STUDENTI. parte seconda – capitolo 19

– Dai corri, coglione!

– Ha parlato lui… …sembri un testicolo rotolante in balia della Bora, sembri.

– Ciao ragazzi, sempre gran classe e lessico forbito in ogni situazione, eh! Comunque state tranquilli non è ancora arrivato.

I due amici si fermarono vicino al terzo ragazzo, avevano ormai il fiato spezzato da grosse inspirazioni di bocca, avevano corso per più di trenta minuti giù per Via Giulia. Gianluca era più tonico, Sandro era paonazzo in volto, Adalberto se la rideva.

– Ma… verrà qui anche oggi? Siete sicuri?

Lui andava sempre là. Ogni mercoledì, alle 13:15, puntuale come un “capo in B” ordinato al bar della Maria. Si leggeva i giornali – locali e nazionali- e poi ordinava qualcosa da mangiare. Dopo quindici minuti incrociava le posate sul piatto (ma non porta sfiga?), poi se ne stava lì un’oretta a chiacchierare col titolare o con altri avventori. Improbabile impermeabile verde muffa, cappellaccio, abito beige.

– Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Ma perché mi fate ripetere le stesse cose?

– Già, perché glielo fate ripetere? – disse una voce.

A quella frase proveniente da dietro le loro spalle fecero un sobbalzo e si girarono di scatto quasi simultaneamente, probabilmente sbiancando un po’ (meno di tutti Sandro, ancora rosso in volto per la corsa di prima).

– Ciò muli, ‘ndemo dentro… Alore, ancjemò lì? – Disse lui, mescolando triestino e friulano.

I tre, ammutoliti, entrarono nella trattoria. Si misero in piedi accanto al tavolo dove lui si era seduto, il solito tavolo con la classica tovaglia a quadrettoni bianchi e rossi.

– Allora, cosa volete da me? Sono mesi che bazzicate qua attorno, solito posto solito orario. Però intanto sedetevi. Allora? Che volete?

Il tipo era diretto, direttissimo, quasi un TAV.

Iniziò Adalberto, il meno timido.

– Beh, forse è meglio che…

– Ma lei è parente del portiere? Scattò Sandro sovrapponendosi all’amico.

– Bene, sapete già il mio nome, del resto solo dei pirla non lo saprebbero dopo sei mesi di appostamenti, in sincerità eseguiti alla “cazzus”.

– Sandro, ma sei idiota?

– No, è che me l’ero sempre chiesto. Anche ci assomiglia un po’.

– Lasciami parlare. Dicevo che forse è meglio se ci presentiamo, anche per rispetto verso di lei, Commissario Buffon. Io mi chiamo Adalberto, lui è Gianluca e l’altro, lo sa già, si chiama Sandro.

– Piacere. Ma non ho ancora saputo che volete da me?

– Commissario, noi siamo tre studenti di Giurisprudenza qui a Trieste, ma siamo tutti appassionati di criminologia e di tutte le discipline che possono in qualche modo aiutare l’indagine.

– Inoltre -aggiunse questa volta Gianluca- leggiamo sia gli articoli sia gli atti dei processi, a volte andiamo in aula per seguire alcuni processi, cerchiamo di farci amici poliziotti, carabinieri, giornalisti di cronaca nera… Insomma, siamo dei suoi grandi fan.

Il Comissario Buffon fece un mezzo sorrisetto di simpatia, o forse un ghigno al pensiero di trovarsi al cospetto di tre idioti perdigiorno.

– Beh, insomma, oltre ad un mio autografo che potrei anche farvi pagare qualcosa (idioti) che cosa effettivamente volete da me? Compagnia all’ora di pranzo in questa trattoria ogni mercoledì? Io non voglio scocciatori e il mio cragno con crauti o il prosciutto in crosta me li voglio pappare in santa pace!

– Vorremmo chiederle qualcosa su quel caso del 2001.

– Ancora con quella vicenda? Era tutto chiaro alla fine, solo che stampa e TV ci hanno voluto marciare per alcuni mesi per vendere due copie in più o per uno 0,5 in più di indice d’ascolto, la solita storia. Non ho niente d’aggiungere.

– In realtà noi abbiamo potuto leggere molto, sia di ufficiale che non. Magari se potesse dare solo un’occhiatina al resoconto che ha scritto Sandro, il grafomane del gruppo.

– Sì, abbiamo letto quasi tutto dagli archivi, a firma Zerbini, lei e Podrecca.

– Mi fa male rivangare, o piuttosto mi è un po’ faticoso -disse il commissario in pensione.

– Coraggio, sono solo tre pagine. Ci farebbe veramente piacere un suo commento.

– Solo perché mi siete simpatici, i miei simpatici “Germania”!

A quella parola, istantaneamente nella mente dei tre amici esplose l’identica domanda: “Come cazzo fa Buffon a sapere che ci chiamano Germania?”, solo nella mente di Sandro la domanda era stata formulata in modo leggermente diverso “Come cavolo…”, perché Sandro non diceva parolacce; crebbe così esponenzialmente l’ammirazione per quell’ometto con impermeabile alla tenente Colombo -colore verde muffa- e quattro capelli bianchi sul cranio lucido.

Sandro tirò fuori il suo portatile, lo accese e fece per passarlo al commissario.

– Non è che avete un cartaceo? Non mi sono mai abituato a leggere dal monitor, è come se mi sfuggissero cose importanti. Sapete, ho una certa età e la mia generazione non è proprio nativa digitale, anzi.

– Sandro, tira fuori che sappiamo che stampi sempre i tuoi racconti o le tue ricostruzioni di casi famosi, non ti fidi mai della batteria.

– E vabbè, le faccio di solito solo per me. Comunque sì, ecco qua, son solo tre cartelle intanto. E poi scrivo solo le ricostruzioni dei casi… …che è ‘sta storia di racconti, non ho mai scritto racconti. Forse uno, quella volta.

– Ma, mi sembrava. A proposito, come sta Monia? – disse Gianluca.

– Cosa vuol dire questo “a proposito”? Che c’entra Monia adesso? La voce di Sandro si alterò.

– Dai, che c’è? Sappiamo che ti piace… Non è che vi vedete?

– Smettila. Lascia stare Monia e finiamola con ‘sta stupidata dei racconti.

– Uè, muleria. Io non son qui a tenervi il moccolo e a sentire le vostre chiacchiere su fidanzate e ragazze -disse Buffon.

– Se volete che legga, tacere e aspettare!

– Scusi, ha ragione. La volete smettere voi due! – Adalberto ora sembrava zia Gertrude quando rimprovera i nipotini che litigano mentre lei cerca di seguire la rimessa in onda di “Anche i ricchi piangono” su un canale satellitare moldavo, coi sottotitoli in russo.

– L’hai intitolato in modo simpatico questo resoconto, Sandro, ma ti assicuro che quella volta nessuno aveva voglia di ridere. Poi non ho mai creduto a questa cazzata del “Cimabue friulano”.

– Ma Commissario, mica c’era scappato l’omicidio, era morto per cause naturali, poi li scrivo così come vengono…

– Sì, sì! Questo è quello che pensano tutti. -fece Buffon con aria di sufficienza mentre stava proseguendo la lettura.

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