STUPIDAGGINI. dei racconti – capitolo 14

Mi dedicai quindi ad approntare il Pentacolo Elettrico, disponendolo in modo che ciascuna delle “punte” e delle “gole” coincidesse esattamente con le “punte” e le “gole” del pentagramma disegnato sul pavimento. Poi collegai la batteria e, l’istante successivo, si diffuse tutt’intorno la pallida luminosità blu dei tubi catodici.

W.H. Hodgson 1911.

Beh… insomma. Che avesse dovuto chiedere in prestito quella Panda rossa scassata con portapacchi arrugginito era proprio il colmo. Mai possibile che in quell’angolo di Italia, vanto di efficienza, lavoro, onestà non ci fosse un cacchio (lui diceva cacchio, cazzo era troppo volgare, cacofonico, sua madre aveva ricevuto un’educazione da signorina bene e lui ne aveva risentito) di servizio di rent-a-car a disposizione, eppure erano solo le 3:00 di notte. Un servizio h24… ma neanche per sogno. Vabbè.

Eppure era così.

Allora si rivelò una fortuna che fra le sue passioni ci fossero anche le arti visive e che, tra un incarico e l’altro a Parigi, avesse conosciuto quel pittore originario della zona entrando per caso in una galleria dove questo stava esponendo. Si trovarono subito simpatici.

“Cacchio” aveva detto lui davanti ad una tela incredibile, 120 x 120 -“Cribbio” aveva detto l’altro “Sono secoli che non sentivo dire cacchio”! – “Beh, cribbio lo diceva mia bisnonna suora laica”. Insomma, si erano trovati in sintonia, le loro madri avevano entrambe ricevuto una educazione da signorine bene e loro ne avevano risentito entrambi: dicevano raramente “cazzo”.

Quindi, arrivato in città era stato costretto a disturbare l’amico artista e a chiedergli un piacere: mettergli a disposizione un mezzo qualsiasi.

L’amico era un po’ strano. Non si era lamentato per nulla che fosse notte fonda. Puzzava che era una meraviglia, barba lunga di qualche mese, abiti sgualciti, sembrava anch’egli sgualcito. Un pittore sgualcito. Il pittore non lo fece neppure entrare in casa, farfugliò qualche frase strana, dopo un po’ di titubanza gli si accesero gli occhi come di nuova vita, l’artista propose uno scambio. Avrebbe dato la sua macchina all’amico psicostudioso di non si sa che, per qualche giorno, certo che sì, ma solo se al ritorno questi avesse esaminato con attenzione e con i suoi strumenti una certa tela, un quadro che presentava dei fenomeni piuttosto strani (come del resto la sua pelle, ma di questo non fece alcun cenno). Così il pittore bizzarro lo portò subito nel garage sul retro della casa, gli diede le chiavi del mezzo prima ancora di ricevere una risposta affermativa o negativa alla proposta di indagine pittorica e se ne rientrò tutto contento e sorridente -con fare circospetto e diffidente- in casa.

Il cacciatore caricò in macchina le pesanti borse con l’attrezzatura, mise in moto, accese i fari e sparì con la Panda rossa per le strade della periferia. All’alba giunse presso la villa. Verso le 9:00 si fece vivo con i clienti, i quali lo accolsero fornendogli vitto e alloggio. Passò una giornata di riposo e di raccolta di informazioni, poi di preparativi.

Giunse la sera.

Prese dalla sua valigia il computer portatile.

Lo pose al centro del salottino stile ‘700 inglese, quella zona della sala era stata precedentemente sgombrato da mobili e tappeti.

Portò in quel punto le batterie e il resto dell’attrezzatura.

Aggiunse anche un portavivande con dentro qualche panino, dell’acqua, alcune mele e un grosso termos pieno di caffè.

Lo chiamarono dal piano terra della villa.

La cena era pronta. Mangiò con gusto tutte le portate.

Un piatto di petto d’oca affumicato affettato, leggermente condito con aceto balsamico, crespelle con asparagi accompagnate da un tocai speciale, gnocchi con lepre, spezzatino di cinghiale accompagnato da un rosso corposo e infine il dolce, un fantastico strudel di mele ben aromatizzato con cannella, associato ad una calda crema alla vaniglia, ma ci sarebbe stata bene anche una pallina di gelato allo stesso gusto.

Gli ospiti, vecchio casato della nobiltà locale, lo avevano chiamato circa una settimana prima per risolvere un increscioso caso di infestazione da spiriti.

La villa di famiglia dei conti D***** era collocata in una posizione panoramica lungo la fascia collinare pedemontana. Il classico parco con alberi secolari si sviluppava sul retro dell’edificio e dopo un paio di chilometri diveniva un tutt’uno con gli ultimi margini di un bosco di latifoglie. Il caso era dei più comuni: uno dei salotti del secondo piano del castello di famiglia era chiaramente il luogo di costanti e ripetute visite notturne di qualche entità spiritica non ben identificata.

I conti, i due fratelli gemelli, scaltri affaristi, avevano pensato di sfruttare la situazione dal punto di vista turistico, ma la contessa, sorella maggiore, si era rifiutata categoricamente. Già quella specie di fantasma veniva a turbare la pace del luogo, figurarsi torme di turisti in maglietta e pantaloncini, magari con T-shirt troppo corte da far intravedere ernie ombelicali su ventri da birrazzati e sandali indossati con pedalini color carne. La contessa era stata categorica:”Neppure per idea! La mamma si rivolterebbe nella tomba!”.

Vista la sana tradizione liberale e illuminista della famiglia, i nobili non riuscivano ancora a capacitarsi dell’accaduto.

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