NON SONO CIMABUE. atto unico – capitolo 20

La salma è stata rinvenuta il 28 agosto da un parente, nella baracca abusiva in cui l’uomo abitava ormai da circa un ventennio.

Ordinata l’autopsia, i medici hanno stabilito che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio.

E così, inaspettatamente, tra le 15:00 e le 19:00 del 27 agosto 1995 è deceduto all’età di 43 anni il signor Incoronato Fulbone. Le origini del malore vanno probabilmente individuate sia nella importante obesità del signor Fulbone, sia nell’ondata di caldo tropicale che ha investito la nostra regione, sia nelle precarie condizioni abitative, sia nell’abitudine del deceduto di alzare il gomito.

Il signor Fulbone, classe 1952, era noto fra i compaesani per il suo carattere chiuso, introverso, palesemente misantropo. Militante anarchico quando era ventenne, alla morte della madre aveva deciso che l’umanità aveva poco o nulla da spartire con lui. Da allora si era dedicato ad una vita di eremitaggio con pochissimi contatti sociali, per lo più da lui subiti e non cercati.

Ma era conosciuto a livello di comunità regionale soprattutto come il “Cimabue friulano”, vista la sua pluridecennale attività pittorica piuttosto apprezzata sia negli ambienti della transavanguardia, sia negli ambienti legati al minimalconcettuale.

Originario di Spilimbergo, abitava una baracca abusiva collocata lungo l’argine del Tagliamento. Senza acqua corrente, senza luce elettrica, senza servizi igienici. Vi abitava da solo.

Tutte le autorità e i servizi locali avevano più volte cercato di aiutare e assistere il signor Fulbone, sia con provvedimenti di avvicinamento e contatto informali sia con provvedimenti più drastici, quali ad esempio l’abbattimento della baracca abusiva e un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio -tso- per costringerlo a trasferirsi nella casa popolare che gli era stata assegnata.

Con la pazienza di chi subisce le forze distruttrici di un terremoto o di un’inondazione, con l’assistenza di qualificati e costosi avvocati, Incoronato aveva sempre riguadagnato le sue posizioni e ricostruito la sua abitazione, magari semplicemente spostandosi di qualche centinaio di metri.

Il cugino Fabio Casarsa era l’unica persona che frequentava con una certa continuità Incoronato, aveva infatti ricevuto dall’eremita un incarico, anche ben retribuito. Il signor Fulbone infatti non era povero. Si diceva avesse ereditato dai genitori un certo numero di campi che dati in affitto gli permettevano di non farsi mancare il poco di cui aveva bisogno da parte della società: cibo, materiali per dipingere, vestiario.

Fabio Casarsa –come dichiarato da lui stesso-, a fronte di una percentuale sugli utili derivanti dalla gestione della campagna di Incoronato, si recava ogni 15 giorni, ad orari prestabiliti, presso la dimora del cugino eremita, riceveva così la lista dei beni da fornire.

Uno o due giorni dopo passava nuovamente a scaricare il tutto presso Incoronato.

Il cugino, oltre a questo servizio di rifornimento, fungeva anche da contatto con eventuali collezionisti e appassionati che ricercassero un’opera di Fulbone.

L’intermediazione però non era mai sicura.

Spesso Incoronato non dipingeva per mesi, spesso distruggeva i suoi quadri, altre volte non se ne voleva assolutamente separare.

Di sicuro la sua indole, il suo isolamento e gli aneddoti che coronavano la sua storia avevano contribuito al suo affermarsi entro il mercato dell’arte.

Irascibile e scontroso, Incoronato non era né matto né scemo.

Andava su tutte le furie quando gli capitava di ascoltare da qualcuno o leggere casualmente da qualche parte il soprannome che gli era stato affibbiato da un critico locale: “Il Cimabue friulano”.

Il pittore non aveva mai perdonato un giornalistucolo locale –mediocre critico d’arte- per averlo indicato per la prima volta con quel soprannome, anche se in effetti era più che misterioso il motivo di questa furia. Il lancio del soprannome era avvenuto in occasione di un articolo intitolato “Impossibilità di sfuggire al mercato: artisti ai margini in una provincia marginale”.

Ma Incoronato aveva ragione, non era un Cimabue friulano, non nel campo della pittura. Era semplicemente un furbastro alcolizzato che aveva saputo approfittare, come pittore mediocre, della sua condizione di emarginazione, ritenuto da tutti una persona al limite ed oltre il limite: della salute mentale, della vita sociale, del mondo economico, della cultura e dell’arte.

Il commissario Zerbini, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, aveva sentenziato:”Il caso Fulbone non esiste!”. La dipartita del giovane uomo non meritava ulteriori accertamenti e indagini.

Invece, dopo tre anni di assiduo lavoro, il vicecommissario Podrecca aveva ricostruito lo schema di una rete di traffico internazionale di armi, stupefacenti, valuta falsa e donne dell’Est, rete complessa e articolata che vedeva in Incoronato Fulbone –detto nel mondo della malavita “Il Cimabue dell’import-export” il capo indiscusso. Del resto era innegabile che vicino alla sua baracca fosse stato scoperto un vecchio bunker militare totalmente ristrutturato, risanato, interni extralusso, sistema di controllo a telecamere chiuse con qualche quadro di Incoronato alle pareti. Inoltre in Bosnia era stato arrestato il suo braccio destro, un criminale senza scrupoli capace delle violenze più inenarrabili, si diceva nipote o figlio di tale Stephan S.B., un tedesco passato dallo spionaggio tedesco sotto il III Reich ad alcune branche “riservate” dei servizi sovietici e diventato famoso come torturatore. Ad ogni modo il bosniaco, per sfuggire alle conseguenze più serie della giustizia serba, aveva cantato e molto, facendo più volte i nomi sia di Fulbone -indicato come capo indiscusso della rete- che del cugino, indicato come portavoce di Fulbone. Quest’ultima soffiata sul ruolo del cugino venne poi smentita da ulteriori indagini.

Fabio Casarsa, il cugino, risultava quindi totalmente estraneo ai fatti, un tonto che girovagava con la sua Panda rossa mezza scassata e -pensando di sfruttare il cugino- ne era in realtà il factotum per le incombenze quotidiane.

Nel maggio del 2001, a sei anni dal flop Zerbini e a tre anni dall’evento Podrecca, il commissario Buffon fornisce una nuova verità.

Il Fulbone era veramente solo un emarginato e una vittima dell’effettivo “Cimabue della malavita e dell’intrigo” del Nord-Est, cioè il cugino Fabio Casarsa, uno degli alias di Domenico Scandell, che sarebbe stato il vero capo di tutta l’organizzazione, talmente scaltro da creare un intricato alibi a scatola cinese con cui avrebbe depistato sia Zerbini, facilmente, che Podrecca, in modo astutissimo. Incoronato: voleva denunciare il cugino e per questo è finito avvelenato con l’antimonio.

L’elasticità delle verità giudiziaria, sociale, economica, etica, filosofica… non è che un fatto congenito al sistema, anche in ottica è stato verificato che l’occhio al confine tra il bianco e il nero produce molteplici sfumature di grigio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...