PITTORE. dei racconti – capitolo 9

Stefano Lupone corse in un’altra stanza a cercare la lente. La trovò e prima di tornare alla sala in cui stava consumando la sua esistenza-tortura scoprì un altro fatto. In due quadri, conservati nella camera dove era andato a cercare la lente, erano scomparsi i pensatori aerofagi che via aveva dipinto. Il pensatore aerofago era un personaggio immaginario che Stefano aveva inventato quando aveva circa 25 anni. Lo aveva dipinto in varie situazioni e con più tecniche. A dire il vero era uno dei soggetti che non aveva mai avuto successo… …nessuno aveva mai voluto comprare un pensatore aerofago.

Chi si appenderebbe in salotto o in ufficio un pensatore aerofago!? Del resto, se sei aerofago, poi, per dirla alla Dante, col cul facea trombetta!

I più, vedendo le tele e leggendo il titolo, pensavano ad una persona affetta da deformità varie, dedita a pensare e contemporaneamente a scoreggiare. Di sicuro non una immagine piacevole. Eppure Lupone vi era affezionatissimo, infatti per lui la figura del pensatore aerofago rappresentava qualcosa di inquietante, di filosofico e di ironico allo stesso tempo.

Prima di rientrare nella stanza che ospitava il Quadro -ormai era il quadro per antonomasia- Stefano verificò che anche su molti disegni e schizzi degli ormai lontani anni Novanta del secolo scorso erano scomparsi i pensatori aerofagi.

Stava sudando copiosamente, le tempie erano ricoperte di goccioline gelide, lo stomaco si contorceva in forti crampi e spasmi, la mano destra impugnava con forza il manico della grossa lente, a tal punto che le unghie -lunghe di settimane di incuria- stavano penetrando nel palmo della mano.

Stefano superò velocemente la poltrona e i mucchi di rifiuti disseminati a terra.

Scivolò su una lattina, ma non cadde. A tre metri dalla tela si fermò. Il sudore gli entrava negli occhi e bruciava. Al passo frenetico si sostituì un passo quasi robotico, a scatti e movimenti inconsulti.

Stefano non era più così certo di voler verificare ciò che aveva forse sognato, ma che le polvere blu rimasta sui suoi vestiti rendeva reale. Intanto il quadro era più vivo che mai, il ciclo procedeva nelle sue fasi veloce e deciso.

Stefano iniziò a tremare tutto, poi riuscì a calmarsi. Decise che doveva analizzare il quadro con la lente, era l’unico modo per capire se si trattasse di pazzia. Si urinò addosso, ma non ci fece caso.

Decise di accostare la lente al punto del quadro in cui aveva notato per la prima volta i cambiamenti di colore; poi abbandonò questa idea e puntò sull’area della tela in cui era avvenuta la sua visita dentro il quadro e l’incontro con le centinaia di pensatori aerofagi.

Prima di concentrare la vista sulla macchia di blu cobalto si pulì gli occhi con la manica sinistra e vide la sua mano integralmente verde, un verde pistacchio ricco di filamenti e venature verde smeraldo, non ci fece troppo caso.

Iniziò a guardare la pittura con la lente.

Non si riusciva a vedere granché, però sulla superficie blu si notavano dei puntini scuri ordinatamente distribuiti, uniformemente distribuiti. Avevano una distanza l’un dall’altro di circa due millimetri e mezzo.

Non voleva dire nulla! Avrebbe potuto essere della muffa! Oppure un difetto del colore!

Stefano andò ad esaminare un altro dei quadri appesi al muro -da giorni ormai per lui non esistevano più, non erano degni di alcuna attenzione-.

Esaminò una tela dello stesso periodo del quadro vivo, il Quadro, in cui aveva utilizzato l’identico colore. Lì non c’erano i puntini e il colore ad olio presentava una intatta e lucente patina protettiva, sotto questa dava il meglio di sé una bella pennellata di blu cobalto, monolitico e integro, puro.

Lupone barcollò, cadde seduto a terra, si rialzò, ricollocò le lampade alogene verso il Quadro. Ritornò a guardare con la lente il blu cobalto vivo che stava intanto divenendo violetto acceso. Il ciclo non terminava, la tortura era sempre attuata, il processo era perpetuo. Guardò, ritrovò i puntini e guardò continuamente per decine di minuti. Ma non riusciva a vedere nulla se non puntini statici e immobili.

Quando l’area originaria della macchia blu -testa di sfinge incellofanata- era ormai divisa a metà da una sottile striscia di violetto acceso e da un lato il blu cobalto si ritirava per lasciare lo spazio ad un ocra chiaro screziato di rosso carminio, Lupone fu svegliato di soprassalto da una specie di catalessi. Una specie di corrente aveva percorso il suo cervello.

Un’idea!

Collocò le lampade in modo che la potente luce arrivasse sulla tela di taglio, con una incidenza che vedeva i raggi di luce percorrere lo spazio in modo quasi parallelo alla superficie del Quadro. Gli esperti sanno che così facendo i quadri mostrano screpolature e imperfezioni e si evidenziano i tratti delle pennellate e delle spatolate.

Guardò con la lente e finalmente capì che non era stato un sogno.

La luce che cadeva sulla superficie pittorica come quella di un intenso tramonto estivo del Nord Europa produceva delle lunghe ombre. Ogni linea di colore, ogni sporgenza, ogni segno del pennello, ogni granello di materia veniva duplicato da una sua ombra.

E così accadde anche per quei puntini scuri sul blu cobalto. Fu allora che Stefano riuscì a distinguere nelle microscopiche ombre generate dai puntini dei segmentini, le braccia triarticolate che caratterizzano ogni pensatore aerofago dal giorno in cui Lupone aveva inventato questi esseri.

Non fu sconvolto dalla conferma che tutti i pensatori aerofagi da lui dipinti s’erano effettivamente ritrovati nel Quadro. Con pazienza scrutò anche le altre parti della pittura viva e trovò quasi ovunque i piccoli esseri, uniformemente e democraticamente distribuiti. Si accorse anche che aspiravano tutti nello stesso senso, guardando in senso orario. E questa loro attività automatica, connessa intimamente al loro essere pensatori aerofagi, aveva generato come prodotto indiretto e forse indesiderato il vortice di colori nella tela.

Ecco perché i colori del Quadro si scambiavano reciprocamente il posto.

Al centro del quadro, lì del viso femminile, dove la pittura pulsava impercettibilmente ed emanava anche calore ma non cambiava colore come nel resto della tela, il processo era talmente velocizzato che non risultava visibile. In quell’area v’era infatti una densità doppia di pensatori aerofagi.

Stefano Lupone si sentì in qualche modo sollevato, non era impazzito, non erano allucinazioni, il Quadro non era vivo, non era un essere vivente… …era semplicemente colpa dei pensatori aerofagi.

La cosa, nella sua assurdità, appariva a Lupone quasi come normalissima. “Vacca boia, alla fine non si trattava di pazzia, magia o chissà quale altra diavoleria.”

Erano loro, degli esseri creati con la pittura da Stefano stesso quando aveva circa venticinque anni. Semplice! Normale!

Stefano si lasciò accasciare sulla poltrona, esausto ma contento. Era fisicamente un relitto, ma psicologicamente stava meglio…

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