PITTORE. dei racconti – capitolo 3

Si fregò gli occhi, si avvicinò al quadro, l’osservò ancora. Non si scorgeva alcuna alterazione della pittura, eppure non v’era dubbio: l’espressione era assai mutata. Non era soltanto una immaginazione; ma una cosa tremendamente evidente.

Oscar Wilde 1890.

Stefano Lupone, operatore artistico culturale di discreto successo internazionale, è riuscito finalmente a ottenere un riconoscimento ufficiale nella sua città natale. Il destino delle migliori intelligenze regionali è sempre uguale da decenni: emigrare per poter avere successo, quindi rientrare per godere di un po’ di considerazione fra i conterranei. Anche Stefano Lupone come pittore si è dovuto piegare a questo destino che ci appare quasi ineluttabile. Finalmente in questo novembre meteorologicamente benigno l’artista ha visto riempirsi di concittadini e corregionali le sale del museo del Castello che ospitano una rassegna della sua produzione nelle arti visive contemporanee, dalle origini all’oggi. Si tratta di centocinquanta opere realizzate con diverse tecniche e su supporti fra i più disparati. L’esposizione parte dal periodo giovanile, ribelle ed espressionista, per arrivare agli ultimi studi di tipo concettuale e minimalista.

L’uomo sui cinquanta buttò a terra il quotidiano che stava leggendo, si fece cadere sulla poltrona e chiuse gli occhi. Non si accese una sigaretta perché non fumava, non si fece un bicchierino di grappa, perché non beveva. Però non era un salutista. I suoi gironi danteschi erano altri.

Quante lotte! Quanta fatica! Ma finalmente un po’ di successo anche nella sua terra, odiata e amata contemporaneamente.

Sì, perché a Stefano Lupone non importava gran che aver spopolato sulle piazze di Mosca e neppure aver incassato l’elogio dei più feroci critici francesi, non gli importava neanche che a New York come a Los Angeles le sue opere fossero contese a suon di mazzette di dollari fra industrialotti ignoranti di provincia e intellettuali radicalchic delle università.

Oddio, non che gli dispiacesse, anzi, del resto non aveva mai immaginato di riuscire a cavar qualcosa per vivere dall’arte, da quell’attività che per lui non era un hobby e neppure un “mestiere”, dove per “mestiere” dobbiamo intendere -come si fa dalle sue parti- un onesto e rispettabile posto di lavoro dipendente o attività in proprio, ancor meglio se legata al mondo dell’artigianato.

Eppure era andata così, emigrato volontario per studio a vent’anni negli USA, grazie ad una borsa per gli scambi internazionali, ci era rimasto contro il parere di amici e familiari, dopo 9 anni era a Parigi con un nome abbastanza noto e con una promettente carriera davanti a sé. Molti come lui erano rimasti invischiati nell’american way al negativo, inglobati dal sottoploretariato delle grandi città, alternando sussidi di disoccupazione a Mc-Job. Lui era stato più fortunato.

Ma da quel successo acquisito dovettero passare altri ventun anni per poter vedere la sua gente e la sua terra attestare il suo essere artista, e per di più un “perditempo” (nella sua città “perditempo” è sinonimo di “artista”) con un reddito ben superiore a tutti i suoi vecchi amici, i più fortunati ben sistemati in banca o a capo di qualche piccola azienda artigiana, i meno fortunati alle catene di montaggio o in fonderia. Gli sfortunatissimi, pochi, col cervello sfatto per droga o alcool, altri ancora suicidi.

Come mai questa necessità? Perché non lasciar perdere il suo paese natio, in confronto a Mosca, Parigi e gli States?

Era una cosa più forte di lui, in fin dei conti Stefano Lupone sapeva che la sua arte traeva linfa vitale da quelle radici.

Un amore e un odio per un popolo capace di grandissime miopie culturali, spacciate per buon senso e prudenza, come di grandissimi slanci di solidarietà ed encomiabili prove di operosità e intraprendenza. Un popolo con l’anima tempestata dalle emozioni e dai sentimenti, dalle passioni forti, eppure esternamente duro, apparentemente freddo, riservato, schivo, taciturno, per lungo tempo prima di scigliere qualche maglia della corazza. Gente solida, ma non teatrale.

Un amore e un odio per una terra capace di contenere veramente tutti i paesaggi di un continente, quasi anche tutti i ceppi linguistici principali della vecchia e forse biodegradabile Europa, ma piccola e provinciale nella sua piccolezza geografica.

Ma Stefano Lupone sapeva che i suoi quadri avevano particolari tonalità di giallo caratterizzate da una certa matericità che chiunque, con un po’ d’attenzione ed esperienza, avrebbe potuto facilmente associare alle croste di polenta che rimangono sul paiolo, una volta che la massa di bollente farina di mais è stata versata sul tagliere.

Al Nord si mangiava polenta, nella sua terra si mangiava polenta.

Sapeva anche che i tratti slanciati e scuri delle sue composizioni astratte non erano altro che i rami spogli dei gelsi che feriscono il cielo nelle giornate d’inverno.

Al Nord si tirava su il baco da seta, nella sua terra una volta era importante.

Come sapeva che certe forme costanti nelle sue tele ricalcavano pedissequamente il profilo delle Alpi o i canali tortuosi della laguna, quando il rigore del gelo li rende ben distinti e puri.

Lui, un rappresentante della transavanguardia espressionista internazionale -più legato alle forma nordiche che latine del movimento-, sapeva tutto ciò, o meglio viveva tutto ciò.

Dalla poltrona su cui s’era lasciato cadere poteva vedere alcuni quadri. Erano appesi ad una grande parete che non era interrotta né da porte né da finestre.

Che quadri erano? Di cosa si trattava? Certamente suoi, ma a volte la memoria gli giocava brutti scherzi.

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