giugno di quell’anno le divergenze già sorte da tempo tra la Yugoslavia di Tito e l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, conosciuto in Occidente come Kominform, con in primis l’ U.R.S.S. di Stalin, produssero la rottura. Il 28 giugno 1948 la Yugoslavia e il socialismo di Tito furono estromessi dal Kominform con varie accuse, fra cui la più grave era quella di operare una politica nazionalista.

In effetti le vicende resistenziali in area yugoslava erano state caratterizzate dalla convergenza fra lotta antifascista, questione nazionale in chiave panslavista meridionale, movimento comunista. Le rivendicazioni yugoslave verso territori italiani e austriaci risultavano in parte giustificate, in parte no; lo avrebbe confermato anche Wilson, se avesse avuto, ipoteticamente, voce in capitolo negli anni ’40 come per la fine della Prima Guerra mondiale.

Nei primi d’agosto smisero di arrivarmi le lettere di Giorgio, con cui mi sentivo epistolarmente almeno due volte la settimana. Provai telefonando, ma non riuscii ad avere notizie. Alla fine dello stesso mese andai a Capodistria per vedere cosa fosse successo al mio amico. Lì, senza riuscire a superare le reticenze da parte della polizia, seppi da un vecchio conoscente che Giorgio era “traditore kominformista” e come tale era stato arrestato e portato a Zagabria.

Sergio, così si chiamava l’amico ritrovato, mi disse anche che se il popolo non aveva problemi ad accettare lo strappo con i compagni del Kominform, i più impegnati politicamente e i più colti erano praticamente divisi in due fronti; quasi tutti i compagni internazionali, vale a dire gli stranieri comunisti in Yugoslavia, si erano dichiarati per il Kominform, i compagni italiani invece s’erano divisi equamente tra le due posizioni.

Tanti che avevano accolto la linea del Kominform erano già andati in Romania e in Ungheria.

Sergio mi disse anche che avrei dovuto sbrigarmi ad andare a Zagabria per salvare Giorgio; infatti era stato assegnato alla sezione di polizia di Drako.

Drako era un serbo di Trieste, i fascisti gli avevano distrutto la casa, ucciso il padre e violentato la sorella. Sapevo che lui in guerra aveva operato in molti casi senza discriminare tra italiani antifascisti e italiani fascisti, tra uomini e donne e bambini, e aveva operato crudelmente. Quando avevamo preso Trieste nel ’45, nei primi giorni il suo gruppo invece di festeggiare e partecipare alle parate era scomparso, era circolata voce che avesse una lista personale in cui erano segnati nomi e indirizzi di uomini con cui aveva dei conti in sospeso.

Ora Giorgio era un italiano, “traditore”, nelle mani di Drako.

La situazione risultava difficile. La prima cosa che feci fu partire per Zagabria, dichiarandomi, nelle occasioni in cui lo ritenni opportuno durante il breve viaggio -accadde un paio di volte-, per Tito.

A Zagabria riuscii a sapere in quale stazione di polizia era rinchiuso Giorgio. Ebbi anche la fortuna di trovarvi in servizio un certo Miroslav, il quale mi doveva un grande favore che risaliva ai tempi della guerra. Col suo aiuto portai Giorgio, malridotto, in salvo. Miroslav mi salutò dicendomi di non farci più rivedere e aggiungendo che il debito era ormai pagato.

Il 10 settembre del ’48 Giorgio ed io eravamo in Ungheria. A fine settembre, non con poche difficoltà, ci stabilimmo in Russia, a Leningrado. Il 23 dicembre 1948 Giorgio morì a causa di una grave malattia, mi lasciò con un grande vuoto e un’inguaribile passione nata grazie alla sua amicizia: la lettura e la scrittura.

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