PITTORE. dei racconti – capitolo 6

Stefano aveva scoperto che non era archiviata neanche nella banca dati online associata al suo sito personale… quella tela. A forza d’osservarla nello sforzo di ricordarsi qualcosa (Quando l’aveva dipinta? Con che intento? Perché?) scoprì un fenomeno anomalo.

Il quadro, come abbiamo già detto, era diviso in due aree equivalenti per superficie, da un lato immagini stilizzate e elementi astratti geometrici in toni e tinte freddi e scuri, dall’altro lato immagini stilizzate e elementi astratti meno regolari in toni e tinte caldi e trasparenti.

Ebbene, ogni ora e mezza circa sul lato alto della tela la parte “scura” avanzava percettibilmente a spese dell’altra zona e contemporaneamente si ritirava nella parte bassa della tela, dove la parte “chiara” recuperava totalmente la superficie persa al di sopra.

Cambiavano solo i colori e le tonalità, invece la corposità, i soggetti delineati, le linee e le masse rimanevano statici e fermi al loro posto originario.

La linea flessuosa e sensuale rosa carne, in alto, diveniva pian piano violetta, viola e infine blu. Come se fosse una parte di pelle di una persona che sta diventando cianotica per asfissia dei tessuti. Il vortice di rossi, verdi e ocra vivi e luminosi diveniva una tempesta di marroni, neri e blu.

In basso le teste di sfingi e le figure umane stilizzate, dipinti come se fossero ricoperti da teli di plastica e nylon, perdevano i viola scuro screziati di lilla e i marroni bruciati e anneriti. Contemporaneamente affioravano reticoli di rosso e arancione, pennellate di grigio chiaro e verdi smeraldo che si intrecciavano con verde pistacchio.

“Non è possibile!”

Appena Stefano si era accorto di questo processo, era ricaduto in una profondissima crisi ipocondriaca:”Questa volta sono ammalato gravemente e non si tratta di demenza senile, queste sono vere e proprie allucinazioni da schizofrenia… …se avessi qualche scatto violento potrei essere classificato come borderline.”.

Ecco il perché della birra -a lui che la birra fa schifo- e il perché delle sigarette -lui che non fuma da 55 anni-.

Dopo la scoperta Lupone non aveva dormito per due giorni e due notti, infine era crollato. Ma il suo cervello aveva goduto del sonno solo per due o tre ore, infatti Stefano s’era svegliato all’improvviso in preda ad un’ansia incontrollabile. Era corso velocemente a verificare lo stato del quadro.

Aveva sperato ardentemente che si fosse trattato di un sogno, di un incubo. E invece no, ecco lì il quadro ancora in attività…

La linea flessuosa e sensuale rosa carne, in alto, diveniva pian piano violetta, viola e infine blu. Come se fosse una parte di pelle di una persona che sta diventando cianotica per asfissia dei tessuti. Il vortice di rossi, verdi e ocra vivi e luminosi diveniva una tempesta di marroni, neri e blu.

In basso le teste di sfingi e le figure umane stilizzate, dipinti come se fossero ricoperti da teli di plastica e nylon, perdevano i viola scuro screziati di lilla e i marroni bruciati e anneriti. Contemporaneamente affioravano reticoli di rosso e arancione, pennellate di grigio chiaro e verdi smeraldo che si intrecciavano con verde pistacchio.

Sempre nell’identico modo e nella stessa sequenza.

Dopo quei venti e più giorni passati così, in contemplazione della tela “viva”, o meglio del dipinto “vivo”, era già la quattordicesima volta che si verificavano quei cambiamenti.

Sempre identici, sempre con la stessa sequenza sia qualitativa che quantitativa.

Rosa, Violetto, Viola, Blu… Viola, Lilla, Rosso, Arancione…

Lupone annotava tutto su un quadernetto con le pagine a quadretti. Aveva deciso di andare a fondo nella faccenda, o meglio la faccenda aveva deciso che Lupone sarebbe stato uno dei fattori centrali coinvolti. Continuarono così a passare i giorni.

Non rispondeva alle chiamate, non rispondeva alle e-mail, non rispondeva ai messaggi, non apriva alla porta quando suonava il campanello.

Solo una notte, per sbaglio, erano circa le 3:00, rispose al cellulare. Era una voce amica che chiedeva aiuto, un favore, un’auto in prestito. Lui rispose automaticamente di sì. Gli avrebbe prestato la sua Panda rossa.

“Passa pure, sai dove abito” e chiuse la comunicazione.

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