PITTORE. dei racconti – capitolo 5

Si trattava di una decina di tele che Lupone non aveva mai voluto esporre e tanto meno vendere. Alcune perché ritenute insignificanti e malriuscite, altre perché legate a qualche momento particolare della sua vita, altre ancora perché mai terminata… a volte ferme da anni e anni.

Da quanto tempo doveva fare un contorno nero a quella figura umana, sette o otto anni.

E quelle due pennellate di rosso… maledizione, aveva riflettuto per due settimane -quasi una ossessione- su quale rosso usare, con che pennello farle, in che punti precisi, in che senso… tutto perduto. Se avesse voluto recuperare quel discorso pittorico avrebbe dovuto ritagliarsi nuovamente due settimane dedicate ad hoc, ormai non se lo poteva permettere più. Eppoi che senso avrebbe avuto un’operazione del genere, l’ocra e il nero dello sfondo aspettavano quei due tocchi di rosso da quasi diciotto anni.

Ad un tratto Stefano si concentrò su una tela piuttosto grande, collocata molto vicino al soffitto -per utilizzare tutto lo spazio possibile-.

Si trattava di una tela quadrata, circa 120 cm per 120cm, un turbinio di centinaia di colori che formavano incastrandosi e mescolandosi due aree ben distinte, da un lato colori freddi e scuri, sabbiati, pesanti, da un lato colori caldi, luminosi, leggeri e corposi contemporaneamente.

Decisamente un quadro unico nell’intera produzione dell’artista.

Non aveva mai più fatto un’opera del genere. Non era il suo stile, non risultava neanche una delle tecniche a lui più congeniali.

Stefano iniziò a fissare intensamente il quadro.

Non ricordava d’averlo fatto.

Strano.

Molto strano.

Infatti Lupone non era mai stato uno di quei pittori che una volta raggiunto il successo con un certo stile e con certi soggetti o tematiche poi sfruttava la cosa commercialmente producendo centinaia di copie di uno stesso quadro, copie di cui è facile perdere il ricordo dell’esecuzione.

Cribbio -lui pensava “cribbio” perché “cazzo” era cacofonico, suonava male, eppoi “non si dicono parolacce…”, cazzo!- .

Non che pensasse e volesse ogni quadro integralmente e assolutamente come una nuova avventura, una nuova sperimentazione, una nuova ricerca. Diciamo che su un certo tema o discorso artistico lui disegnava una trentina di bozzetti su carta e dipingeva una ventina di tele. Anche per questo aveva un rapporto conflittuale con i suoi due o tre galleristi, i quali lo sopportavano perché avere l’esclusiva di Lupone era ormai un investimento sicuro per il presente e per il futuro.

Anche per questo i suoi due o tre galleristi si facevano reciprocamente la lotta con colpi bassi e furbizie varie per riuscire ad appropriarsi del numero più alto di opere nei tre appuntamenti annuali in cui il pittore distribuiva loro la nuova produzione.

Per questo era strano che non si ricordasse di quella tela.

Eppure per quel quadro non esisteva nessuna serie a cui attribuirlo, non esistevano bozzetti né schizzi. Almeno lui non se ne ricordava.

In primo luogo Stefano pensò al peggio:”Porca puttana, sono vittima di amnesie senili precoci!”. Siccome una delle sue caratteristiche era essere ipocondriaco a intermittenza, scattò questa crisi. Dopo una decina di minuti utilizzati per calmarsi -durante i quali fece diversi test mnemonici per riacquistare fiducia nel suo cervello- ritornò ad osservare il quadro…

Erano passate ormai tre settimane. Nella segreteria della casa di Lupone si accavallavano diversi messaggi di amici e galleristi. Lupone avrebbe dovuto già essere a New York da cinque o sei giorni. La sua casella di posta elettronica rimandava indietro tutto, zeppa com’era di messaggi.

“Wuociapp-Facebucche-telefoniamobile figurarsi!”

Stefano non si faceva trovare.

Aveva staccato la tela quadrata dalla parete, aveva sgombrato l’intera sala dei mobili. Aveva posto il quadro su un cavalletto, in fondo alla sala. Dall’altro lato, a circa 7 metri di distanza aveva sistemato -a fronte quadro- la poltrona.

La tela era ben illuminata da due faretti alogeni. Le persiane delle finestre erano abbassate. A terra, sulla sinistra, c’era un mucchietto di lampade alogene fuliminate, sei o sette. Sulla destra della poltrona, invece, un mucchio di lattine di birra, vuote. Anche se lui non beveva alcool… …almeno.

Lupone non aveva mia bevuto birra in vita sua, solo a volte qualche sorso; gli faceva schifo. Ma non per moralismo, anzi. Gli piaceva offrirle agli amici. Accanto alle lattine qualche confezione di biscotti: alcune integre, altre vuote, altre piene di briciole.

Sulla sinistra della poltrona c’era un mucchio di sigarette spiegazzate e sgualcite, mai accese. Lupone non aveva mai fumato in vita sua. Ma non per salutismo; gli faceva schifo.

Ora però portava nervosamente alla bocca una sigaretta ogni 30 minuti, ma senza fare tutti quei movimenti e salamelecchi dell’adolescente che fuma una sigaretta pensando di dire al mondo “fumo una sigaretta”.

Non la accendeva. Quando il filtro iniziava a sciogliersi fra le labbra per l’umidità, lo staccava dalla sigaretta e rimetteva in bocca quest’ultima. Poi, se iniziava ad avere troppe fregole di tabacco sulla lingua, gettava definitivamente la cicca, mai accesa. Ne prendeva allora una nuova. Lupone sapeva che i suoi amici fumatori quando erano nervosi consumavano ininterrottamente sigarette, e lui in quel momento era terribilmente nervoso… …non voleva sentirsi un idiota da meno.

Il quadro aveva portato Lupone a questo stato di cose. Ma in che modo? Un quadro?

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