PITTORE. dei racconti – capitolo 10

All’alba del trentacinquesimo giorno dalla scoperta del Quadro “vivo” e due giorni dopo la sensazionale rivelazione della causa di tutto -il popolo dei pensatori aerofagi- Stefano Lupone si svegliò con uno strano sapore amaro in bocca.

Si accorse di essere magrissimo e maleodorante. Si accorse che la stanza con la poltrona e il quadro era un porcile. L’aria aveva uno strano odore di sottofondo dato dalle lampade alogene. Prese una scopa e ammucchiò rifiuti -organici e non- in un angolo.

Poi andò ad osservare da vicino il Quadro, i colori vorticavano sempre più velocemente, i piccoli esseri pensanti stavano continuando il loro lavoro.

“Bene!”, pensò Lupone, come solo un pazzo avrebbe potuto in quella situazione.

Andò a farsi una doccia, e scoprì che non solo la sua mano aveva cambiato colore -ora era viola- ma anche il piede sinistro era verde chiaro venato di verde smeraldo. Inoltre tutto il fianco sinistro del suo corpo stava assumendo sfumature verdine, tra il pistacchio e il verde pisello. Ma Lupone non si preoccupò della cosa, si sciacquò per bene, si mise l’accappatoio e tornò nella sala del Quadro.

Tirò su le persiane delle finestre, spense le lampade alogene e prese la lente in mano, già che c’era decise anche di aprire le finestre per cambiare un po’ l’aria.

Non degnò di uno sguardo il Quadro.

Iniziò invece a scrutare sotto la luce del giorno la sua mano sinistra. E anche lì, facendo debita attenzione, riuscì a scorgere, fra capillari e bulbi piliferi, dei puntini anomali.

Riaccese le lampade alogene, osservò nuovamente la mano viola scuro con la lente. Non riuscì però a distinguere bene nulla. Allora passò ad osservare l’avambraccio -verdino chiaro con reticolo verde smeraldo- e lì riuscì a vedere le ombre dei puntini.

Erano loro: le ombre delle braccia triarticolate erano nettissime.

Una risata profonda e isterica rimbombò per la sala.

Finalmente, dopo alcuni minuti, Stefano riuscì a smettere di ridere e ricominciò a respirare.

Iniziò a saltellare e a ballare come un tarantolato.

Urlava: “Non sono pazzo! Non sono pazzo! Non sono pazzo!”.

“Certo, sono malato, come il Quadro! Ma so cosa ho e non sono pazzo, non ho allucinazioni! La mia malattia è causata da loro, bastardi! E dire che li ho creati io! Ma nessuno può dire che Stefano Lupone sia impazzito!”.

Il cambiamento di colore del suo corpo non provocava dolore, non provocava neppure prurito, a volte c’era una lieve sensazione di caldo che in certi casi si rivelava anche piacevole.

Certo, c’era un problema.

Era pur sempre ammalato!

E di quale malattia!!!

Rarissima!!!

Roba per cervelloni della medicina, e non solo, anche per filosofi e per chi si occupa dei meccanismi creativi, dell’arte in generale.

E per di più non si trattava di una crisi ipocondriaca. Di sicuro gli unici a non metterci il naso sarebbero stati psichiatri e psicologi. Questo pensiero riempiva di una gioia fisica Lupone, infatti una delle sue paure fisse da ipocondriaco era quella di diventare schizofrenico, di impazzire insomma. Solo che questa paura era tale che -a differenza di tutti gli altri specialisti che Stefano interpellava varie volte per visite, esami e analisi- con psichiatri e psicologi non voleva avere nulla a che fare.

Lupone prese allora una decisione repentina.

Si vestì, si mise anche dei guanti per nascondere la mano viola.

Andò nel garage, ma l’automobile, una Panda rossa scassata, non c’era. Si ricordò che alcuni giorni prima -diversi giorni prima- aveva telefonato un suo vecchio amico conosciuto a Parigi. Quella volta in Francia l’uomo era entrato a vedere una sua esposizione e tac… subito amici.

Stranamente aveva risposto alla telefonata e aveva detto all’amico di passare pure… …Perché? Com’era andata?

Ah sì, aveva accettato di prestargli la macchina! In cambio di un’accurata analisi da parte dell’amico -psicoqualcosa- del quadro (non della sua mano, su quella non aveva detto nulla).

Strano che l’amico non fosse già ritornato, era in debito e aveva anche detto che l’auto gli sarebbe servita solo per un paio di giorni.

Allora prese l’autobus e andò in centro. Uscendo aveva recuperato il quaderno delle annotazioni, importantissimo per ricostruire il decorso del male.

Poco prima di arrivare alla sua fermata vide dietro all’autobus la sua Panda rossa, ma alla guida non c’era l’amico. Strano. Pensò che avrebbe dovuto denunciare la cosa.

La Panda scomparve girando a destra.

L’autobus proseguì dritto.

Lui premette il pulsante e ci fu il “ding”.

Si aprirono le porte.

Scese.

Andò.

Andò dal suo medico di base, era una dottoressa.

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