STUDENTI. parte prima – capitolo 1

-Sei sicuro che sia lui?

-Ti dico di sì, l’ho visto più volte in foto e anche in televisione.

-Poi stiamo un attimo, guarda qui, anche in rete ci sono un paio di sue foto.

-Già, è lui!

-Senti, la prossima volta…

-Ma… ritornerà qui? Siete sicuri?

-Lo abbiamo visto alla stessa ora e allo stesso giorno, sempre allo stesso tavolo, ormai già da sei mesi! Ti potrei dire in dettaglio cosa fa, cosa mangia, cosa beve, cosa dice dalle 13:15 alle 14:30 di ogni sacrosantissimo mercoledì. Un abitudinario, i più semplici da pedinare.

– Ok, ma dovremo farlo senza farci scoprire… con cicrospezione, cioè circospizione… cioè…

-Sì, vabbè, e quel logopedista che dovevi contattare… no?

-Stronzo!

I tre amici aspettarono che lui se ne andasse. Finirono di bere l’ordinazione.
Il cameriere che li conosceva da anni li salutò come al solito “Ciao Germania!” e se ne andò con un sorrisetto ironico stampato in faccia. Non avevano tempo da perdere per protestare, quindi uscirono anch’essi dalla trattoria di Via Torre bianca e all’aperto la Bora li accolse gelida e tagliente in quel primo pomeriggio di tardo febbraio. La strada era come una galleria del vento e particelle di cartone, polvere, catrame, gomma di pneumatici e altro di indefinito si infiltravano fra i loro capelli, dentro le orecchie, entro le narici, su per le gambe dei pantaloni; alcuni -privi di credibilità- affermano che una volta la Bora riuscì a strappar loro, pur essendo vestiti, perfino dei peli dal pube, ma sono leggende metropolitane di area balcanica.
A Trieste la Bora pulisce la città, ma non fa benissimo alle persone, sia per il fegato che per la mente, secondo alcuni fa sporcare prima anche i capelli.
Tra il lunedì seguente e il martedì tutti e tre provarono per l’ennesima volta diritto privato, si trattava del terzo tentativo. Lo passarono… non male, anzi: bisognava festeggiare! La leggenda diceva che si era pronti ad affrontare quell’esame quando si iniziava a sognare di essere un codice civile. Leggende pre-riforme varie. L’università italiana era una cosa diversa, non si può dire ancora se peggiore o migliore dell’attuale.
Ad ogni modo il martedì sera fu un bel brodello, cioè blordello, bordrello… (Allora sto logopedista), tutti gli amici a festeggiare, prima su e giù per le rive, sul molo Audace, assaporando il bellissimo tramonto che ritagliava in cielo le Alpi friulane come se fossero dei sacri monoliti emersi dal tutt’uno fra mare e pianura; poi a casa quando era venuto fuori troppo freddo e il borino si era arricchito con sottili aghetti di ghiaccio che ti smerigliavano il volto.
Infine tutta la notte svegli a giocare a strip-poker finché si erano fermate le ragazze (poi solo fra loro ragazzi non entusiasmava molti, forse esclusivamente un po’ Jonny, che era dichiaratamente bisessuale e Angelo che era segretamente gay), insomma dopo poco passarono a torneo di briscola e barbu. Fino all’alba, rossa, arancione e ancora sferzata dal vento. Il giorno dopo fu un non-giorno, cercarono di dormire ma non ci riuscirono, la sensazione generalizzata era come d’avere un’ascia che spaccava in due il cranio separando nettamente l’emisfero destro da quello sinistro, in aggiunta ad un punteruolo che crivellava la cervicale. A parte questa difficoltà, nel pomeriggio, arrancarono fino all’edificio dell’università nuova e riuscirono a seguire le lezioni di diritto ugro-finnico medioevale, o almeno fecero finta. Non potevano mancare, loro tre rappresentavano il 100% degli iscritti, ognuno di loro era il 33,3% dei frequentanti il corso, le assenze si sarebbero notate troppo.
La sera stessa una delle ragazze che aveva partecipato alla bisca di strip-poker li invitò in un appartamento dove si teneva una festicciola con quelli di Filosofia. Quando arrivarono ed entrarono nell’appartamento furono colpiti da una specie di nebbia pastosa e azzurrognola che galleggiava in tutte le stanze a circa un metro e mezzo d’altezza, sottile aroma di quasi rosmarino. Sul divano, sulle sedie e a terra si scorgevano bozzoli umani mescolati a sacchi a pelo e coperte della nonna, in una delle camere stava girando fra i festeggianti un narghilè di pregevole fattura magrebina, sul pavimento c’era ribaltato un altro aggeggio simile, ricavato da una bottiglia di plastica tagliata e poi rimontata con del nastro adesivo, spandeva acqua. I tre amici trovarono finalmente la ragazza autrice dell’invito, era eccessivamente rilassata, di un rilassamento come potrebbe essere quello di uno strofinaccio poco strizzato e messo ad asciugare ai refoli del Föhn, quel vento caldo e secco che a volte ridiscende le valli alpine. Si fermarono un po’ sedendosi vicino alla loro amica, facendo così le loro teste (e le loro narici) si trovarono entro lo strato fumoso. Se ne andarono dopo poco, non si parlava con nessuno e a loro la gangia non interessava: perché bruciarsi dei neuroni da giovani?
Non era una questione di moralismo o salutismo fine a se stesso, avevano scelto Giurisprudenza perché era la facoltà più vicina a casa che potesse avere contatti con l’investigazione, il crimine, l’indagine e questa loro passione richiedeva capacità logiche ben funzionanti (non avevano mai capito come Conan avesse potuto immaginare Sherlock un po’ drogato, pure la cocaina ti friggeva alla lunga attenzione e capacità decisionale). Anche se erano altri tempi e la marjuana risultava più leggera di adesso (oggi pare selezionata, sia con incroci che con tecniche laboratoriali di tipo genico, per avere un principio attivo settanta-novanta volte più concentrato), faceva comunque male a chi non ne avesse bisogno per scopi terapeutici; quel fumo azzurognolo ben sparpagliato per le stanze dell’appartamento e leggermente aromatizzato al rosmarino non prometteva belle cose. In ogni caso, una questione era chiara: a Filosofia marjuana, a Economia coca o extasy.
Finiti i festeggiamenti ed espletati i doveri universitari, la loro mente tornò alla questione centrale: lui, ogni mercoledì in quella trattoria di Via Torre bianca.

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