O PARTIGIANO. dei racconti – capitolo 23

Sono nato a Cervignano, nella Bassa friulana, il 17 novembre 1923 da Antonio Massi e Rosa Bulfon. Mi hanno chiamato Giordano, ho sempre avuto una memoria d’acciaio per le date. Mio padre era socialista; era una testa calda, sempre in prima linea, fu picchiato a sangue dai fascisti nel 1924 e poi nel 1927; riuscì entrambe le volte a cavarsela.

Morì di infarto nel 1933. A differenza di alcuni anarcosindacalisti che seguirono Mussolini quando fu espulso, lui rimase sempre fedele al partito socialista.

Mia madre lavorava tra campi e filanda, mio padre faceva il bracciante.

La mamma morì nel ’44 per un’esplosione, ci furono altre tre vittime nello stesso scoppio.

Allora avevo vent’anni; sì, ho passato tutta la mia gioventù sotto il fascismo, poi la guerra e non sono più stato giovane.

Lo stesso anno in cui morì Rosa, visto che non mi legava più nulla al mio paese natale, andai con i partigiani slavi. “Comunista, italiano…!”, gridai così quando li trovai su per le valli. Erano in cinque, mi diedero qualcosa da mangiare, poi parlottarono un po’ fra loro. Penso che decisero di portarmi con loro perché, fra le poche cose che dissi, misi in mezzo anche il nome di uno dei capi dei comunisti di Cervignano a riguardo del quale era risaputo che avesse contatti costanti con vertici comunisti sloveni. Dopo alcuni giorni conobbi anche uno dei loro comandanti, lo chiamavano Boka. Mi chiese il nome e io gli dissi “Giordano di Cervignano”, lui rise con la sua voce profonda, poi a tutti quelli che erano lì attorno disse delle frasi in sloveno, capii solo che il mio nuovo nome, il nome di battaglia, sarebbe stato Bruno.

Boka se la rideva ancora quando andò via, io ero diventato per tutti Giordano Bruno da Cervignano, poi solo Bruno. Combattei e imparai un po’ lo sloveno.

Nel marzo del 1945, dopo uno scontro con un gruppo di fascisti e tedeschi, rimasi tagliato fuori dal mio gruppo. Andai così con i partigiani italiani, in un GAP. Poi partecipai alla liberazione di Udine, tra il 30 aprile e il 1° maggio, in seguito a quella di Cividale.

Nella battaglia di Gorizia, una delle prime del movimento resistenziale italiano, persi due miei amici d’infanzia: Gianluca e Giovanni.

A settembre del 1945 tornai a Cervignano, trovai qualche vecchio amico, trovai anche due di quelli che avevano picchiato mio padre nel ’27. Se ne andavano in giro come niente fosse, erano stati furbi perché con la repubblica di Salò si erano tenuti in ombra, del resto con la guerra e il mercato nero avevano messo su una discreta fortuna e per loro non valeva più tanto rischiare troppo.

Una sera li aspettai dietro un angolo, e con l’aiuto di Giorgio, mio coetaneo, li accoltellai entrambi. Scappammo a Trieste, poi in Istria. Seppi solo nel 1957 che uno, P.Q., era morto la sera stessa, l’altro se l’era cavata e faceva la bella vita a Udine. Ma quando mi giunsero queste notizie, mi risultarono totalmente indifferenti, del resto nel ’57 la mia vita era ormai completamente sconvolta. Meglio però che proceda con ordine.

Con Giorgio, l’amico di Cervignano compagno di vendetta e di fuga, le cose per me cambiarono molto.

Lui aveva studiato, sapeva il tedesco e anche l’inglese, inoltre era comunista perché aveva letto Marx e Lenin. Io invece ero andato con i partigiani comunisti istintivamente, per salvarmi; ma sentivo ancora l’influsso della militanza socialista di mio padre il quale, pur essendo una testa calda, non aveva mai lasciato la vecchia bandiera per passare col PCd’I, poi PCI.

Dopo la fuga trovammo una sistemazione a Capodistria-Koper. Lì di giorno lavoravamo per distribuire cibo alla popolazione e mantenere l’ordine pubblico; molte sere invece d’andare a bere o con le donne, le nostre amiche si chiamavano Marika e Sandra, leggevamo insieme i libri che Giorgio si portava sempre appresso.

Giorgio mi insegnò il tedesco, perfezionai il mio sloveno, iniziai anche a studiare il russo. Terminò il ’45, poi anche il’46, intanto trovammo insieme lavoro come traduttori. In seguito iniziammo attività di propaganda comunista e filofederativa a Trieste. Nel ’47 fummo espulsi dalle autorità alleate. Giorgio rimase a Capodistria, io andai a Rijeka-Fiume.

Lì fui impiegato come muratore. Ormai da più di due anni vivevo in Yugoslavia e sentivo questo paese come il mio, o meglio ero convinto che vi sarei rimasto per sempre e che alla fine lo avrei considerato la mia patria. Mi tenevo sempre in contatto con Giorgio, lui leggeva quasi sempre libri di politica o filosofia, io invece avevo iniziato ad appassionarmi alla letteratura, in particolare alla poesia; e leggevo quello che avevo a disposizione, in lingua originale russi, italiani, tedeschi e yugoslavi (in genere sloveni, serbi e croati), in traduzione inglesi e francesi. Giorgio non era molto contento di ciò, per lui tutta la poesia era frutto del mondo borghese; anche quella con contenuti progressisti e politicamente condivisibili e scritta nei paesi comunisti -mi ripeteva spesso- risultava una scoria del mondo borghese che sarebbe prima o poi completamente scomparsa, lasciando spazio a arti più idonee al nuovo mondo socialista quali l’architettura, il teatro, la musica, la cinematografia.

In sintesi questo era il pensiero di Giorgio sull’arte; ciò non toglie che non disdegnasse l’ascoltare i resoconti delle mie letture poetiche.

Se penso ora a quel periodo, confrontandolo con i decenni successivi, mi viene una certa nostalgia, sono stati forse i miei giorni più belli; il mio giudizio però può essere fortemente condizionato da due fattori.

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